Castel dell’Ovo tra storia, archeologia e mito

NAPOLI – Il porto di Palepoli probabilmente si trovava davanti Castel dell’Ovo e si estendeva verso Posillipo: è quanto si suppone dopo della scoperta della spedizione archeologica di subacquei napoletani coordinati dalla Libera Università IULM di Milano nell’ambito del Sea. Re N. Project, guidato dal professor Louis Godart, consigliere culturale per il Ministero degli Esteri, accademico dei Lincei e già professore di Filologia Micenea alla Federico II di Napoli, e da Filippo Avilia, direttore scientifico del Progetto di Ricerca Napoli- Rilevamenti geoarcheologici subacquei a Castel dell’Ovo.

Il progetto biennale di tutela e valorizzazione del patrimonio sommerso della IULM è stato finanziato con una prima tranche di 10mila euro. La campagna archeologica subcquea vede la collaborazione del rettore della IULM Mario Negri, della direttrice del Dipartimento Studi Umanistici Giovanna Rocca e della ricercatrice Erika Notti.

Il Sea. Re N. Project prevede l’istituzione di campi scuola in accordo con il Comune di Napoli, la creazione di percorsi turistici subacquei, la realizzazione di un’app e di un sito web e la mappatura di questo tratto di costa.

I pescatori raccontavano da tempo di strutture sommerse, visibili in particolari giornate. Seguendo le tracce individuate nel 2014 a Santa Lucia da Filippo Avilia, le immersioni sono iniziate nello scorso ottobre. Finora a 4,60 metri di profondità sono state trovate una strada e gallerie scavate in una cresta di tufo. Le ricerche continuano, al fine di datare le opere sommerse all’incirca al 650 a.C., quando i greci cumani si insediarono e fondarono la colonia che dal mare si estendeva fino a Monte Echia, l’odierna Pizzofalcone.

L’isolotto, che poi fu chiamato Megaride, probabilmente in origine era una penisola o, meglio, due grandi scogli gemelli legati da una striscia alla terraferma: luogo ideale per un porto.

I due faraglioni fecero da basamento alla favolosa villa di Lucio Licinio Lucullo, il cui giardino probabilmente arrivava fino all’odierna piazza Municipio: è stata infatti riportata alla luce dai recenti scavi sotto il Maschio Angioino una struttura probabilmente riconducibile al complesso. Sulle rovine della villa, in un unico blocco di tufo venne scavata la cittadella murata.

Un luogo magico dove storia e leggenda si fondono. Lo scoglio deve il suo nome a Megarys, amata dal dio Sebeto che morì annagata al largo dell’isolotto. Sebeto si sciolse in lacrime per il dolore e divenne un fiume che andò a sfociare nel posto dove era avvenuta la tragedia, lo stesso luogo dove si dice che si arenasse il corpo della sirena Parthenope, che poi era anche lo scenario di Nicolapesce, mezzo uomo e mezzo pesce. E Castel dell’Ovo pare che debba il suo nome a Virgilio, taumaturgo considerato stregone dal popolo. Il poeta dotò la fortezza di un talismano alchemico: immerse un uovo nell’acqua e lo pose in una gabbia di ferro nascondendolo in una segreta. L’integrità dell’uovo venne così legata indissolubilmente a quella della città.

Castel dell’Ovo in seguito ebbe funzione di monastero dei Basiliani. Vi succedettero altri ordini religiosi, ma poi venne abbandonato a causa delle funeste incursioni saracene. In questa antica struttura per un periodo soggiornò santa Patrizia, quando la nave su cui viaggiava naufragò al largo di Napoli.

Nel corso dei secoli la cittadella murata subì varie trasformazioni: la sua funzione dapprima fu solo quella di struttura difensiva, poi reggia con Ruggero II d’Altavilla. Federico II la fortificò ulteriolmente, mentre in epoca angioina fu arricchita da logge e nuovi ambienti. Con gli aragonesi fu destinata a prigione: vi furono reclusi l’imperatore Romolo Augustolo, Giovanna d’Angiò, il filosofo Tommaso Campanella, accusato di eresia dall’Inquisizione, Francesco De Sanctis.

Dopo il 1860 Castel dell’Ovo divenne presidio della Regia Marina Militare. Dal 1980, è passato al MiBACT e quindi al Comune di Napoli. Oggi è sede della Direzione regionale per i Beni Culturali della Campania.

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