Aspettando Godot in un mondo senza tempo

NAPOLI – Al al Teatro Nuovo di via Montecalvario mercoledì 27 gennaio alle 21 (repliche fino a domenica 31) andrà in scena l’opera più conosciuta di Samuel Beckett, Aspettando Godot.

Prima messinscena beckettiana per Maurizio Scaparro, tra i più autorevoli registi della scena italiana e internazionale, con un quartetto di attori di grande temperamento quali Antonio Salines (Estragone), Luciano Virgilio (Vladimiro), Edoardo Siravo (Pozzo), Enrico Bonavera (Lucky). Accanto a loro Michele Degirolamo nel ruolo del Ragazzo.

Il nuovo allestimento del regista romano, prodotto dal Teatro Carcano di Milano, si avvale delle scene a cura di Francesco Bottai e i costumi di Lorenzo Cutùli.

Scritto dall’autore irlandese Samuel Beckett tra la fine del 1948 e l’inizio del ’49, Aspettando Godot fu subito definito un “capolavoro che provocherà disperazione negli uomini in generale e in quelli di teatro in particolare”.

I vagabondi protagonisti del dramma sono infatti diventati simbolo della condizione dell’uomo del Novecento, l’essere in eterna attesa, vagante verso la morte, punto minuscolo nella vastità di un cosmo ostile, contrassegnato già dalla nascita.

«Sento la responsabilità, il peso e l’emozione – ha raccontato Scaparro – di mettere in scena Aspettando Godot. Quest’opera mi colpisce anzitutto per le sue radici collegate alla millenaria e senza confini Cultura Europea, che noi stiamo colpevolmente dimenticando. Beckett è certamente tra i primi nel Novecento a intuire che, nel mondo attuale, lo spazio per la tragedia si è fatto minimo, entra di nascosto, quasi sotto il velo del gioco, usa toni leggeri e punta talvolta anche al riso».

Estragone e Vladimiro, Pozzo e Lucky, sono antieroi in bombetta: l’uno è spalla dell’altro. Un quartetto indissolubile di marionette che meditano sull’infelice felicità della vita e attendono indolenti e invano un misterioso personaggio, insieme alla luna, a un albero e ai colori della notte. Un gioco tragico che non esclude la leggerezza, la risata e persino la speranza.

Il testo di Beckett ha mille significati: è come uno specchio in cui ciascuno può riconoscere le proprie ansie e turbamenti. Godot diventa metafora di un Dio apatico e disinteressato, ma anche di sogni e desideri delusi. Perché in fondo l’attesa di Beckett somiglia all’assurdità della vita, osservata con tragica tenerezza.

Aspettando Godot continua a essere un ritratto attuale e grottesco di un’umanità imprigionata nelle proprie aspettative, che pure non sa bene quali siano. Un’umanità che vive un eterno presente, sospesa in un universo senza Dio, governato dalla pura e semplice insensatezza, e immersa in un tempo soggettivo, come sospeso.

Peer maggiori informazioni: 0814976267; botteghino@teatronuovonapoli.it

(Ph by Andrea Gatopoulos)

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