Alle falde del Vesuvio

di Lucio Sandon

Marco Apicio Gavio, gastronomo e letterato, pochi anni prima della nascita di Cristo conduceva una taverna dove probabilmente si mangiava anche bene, però lui da buongustaio e amante del lusso qual’era, riuscì quasi a mangiarsi tutte le sue sostanze, arrivando infine a suicidarsi quando si rese conto che il suo patrimonio, ridotto ormai a soli dieci milioni di sesterzi, non gli avrebbe più consentito il tenore di vita a cui era stato abituato

Come testamento lasciò solo il suo ricettario di cucina: il De Coquinaria nelle cui pagine si trova la ricetta della “salsa di Apicio”: aceto, menta e aglio tritato, usata per condire verdure e pesci fritti. È la scapece, usata ancor oggi in tutta la Campania e non solo.

Dopo di lui, il duca di Buonvicino, don Ippolito Cavalcanti nato ad Afragola nel 1787 da una famiglia di nobiltà fiorentina e calabrese e discendente da Guido Cavalcanti, amico di Dante Alighieri, ebbe a coltivare due hobbies praticamente agli antipodi tra di loro: quello della buona cucina e quello del clericalismo, che portava avanti con ugual passione: fu infatti autore di una serie di manuali di devozione in cui elencava con precisione maniacale tutte le funzioni religiose, le novene ed i tridui che si svolgevano nelle parrocchie cittadine, e nel quale dava anche prodighi consigli circa le vivande da prepararsi nei pranzi che naturalmente concludevano i festeggiamenti religiosi, e che furono poi raccolte nel Trattato della cucina teorico-pratica, testo base della gastronomia partenopea.

Zuppa de Zoffritto. Pe 12 perzone piglia no prommone, o curatella de puorco co lo core, e li rugnuni, farraje ogne ncosa pezzul pezzul, e lavarraje cchiù vote co l’acqua fresca, e po farraje scolà; piglia no terzo1 de nzogna la farraie zoffriere dint a no tiano, o cazzarola, co tutti chilli pezzulli, e nce miettarraje purzì no mazzetiello de rosamarina, fronne de lauro, petrosino, e majurana, buono attaccato; quanno se sarrà buono zoffritto nce miettarraje la conserva de pommadore, e puparuoli duci, nce miette lo sale, e povere de puparuoli forti, e zoffrienno zoffrienno nce mietterraje lo brodo; doppo piglia le pagnotte, le faje felle felle, l’arruste senza farle abbruscià, le miette dinto a na zoppiera, e ncoppa nce miette tutto chillo brodo co lo zoffritto

Cavalcanti morì nel 1859, quando a Napoli i cuochi di strada nelle vicinanze dei cantastorie di piazza Mercato, vendevano agli spettatori un cartoccio colmo di maccheroni conditi con cacio e pepe per due soldi, prima quindi di poter assistere alla conquista del regno delle due Sicilie da parte del cavalier Garibaldi ed alla nuova civiltà portata dai liberatori.

La prima conquista che costoro regalarono al regno delle due Sicilie, fu un’inflazione del trenta per cento. L’anno successivo infatti, lo stesso piatto di spaghetti costava tre soldi, e veniva chiamato ironicamente ‘O tre Garibaldi.

L’anno dopo ancora, data la scarsità di spezie che arrivavano al porto, mentre nessun formaggio giungeva ormai dalle campagne, i cuochi di strada si arrangiarono a condire la pasta solo con dei pomodori senza condimento, aromatizzati unicamente con un bel pugno di foglie di basilico.

Si discuteva di cucina. In quella languida mattina di un caldo mese di maggio di fine secolo l’ambulatorio era vuoto. La gente si era svegliata tardi e aveva già cominciato a sciamare verso le spiagge della litoranea e quasi nessuno aveva intenzione di perdere tempo per accudire i propri amici a quattro zampe.

Alessandra, la bella assistente bionda che si considerava l’ultima erede di Cavalcanti, affermava che per fare il ragù erano necessarie almeno sei ore di cottura a fuoco bassissimo e che l’unica carne ammessa fosse il girello di manzo. Marisa l’altra assistente del dottor Gardenia, una ragazza snella, bruna e dagli occhi grigi, sosteneva invece la tesi condivisa dal titolare, cioè che il successo della ricetta fosse legato anche alla varietà dei pezzi utilizzati e quindi: tracchiolelle, gallinelle di maiale, salsicce, e specialmente la “braciola” il pezzo di carne avvolto su sé stesso contenente una serie di altri ingredienti.

Il trillo acuto del telefono interruppe la dotta discussione. Il dottor Gardenia  sollevò la cornetta, e dopo qualche secondo alzò anche tutt’e due le sopracciglia: tenendo il telefono con la mano, rivolse la cornetta verso le colleghe che lo guardavano stupite, mentre dall’apparecchio usciva una serie di versi gutturali.

«Argh… Haaaa… Burp… Dott… O’caaa…»

«Pronto? Pronto? Ma chi è?»

«Urgh… Bumper! Bumper… Sta morendo!»

«Chi è Bumper?»

Marisa, la cui memoria per i nomi dei pazienti era straordinaria, inquadrò immediatamente il soggetto: si trattava di Bumper, il fox terrier della signora Esposito. Il botolo era in perfetta salute fino all’ultimo controllo di tre mesi prima.

«Non si preoccupi signora Esposito, abbiamo l’indirizzo, verrà qualcuno al più presto!»

Appena poggiata la cornetta il telefono prese a squillare di nuovo. Era Mustafà, il pizzaiolo egiziano che abitava nella pineta, alle falde del Vesuvio, vicino al ricovero per cani gestito dal dottor Gardenia.  Mustafà aveva udito Annibale, l’arcigno mastino napoletano che presidiava la struttura, abbaiare furiosamente. Mustafà chiamava preoccupandosi che fosse successo qualcosa.

Al termine di un breve consulto, venne deciso che Alessandra sarebbe andata a controllare Bumper, mentre Marisa, che era di gran lunga la migliore pilota del gruppo, sarebbe schizzata sul Vesuvio in sella al vecchio scooter della ditta. Il dottor Gardenia avrebbe presidiato l’ambulatorio.

Dopo aver prelevato un’abbondante varietà di strumenti e medicinali, non essendo riuscita a capire che genere di iattura avesse colpito il povero fox terrier, Alessandra salì a bordo del vecchio fugone azzurro e partì sgommando in direzione del centro, ma arrivata al primo incrocio dovette fermarsi perché la strada era bloccata da un furgone treruote che ribaltandosi aveva perso il suo carico di angurie sulla carreggiata. I grossi frutti vermigli si erano frantumati nell’urto, e avevano reso la strada viscida e impraticabile.

I soliti onnipresenti ragazzacci poi, avendo individuato i pochi pezzi integri avevano provveduto seduta stante ad impadronirsene, causando l’ira funesta del fruttivendolo che abbandonato il veicolo in mezzo all’incrocio, si era lanciato all’inseguimento dei delinquenti in erba, brandendo il crick con il quale fino a un minuto prima stava tentando il sollevamento del suo mezzo.

Dopo svariati e inutili tentativi di liberare la strada con la sola forza del clacson, Alessandra decise che avrebbe fatto prima ad andare a piedi, così con un’elegante e fluida manovra, parcheggiò il mezzo con una ruota sul marciapiede e le altre tre sulla carreggiata, nello spazio tra un cassonetto dell’immondizia ed un albero, e si avviò di buon passo verso casa Esposito.

Fu con sommo stupore, che arrivata alla porta della villa, vide un giovanotto ben vestito, con in mano una capiente borsa da medico, il quale si accingeva a suonare il campanello, e la guardava con un’espressione tra l’estasiato e il preoccupato.

L’uomo si era bloccato alla vista della ragazza: una bionda alta e atletica che avrebbe meritato in ogni caso uno sguardo ammirato, con un borsone alla mano e che lo guardava altrettanto stupita. Dopo qualche secondo, Alessandra, alla quale non mancava di certo la prontezza, chiese:

«Sei un collega? Ti hanno chiamato per Bumper perché ho fatto tardi?»

Il giovane medico, mollando con uno sbuffo il fiato che si era dimenticato di espirare, rispose infine con un sorriso sollevato.

«No collega, io vengo per visitare un bambino: sono un pediatra, e mi hanno chiamato stamattina presto ma ho fatto tardi anch’io. Credevo che avessero chiamato qualcun altro!»

Dopo una breve presentazione, entrambi felici di non essere stati surclassati, suonarono il campanello e immediatamente vennero accolti da una signora Esposito scarmigliata e agitata.

«Finalmente! Ce ne vuole di pazienza per avere il piacere di vedere un dottore! Anzi, due!»

Prendendo sottobraccio Alessandra, la signora Esposito si diresse verso un capannello di famigliari raccolti al capezzale di Bumper, e girandosi a metà verso il pediatra indicò un giovanetto di una diecina d’anni riverso su di un divano, che solo soletto e con una cera pessima, si lamentava a bassa voce.

«Dottò, date un attimo un’occhiata a Giovannino. Il deficiente come al solito si è abbuffato di lasagne.»

Tutte le attenzioni della famiglia Esposito erano dedicate al povero Bumper che, circondato dall’affetto dei famigliari e amici sembrava effettivamente sul punto di  rendere l’anima al suo creatore: un’enorme lingua bluastra spuntava dalle fauci semiaperte, il respiro affannoso e scoordinato e gli occhi gonfi ed imploranti chiedevano aiuto. Alessandra si era resa conto già da lontano di cos’era successo, ma chiese conferma ai presenti.

«Lo avete portato a passeggiare in pineta?»

Alla risposta affermativa della padrona, Alessandra estrasse dalla borsa una fiala, e con poche mosse tranquille la iniettò in vena alla bestiola, la quale dopo qualche minuto prese a respirare in modo più tranquillo, dopodiché la bella veterinaria si degnò di spiegare ai presenti che il cane aveva leccato per curiosità una larva di processionaria.

«Si tratta di un bruco: un parassita dei pini coperto di aculei urticanti, che in primavera striscia nelle pinete in fila indiana di molti esemplari. Quando lui ne ha leccato uno, il contatto dei sui peli urticanti con la mucosa gli ha provocato una reazione allergica acutissima che probabilmente, gli  provocherà la necrosi di un pezzo di lingua.»

«Perderà la voce, dottoressa?»

Alessandra fece un sorriso triste.

«No, ma non potrà più cantare La Traviata

Dopo aver prescritto la terapia e aver raccomandato un controllo il giorno seguente, accompagnata dagli sguardi ammirati dei presenti di ogni sesso ed età compreso Giovannino e il suo pediatra,  Alessandra si avvicinò al medico che soletto prestava le sue cure al povero ragazzino e con una strizzata d’occhio gli augurò buon lavoro, e lasciò la villa.

Mustafà era un pezzo d’uomo sui quarant’anni, sbarcato sulle coste siciliane vent’anni prima da un barcone come migliaia di suoi conterranei: aveva fatto mille mestieri prima di arrivare alle falde del Vesuvio, dove aveva intrapreso la carriera di aiuto pizzaiolo. Ora era un imprenditore di successo, con cinque dipendenti e un sorriso aperto sempre stampato sul volto. Abitava in una casetta immersa nel mare verde della pineta, e aveva un debole per le collaboratrici del veterinario.

Marisa si era goduta la corsa in moto fino alle falde del Vesuvio e un caffè che stava giusto uscendo dalla moka di Mustafà, tappa fissa prima dell’avvicinamento alla struttura. La ragazza era poi giunta in vista del canile nel tempo sufficiente a finire l’ennesima sigaretta, e si era resa conto già da lontano che qualcosa non andava. Non si sentiva l’assordante abbaiare dell’enorme molosso che la presidiava: Annibale quando riconosceva da lontano lo scoppiettare dello scooter, impazziva di gioia.

Mustafà, che aveva insitito ad accompagnarla nel sopralluogo, non aveva sbagliato a telefonare. Era successo qualcosa: la recinzione tagliata pendeva malamente sui sostegni, e i prati erano desolatamente vuoti. Non si vedeva traccia né di Annibale, né delle caprette tibetane di Alessandra, né tantomeno delle galline ovaiole di Marisa e del maialino che il dottor Gardenia allevava con un amore non disinteressato.

In quel momento, dietro la curva della strada sterrata che passava davanti al canile, comparve zoppicando e sorreggendosi ad un grosso bastone, Zì Mimì, l’anziano contadino la cui vigna confinava con la struttura veterinaria.

«Signurì, ie l’aggio viste, hanno portato una cagna in calore e la bestia vostra s’è fatta portare via senza storie! Poi, hanno tagliato ‘a rete e si sono fregati tutti gli animali! Io sono sceso dalla vigna col bastone, ma vedete che ci metto un po’ di tempo, signurì… Quelli sono scappati con il camioncino, con tutte le bestie dentro!»

«Accidenti!» Sbottò Marisa.  «Questi delinquenti fanno i loro comodi, e nessuno mai riesce a prenderli… Zì Mimì, certamente non siete riuscito a prendere il numero di targa, e poi magari il camioncino sarà stato rubato anche quello!»

«No signurì…» Rispose l’anziano contadino «Mi dispiace, ma nun saccio nemmeno leggere

«Allora non abbiamo nessun appiglio per ritrovarli!! Io non ho pensato di salire a vedere, ma solo di avvertirvi che Annibale si agitava!» Si disperava Mustafà.

Zì Mimì, dopo essersi pulito il naso con un fazzoletto che risaliva alla guerra quindicidiciotto, osservò ironicamente i due amici che si agitavano sulla strada polverosa.

«Signurì, io non so leggere, però da lontano ci vedo ancora bene. Quelli erano Tonino ‘o Mericano e Ciruzzo ‘o Sospetto. Sono sempre loro che fanno danni qui in giro.  A me l’anno scorso hanno rubato una damigiana di vino. Eh, ma se avevo la doppietta a portata di mano gli avrei fatto passare un guaio a quei due mariuoli. Voi però lo sapete dove trovarli vero? No? Embè ve lo dico io: hanno una casetta nei vicoli dietro al porto, con un giardino dove fanno i combattimenti dei cani, ah non lo sapete? Allora, arrivati alla piazza andate sempre dritto, superate il porto e il cantiere navale, poi girate a destra e poi…»

Il sole era al suo apice quando Marisa bloccò con una slittata il motorino davanti alla casetta semidiroccata descritta con precisione da zì Mimì. Da dietro al muro che separava il giardino dalla strada proveniva una nuvola di fumo di legna e un delizioso aroma di carne arrostita che provocò un sordo brontolìo allo stomaco della bella veterinaria dai lunghi capelli bruni. Marisa, sorda alle implorazioni di Mustafà e del vecchio contadino era salita smadonnando sullo scooter e si era lanciata in una folle discesa lungo il sentiero di montagna, rischiando di rompersi l’osso del collo. La ragazza guidava con un sola mano, tentando contemporaneamente di accendersi una sigaretta.

Mentre carambolava tra le auto lungo le strade trafficate, aveva anche cercato di mettersi in contatto senza successo con il titolare dell’ambulatorio e con Alessandra, ma il cellulare sembrava aver deciso di non voler funzionare e per non perdere il tempo a fare una deviazione, aveva deciso di risolvere da sola la questione con i rapitori del suo pupillo, per il timore che un qualsiasi ritardo potesse provocare un danno a quello che considerava il suo cucciolo.

Senza perdere tempo a metterlo sul cavalletto, Marisa lasciò il ciclomotore appoggiato al muro del giardino della vecchia abitazione che sembrava abbandonata. Muri scrostati che lasciavano intravedere le pietre vesuviane con cui erano stati costruiti, infissi penzolanti, ciuffi di erbacce che crescevano ovunque, e una porticina malmessa ridipinta almeno trent’anni prima, dalla quale sembrava che potessero passare solo dei nanetti, priva di maniglia e di campanello.

Marisa si guardò dapprima intorno per chiedere conferma a qualche vicino o passante circa gli abitanti della bicocca, poi impaziente e sempre più arrabbiata, prese a battere il piccolo pugno sulla porta, ottenendo l’unico risultato di farsi sanguinare la mano. Non ricevendo nessuna risposta, ma sicura che dentro c’era qualcuno, cominciò ad urlare a squarciagola.

«Cirooooo, Tonino, lo so che ci siete! Aprite subito, o faccio succedere un casino! Chiamo la polizia!»

Dopo qualche secondo, le urla ottennero un risultato. La porticina si aprì per una ventina di centimetri e spuntò il volto affilato e smunto del Mericano, il quale naturalmente non era mai stato nel nuovo continente, ma in compenso negli anni Ottanta era stato uno dei primi a portare gli occhiali da sole dei piloti statunitensi, e ad esibire un’andatura dinoccolata.

«Oh ma guarda, la dottoressa dei cani. Cosa succede dottorè, siete rimasta senza benzina?»

Il brav’uomo era stato tempo prima un assiduo cliente dell’ambulatorio, ma ne era stato bruscamente messo alla porta insieme al suo degno compare, quando aveva preso l’abitudine di portare a ricucire cani evidentemente usati per combattimenti clandestini. La sua faccia non era mai stata simpatica a Marisa, e lui ne era consapevole, ciò non aveva però mai impedito di fare apprezzamenti volgari mascherati con poco garbo sulla bellezza della professionista, sempre accolti da sguardi gelidi di compatimento.

«Mericano…», esordì l’impavida dottoressa ad alta voce. «Ti sei fregato il mio cane, le galline, le caprette, e il maialino del principale…  Guarda che ti hanno visto, e se non vuoi avere dei guai mi devi ridare tutti gli animali!»

«Ecco, mi pareva – rise l’uomo – è arrivata la sorella di Sherlock Holmes. Aspetta un po’ che chiedo dentro se qualcuno ne sa niente.»

E tirando dentro la testa cercò di chiudersi dentro, però Marisa che si aspettava la mossa, aveva incastrato il casco tra la porta e lo stipite impedendogli di chiuderla, e con una spinta dettata dalla forza della disperazione, si lanciò all’interno della squallida abitazione. Il piccolo corridoio dava da un lato su una cucina lurida e sconquassata e dall’altro si apriva su di un cortile interno lastricato, dove in fondo si vedeva un box costruito alla meno peggio con della rete metallica, nel quale giaceva assopito un grosso cane scuro evidentemente sedato: lei lo riconobbe subito, era Annibale. Il mastino, nonostante fosse stato drogato, al richiamo della sua padrona cercò faticosamente di mettersi in piedi.

Dalla cucina alle spalle di Marisa, sbucò silenziosamente Ciruzzo ‘o Sospetto vestito sommariamente  con una canottiera e dei pantaloni ricoperti di tracce di grasso, così come lo erano perennemente i suoi capelli, e con una mezza giravolta afferrò la giovane per un braccio e la trascinò nella stanza.

Mericano, dopo aver richiuso accuratamente la porta di ingresso, entrò in cucina rapido come un uccello da preda e bloccò l’altro braccio della giovane, poi avvicinò la sua faccia a pochi centimetri da quella di Marisa, tramortendola con il suo alito fetido.

« Adesso ci facciamo due risate, vero carina? Come mai non fai più la superba adesso, mica per caso hai paura di noi?»

La voce dell’uomo  era ormai rauca per l’emozione, pregustando quanto stava per fare. Marisa invece, avendo ormai compreso che la situazione era ormai di grande pericolo, tremava come una foglia tra le mani dei due bruti.

Mentre le galline livornesi rubate al veterinario becchettavano nel cortile, e lo sventurato porcellino dello stesso proprietario si rosolava sul barbecue di fortuna allestito sotto una pianta di limoni, il cane Annibale, più forte del sedativo, si era alzato sulle zampe posteriori e cercava di abbattere il box malfatto dove era stato rinchiuso, per correre in aiuto della sua padrona, dandosi coraggio con poderosi vocalizzi e sonanti ululati, che esplodevano nell’aria limpida del pomeriggio.

Mericano, già su di giri per avere ingurgitato mezza bottiglia di pessimo vino per darsi coraggio nel macellare il suinetto e avendo fumato uno spinello nell’attesa dell’arrosto, premette la sua mano sporca sulla bocca di Marisa, ma si bruciò le dita con la sigaretta che sporgeva come sempre dalla bocca della ragazza. Lei cercava disperatamente di divincolarsi dalla presa dei due bruti, mentre insieme la spingevano verso un traballante divano. Ciruzzo ‘o Sospetto nonostante il soprannome era di certo più incline al furto notturno che alla violenza, e si limitava ad abbracciare la ragazza per bloccarne le braccia. Il residuo senso di colpa della sua coscienza era offuscato dall’effetto di un paio di pastiglie ma anche dall’inebriante profumo della temeraria professionista.

Le forze stavano ormai abbandonando Marisa, che vedeva ormai annebbiarsi la luce del pomeriggio, quando con uno scrosciante rumore di ferraglia, la rete metallica del box di Annibale rovinò nella polvere del giardino, e il molosso con quattro balzi fu addosso a Mericano, azzannandolo dove l’ancestrale istinto lo guidava: lo afferrò al collo da dietro, e nello stringere con le poderose mascelle, lo scrollava ripetutamente per far penetrare meglio i robusti canini: non per niente la sua razza era sempre stata conosciuta in Campania come “Cane da presa”.

Ciruzzo non mollava la sua preda, intuendo che ben presto l’ira del mastino si sarebbe rivolta contro di lui, ma indietreggiava verso una scrostata dispensa per impadronirsi di un revolver appoggiato su di un ripiano, mentre Marisa oramai semisvenuta, si sorreggeva a stento sulle gambe.

In quel momento la porta di ingresso esplose in mille pezzi sotto un poderoso calcio, e nella cucina si catapultò un turbine armato di una grossa pistola.

L’energumeno afferrò Ciruzzo ‘o Sospetto per un braccio storcendoglielo dietro le spalle e sbatté l’uomo contro il muro, quasi a volerlo abbattere con il cranio del malcapitato, mentre dal vano aperto entrarono, scavalcando i resti della porta, Alessandra e Mustafà. I due soccorritori stentavano a sorreggere la povera Marisa. Lei però, anche se quasi collassata per il terrore, era ancora abbastanza in sé da riuscire  richiamare a gran voce Annibale, prima che l’animale inferocito potesse staccare la testa dal collo del Mericano.

Convinto da una serie di urla disperate di Marisa, che avevano anche una funzione liberatoria per la povera donna, Annibale mollò finalmente la presa e venne a salutare la sua padroncina, che nel riempirlo di baci e carezze continuava a sussurrargli nelle grosse orecchie ripetuti «Grazie» e dei  «cane cattivo» mentre lui con l’enorme testone nero le riempiva il volto già rigato di lacrime, di ringhi gioiosi e solide bave.

I due poliziotti, che erano giunti sul posto solo pochi minuti dopo essere stati chiamati, si accertarono delle condizioni di Marisa, poi andarono a occuparsi di quanto rimaneva di Tonino ‘o Mericano. L’ambulanza prontamente sopraggiunta si portò via i due malviventi, dopo che i paramedici li ebbero messi in sicurezza entrambi con collari cervicali e barelle ortopediche, con tanto di sirene spiegate e seguiti da una volante altrettanto rumorosa, più che altro probabilmente per recare disturbo ai pluritraumatizzati passeggeri.

Il giovane agente che era intervenuto per primo si offrì di accompagnare Marisa al pronto soccorso, scusa buona per poter stare ancora un po’ di tempo in sua compagnia, ma la ragazza preferì tornare verso la clinica del dottor Gardenia insieme alla bionda amazzone. Il commando di salvataggio era stato allertato da una telefonata di Mustafà il quale, preoccupato nel veder partire a testa bassa Marisa, aveva pensato di avvisare subito Alessandra per cercare di bloccare la collega nel suo pericoloso intento, dopodiché aveva chiamato la polizia, riportando con parole sue l’indirizzo descritto da zì Mimì, e partendo subito dopo nella stessa direzione.

Al deluso agente di pattuglia non restò altro che raccomandare a Marisa di recarsi al comando per la denuncia, e seguire con occhi adoranti la snella figura della ragazza che dopo aver stampato due baci sulle guance del commosso pizzaiolo egiziano, fece salire la collega sul sedile, e Annibale nel retro del furgone azzurro, da dove l’enorme animale poteva tenere d’occhio la sua amata padroncina e controllare anche il pollame caricato in alcune gabbiette di legno sottratte al cortile dei ladruncoli. Purtroppo le caprette erano già  sparite nel nulla, mentre lo sfortunato maialino venne abbandonato a incenerirsi, inutile e solitario, sulle braci ormai quasi spente.

Giunto che fu nel parcheggio della clinica ormai nel tardo pomeriggio, il furgone espulse i suoi passeggeri tirando un sospiro di sollievo.  Quando il gruppo di veterinarie con galline e cane da presa attraversò la sala d’attesa dell’ambulatorio, venne accolto da un sarcastico quando ignaro titolare.

«Beato chi vi rivede! Bentornate! Salute Annibale, come mai da queste parti? Ma è mai possibile dico io, che per fare una semplice visita domiciliare mi lasciate qui da solo per un’intera giornata? Ma… Perlomeno, vi siete divertite?»

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è La Macchina Anatomica, un thriller ambientato a Portici. Ha già pubblicato il romanzo Il Trentottesimo Elefante; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: Animal Garden e Vesuvio Felix, e una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario.

 

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