Aprile, il punto sulla pandemia

Il nostro medico Carlo Alfaro, Dirigente Medico di Pediatria presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi (Na), ove è titlolare di Incarico professionale di consulenza, studio e ricerca di Adolescentologia, e il report di aprile sulla pandemia da Covid-19 in Italia 

L’ultimo report del Monitoraggio Covid a cura della Cabina di regia di governo, relativo alla settimana dal 29 marzo al 4 aprile, inizia con una notizia incoraggiante: l’indice di trasmissione Rt scende, dallo 0,98 della scorsa settimana, a 0,92, discostandosi di più dunque dalla soglia di pericolosità per la partenza della crescita epidemica dei contagi, che è 1.

In calo anche l’incidenza settimanale, arrivata a 185 casi per 100 mila abitanti rispetto ai 239 di 7 giorni fa, ma ancora ben lontana dal livello di 50 casi per 100.000 che permetterebbe il completo ripristino sul territorio nazionale del tracciamento dei contatti. Inoltre, questo calo di nuovi positivi può essere anche falsato dalla riduzione dei tamponi effettuati durante le festività pasquali.

Anche il sovraccarico dei servizi ospedalieri resta ancora forte: rimane sopra la soglia critica (individuata dal Decreto Ministeriale del 30/4/2020) a livello nazionale sia il tasso di occupazione in terapia intensiva (>30%) che in area medica (>40%).

Anche secondo le rilevazioni di Altems | Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica la situazione dell’epidemia in Italia è ancora preoccupante: la percentuale di casi sulla popolazione è in aumento, al 6,17%; l’indice di positività al tampone è pari al 22,22% (dunque è positivo circa 1 paziente su 5 nuovi soggetti testati); la mortalità resta sempre alta, pari al 4,10%.

Purtroppo la mortalità in Italia, sin dalla prima ondata dell’anno scorso, è sempre particolarmente elevata rispetto ad altri Paesi, in particolar modo in Lombardia e al Nord Italia. In Italia si muore oggi di Covid, secondo le statistiche dell’Università di Oxford, 4,6 volte più dei Tedeschi, 3,5 più degli Spagnoli, 1,6 volte più dei Francesi, pur con lo stesso tasso di popolazione vaccinata. Forse, però, le vaccinazioni in Italia non sono state mirate da subito alla fascia più a rischio, anziani e fragili.

Inoltre, in generale, è noto che il numero dei decessi resta ancora alto anche quando la curva epidemica decresce, poiché il dato è l’ultimo a invertire la sua tendenza riguardando persone ammalate da settimane o mesi.

Tutta la situazione richiede comunque di mantenere ancora rigorose misure di mitigazione (riduzione delle interazioni fisiche tra le persone e della mobilità) sul territorio nazionale.

La situazione epidemiologica ancora difficile dipende sicuramente dell’ampia circolazione di varianti del Sars-CoV-2 a maggior trasmissibilità. Non è noto se le varianti siano dotate anche di maggior aggressività clinica, ma quel che è certo è che se le mutazioni che portano le rendono più trasmissibili, causano più contagi e di conseguenza aumentano ricoveri e morti.

Inoltre, possono aumentare il tasso di re-infezioni se non riconosciute dagli anticorpi sviluppati contro forme precedenti di virus, resistenza ai vaccini e agli anticorpi monoclonali.

Un altro problema è la diagnostica. Per identificare le varianti occorre effettuare il sequenziamento del genoma virale riscontrato nel tampone. Mentre il tampone molecolare svela anche la presenza del virus variante, i test antigenici spesso non rivelano le varianti genetiche e quindi risultano falsamente negativi in presenza invece di alte cariche di variante virale, contribuendo, così, alla loro libera circolazione. E’ stato appena messo a punto in USA un test rapido molecolare (Rpa, amplificazione isotermica della ricombinasi polimerasi) che in 20 minuti è in grado di diagnosticare la presenza di Sars-Cov-2 e sequenziarlo per identificarne le sue varianti.

In Italia in particolare incide la variante “inglese”, che al 18 marzo rappresentava già l’86,7% dei casi di Covid-19, quasi 9 casi su 10 (al 18 febbraio la sua prevalenza era pari al 54%). Tale variante ha una velocità di trasmissione maggiore del 37%, ha tendenza a rimanere per più tempo nell’organismo, facendo sì che un paziente sia infettivo più a lungo, diffonde di più delle varianti classiche tra bambini e adolescenti e sembra offrire una certa resistenza al virus verso la protezione offerta dai vaccini a RNA messaggero (efficace invece Astrazeneca).

In Italia circolano anche la variante “brasiliana” (4%) e la “sudafricana” (0,1%), che potrebbero risentire di meno dell’efficacia dei vaccini a RNAm e, solo per la sudafricana, di Astrazeneca. Sono state riscontrate sul territorio italiano anche la “nigeriana” e la “indiana”, che preoccupano per la resistenza ai vaccini, più molte altre forme con mutazioni puntiformi, di cui non si conoscono l’impatto e le conseguenze.

Negli Usa sono state scoperte diverse nuove varianti più trasmissibili rispetto alle varianti preesistenti e con mutazioni che potrebbero indebolire l’efficacia dei vaccini. Tra queste, preoccupa la variante identificata a New York, che porta la stessa mutazione delle varianti trovate in Sud Africa e Brasile.

L’ultima mutazione del Sars-CoV-2 è stata registrata in Giappone (dove è in corso la quarta ondata di casi), nella città di Tokyo: la variante “Eek” (E484K), che pare riesca sia a sfuggire agli anticorpi generati da una precedente infezione Covid, sia ai vaccini fin qui sviluppati. La “giapponese” è stata segnalata anche in Tirolo (Austria) e si starebbe diffondendo negli Stati Uniti.

Quella contro le varianti è una corsa contro il tempo che si gioca sull’efficienza della campagna vaccinale: più il virus circola più tende a mutare e dare luogo a nuove varianti.

L’unica strategia è dunque quella di bloccare il più possibile la circolazione del virus, velocizzando il più possibile la campagna di vaccinazione, per immunizzare il maggior numero di persone in tempi rapidi, bloccare il virus e impedire così che selezioni nuove mutazioni che possano offrirgli resistenza ai vaccini. Secondo gli scienziati, entro 9-12 mesi potrebbero svilupparsi e diffondersi mutazioni del virus che ridurranno l’efficacia dei vaccini attualmente disponibili, se non si riesce a intensificare la campagna vaccinale planetaria.

Solo attraverso una campagna di vaccinazione di massa a livello globale, in tempi brevi, si può scongiurare il rischio di diffusione incontrollata di nuove varianti resistenti ai vaccini e più diffusive, che allungherebbe di molto i tempi necessari a sconfiggere la pandemia aumentando a dismisura il numero di contagi e vittime. Al ritmo attuale tuttavia si presume che solo il 10% della popolazione nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo sarà vaccinata nel prossimo anno.

Per evitare questo i vaccini anti-Covid dovrebbero diventare un bene pubblico globale, rendendo i brevetti liberi per essere fabbricati da qualunque azienda voglia collaborare alla causa e aumentare la copertura vaccinale globale. Il potenziale delle varianti di sfuggire all’immunità indotta naturalmente e indotta dal vaccino rende inoltre prioritario lo sviluppo di vaccini di nuova generazione che svolgano attività neutralizzante contro le varianti attuali e potenziali future.

Anche in Italia è in ritardo la campagna di vaccinazione, che fa intravedere come un “miraggio” le 500mila somministrazioni al giorno promesse da Draghi e Figliuolo per la metà di aprile. Al 31 marzo sono state vaccinate solo il 61,39% dei 5,1 milioni di cittadini italiani previsti. Il tasso di popolazione vaccinata è attualmente del 12,85%.

I vaccini comunque si stanno rivelando efficaci e anche duraturi: i dati a disposizione suggeriscono fino a 1 anno di immunità e forse anche 2 anni. Certamente bisognerà fare dei richiami, perché il virus non scomparirà del tutto.

Finalmente infine si parla di riaperture anche nel nostro Paese: da maggio, con possibile qualche anticipazione dal 20 aprile.

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