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A Napoli le pubblicazioni satiriche sono di casa

di Michele Di Iorio

A Napoli la satira fu di casa, e si distinse anche per le sue numerose pubblicazioni umoristiche. Il primo giornale del genere fu il parigino La Caricature uscito dal 1830 al 1835, mentre il precursore italiano fu  Il Caffè Pedrocchi, un foglio settimanale, pubblicato ogni domenica a Padova dal 1846 al 1848,  ma senza vignette.

A buon diritto, si può dire che è stata Napoli la culla della satira e del giornalismo umoristico italiano: le pubblicazioni erano corredate da vignette e disegni, e perciò dette pupazzate.

Quando Ferdinando II di Borbone Due Sicilie, grande sovrano del riformista, concesse la Libertà di Stampa, uscì subito primo giornale satirico, L’Arlecchino. Il primo numero è datato 18 marzo 1848, stampato dalla tipografia Flautina a largo del Castello in quattro pagine quotidiane, con disegni satirici, battute e rubrichette varie. Costava due grani, e 3 se mandato per posta in provincia.

Direttore responsabile di L’Arlecchino era Ferdinando Martello, direttore redazionale Emanuele Melisurgo, socio di Giuseppe Coppola, fratello dell’umorista Luigi Coppola. La redazione era composta da Giuseppe Orfitano, Felice Niccolini, Achille De Lauzieres, critico  musicale e teatrale. Collaboratori principali erano Michelangelo Tancredi, Giuseppe Rosati e Domenico Ventimiglia, i caricaturisti Enrico  Colonna, Luigi Matteo ed Eduardo  Scarpetta, nonno del più celebre omonimo attore e commediografo.

L’Arlecchino raccontava in chiave umoristica le vicende politiche internazionali: il sottotiolo infatti era giornale-caos di tutti i colori. La redazione si trasferì nel 1848 in Via Santa Brigida. Il direttore Emanuele Melisurgo fu tra i barricaderi del 15 maggio di quell’anno. Sedati i tumulti dall’esercito borbonico,Melisurgo si premurò di bruciare le carte piu compromettenti, riuscendo a fuggire prima dell’arrivo dei soldati svizzeri, che distrussero tutta la sede. L’Arlecchino tacque per due settimane e poi riaprì la redazione in via Toledo a Palazzo Barbaia, ripredendo la pubblicazione.

Nel frattempo a Napoli nel ‘48 erano stati fondati altri giornali satirici, Il San Carlino, Il Figaro, Il folletto e Le bagattelle, ma ben presto furono tutti censurati

Anche L’Arlecchino patì sanzioni: ebbe una multa di 200 ducati. Rimase chiuso un mese per iniztativa propria, ma ben presto riprese le pubblicazioni, continuando a mettere tutto e tutti alla berlina, ma artatamente.

In seguito comparvero altri giornali satirici napoletani: Il diavolo zoppo, Il pagliaccio, ‘Nfra lu Cuorpo de Napole e lu Sebeto, Le forbici, Il fischio, Lo stereoscopio, La piretra infernale. Dopo un periodo di silenzio ricomparve L’Arlecchino: “perse” però la L e si chiamò semplicemente Arlecchino. In redazione vi era il caricaturista porticese d’adozione Melchiorre Delfico. Vennero tutti chiusi dai Savoia nel 1861.

Melchiorre Delfico

Ma la stampa satirica napoletana era coraggiosa come il suo popolo e riprese pubblicare.  Melchiorre Delfico fondò nel 1863 un trisettimanale umoristico Pulcinella e poi nacquero i giornali comici La scopa, e L’Abate Taccarella, che non fecero però in tempo a nascere che vennero chiusi.

Nel 1872 venne fondato il giornale dialettale umoristico Lo spassatiempo, con direttore Luigi Chiurazzi, mentre Melchiorre Delfico diresse Il Caporal Terribile, con redazione in via Monte di Dio.

Nel 1889 uscì un giornale comico, il settimanale Monsignor Perrella, diretto da Leandro Fontana, con una nutrita e attiva redazione: Ugo Ricci, Ettore Marroni, Eugenio Zaniboni, Federico Kernot, Mario Caracciolo, Leone Cipoletta,Libero Bovio, Ernesto Murolo, Gustavo di Giacomo, Pietro Capasso, Gugliemo Torelli, Eduardo Nicolardi, Rocco Galdieri e Decio Carlo. I vignettisti erano  Eduardo Aillaud e Giuseppe Sciti.

Il Monsignor Perrella  attaccava tutti, anche Edoardo Scargoglio e Matilde Serrao. Terminò di lanciare i suoi dardi satirici solo nel 1924, sotto il fascismo.

Un pensiero su “A Napoli le pubblicazioni satiriche sono di casa

  • Veronica Vitale

    Articolo Meraviglioso e pieno di catarsi. Non si smette mai di leggere. É scritto con grande talento. Speriamo di poter sempre e ancora godere del sapere del giornalista storico Michele Di Iorio

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