Carulì. Chi era costei?

di Michele di Iorio

Il grande Salvatore Di Giacomo nacque a Napoli il 12 marzo del 1860, figlio del medico abruzzese Francesco Saverio  e Patrizia Buongiorno.

Poeta, drammaturgo, scrittore e autore di canzoni napoletane, dopo aver conseguito la maturità al Liceo Classico Vittorio Emanuele di Napoli, sulle orme paterne s’iscrisse alla Facoltà di Medicina, ma non era portato per quegli studi, e si dedicò alla letteratura e alle ricerche sulle origini delle antiche canzoni napoletane. Ancora studente, nel 1880  fondò un giornale letterario, Il Liceo, e due anni dopo iniziò a collaborare con Il Corriere del Mattino – dove curava la cronaca giudiziaria con lo pseudonimo Il paglietta – e quindi  con il Pungolo,  il Pro Patria e ls Gazzetta letteraria. Pubblicava racconti di stile romantico.

Salvatore Di Giacomo fu frequentatore abituale di vari locali artistici e letterari della città, fra cui il cenacolo della piccola birreria Strasburgo in piazza Municipio, dove conobbe Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio.

Di Giacomo ebbe molti amori, taluni solo platonici, ispirati dalle muse del momento. Viene la curiosità, a volte, di conoscere di più sull’origine dei suoi versi, come nel caso della celeberrima A Marechiaro.

Il borgo Marechiaro, non lontano da Posillipo, diventò famoso per la sua canzone, musicata da Francesco Paolo Tosti, che recita «Quanno spónta la luna a Marechiaro, pure li pisce nce fanno a ll’ammore…Se revòtano ll’onne de lu mare: pe’ la priézza cágnano culore… A Marechiaro ce sta na fenesta: la passiona mia ce tuzzuléa…Nu garofano addora ‘int’a na testa, passa ll’acqua pe’ sotto e murmuléa… Scétate, Carulí’, ca ll’aria è doce… »

Lì veramente c’era una finestra affacciata sul mare, e sul davanzale una pianta di garofano… E vicino la trattoria di Vincenzo Anastasio, la cui figlia si chiamava Carolina … Di Giacomo e Tosti erano assidui frequentatori di quella trattoria, dove gustavano gli squisiti patti a base di pesce. Il poeta disse sempre che si era inventato tutto e non esisteva nessuna donna Carolina di cui era innamorato e che aveva  ispirato la canzone della finestrella di Marechiaro. Anzi, diceva che era stato il contrario: fu il trattore ad essere ispirato da A Marechiaro  e che nel 1896 ricreò ad arte lo scenario immaginato da lui …

Nel 1893 Salvatore Di Giacomo, comunque, scrisse il testo di una canzone,  E trezze ‘e Carulina. Ancora una misteriosa Carolina,  un nome di donna che ricorre più di una volta negli scritti del poeta. Coincidenze? Forse sì: era un nome abbastanza comune a Napoli. A noi, romantici irriducibili, piace pensare invece che il sottile sentimento per quella bellezza partenopea abbia accompagnato a lungo don Salvatore …

Da alcuni documenti d’archivio,  si evince infatti che la trattoria di Anastasio esisteva già dal 1880. La sua unica figlia Carolina era molto bella, con riccioli neri e grandi occhi a mandorla , bianca di carnagione. Aiutava il padre servendo ai tavoli proprio negli anni della frequentazione di Di Giacomo, ed era fidanzata con il gelosissimo Carmine Cotugno. In seguito il Cotugno divenne titolare della trattoria, proprio quando il poeta negò che la sua canzone era stata ispirata da una donna reale. Da quel momento, fatto sta, Salvatore Di Giacomo cominciò a diradare le sue visite al locale di Marechiaro. Forse per non fomentare la gelosia di Carmine Cotugno?

Di Giacomo intanto diveniva sempre più famoso. Nominato nel 1903 direttore della sezione Lucchessi Palli della Reale Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III, due anni dopo conobbe Elisa Avigliano, una giovane e romantica studentessa di Nocera Inferiore, di vent’anni più giovane.

A quei tempi era impensabile cedere alle tentazioni e, nonostante Elisa fosse abbastanza emancipata, quasi audace, Salvatore Di Giacomo fu gentiluomo, e scrisse per lei Palomma ‘e notte: «Tiene mente ‘sta palomma/Comme ggira, comm’avota/Comme torna ‘n’ata vota/’Sta ceroggena a ttentà!/Palummè, chist’è ‘nu lume/Nun è rosa o giesummino/E tu a fforza ccà vvicino/Te vuò mettere a vulà!/Vattenne ‘a lloco!/Vattenne, pazzarella!/Va’, palummella, e torna/E torna a ‘st’aria/Accussì fresca e bella!/’O bbì ca i’ pure/Mm’abbaglio chianu chiano,/E ca mm’abbrucio ‘a mano/Pe’ te ne vulè caccià? »

Dopo 11 anni di fidanzamento contrastato dalla possessiva madre di lui, Salvatoe e Elisa si sposarono, ma non ebbero figli.

Nel 1930 il poeta si ammalò di una grave forma di uricemia seguita da atassia nervosa che lo ridusse quasi all’immobilità. Visse la sua malattia  amorevolmente assistito da Elisa.

Salvatore di Giacomo mori a Napoli il 4 aprile del 1934.

3 Responses to Carulì. Chi era costei?

  1. Giuseppe Manetti ha detto:

    Buongiorno, ho letto con molta attenzione l’articolo, faccio i miei complimenti all’autore Michele di Iorio, io sono il nipote di Carmine Cotugno che ha sposato in prime nozze Carolina Anasatasio.
    Quello che dice corrisponde alla verità, molti studiosi della canzone invece credono alla ” favola ” raccontata dallo stesso Di Giacomo.
    Sarei felicissimo di incontrare il sig. Michele al ristorante A’ Fenestella, appartiene ancora ai discendenti di Carmine, per avere un confronto sulla misteriosa storia.
    Ringrazio di vero cuore per l’attenzione

    • Tonia ha detto:

      Salve. La ringraziamo per l’apprezzamento. L’autore dell’articolo Michele Di Iorio le risponderà privatamente.

  2. Giuseppe Manetti ha detto:

    Grazie, ripeto la mia mail:Peppe.manetti@libero.it

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