Come evolverà la pandemia?

Carlo Alfaro, Dirigente Medico di Pediatria all’ASLnapoli3sud, Consigliere nazionale Società italiana medicina dell’Adolescenza, si sofferma sull’evoluzione della pandemia 

Un significativo verso di Percy Bysshe Shelley del 1820 recita più o meno: Quando l’inverno è al culmine, vuol dire che la primavera non è lontana. Il che, applicato all’attuale contesto pandemico, può voler dire che forse proprio in questo momento di vorticosa diffusione dei contagi la fine della pandemia potrebbe non essere così lontana.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) avverte che la pandemia è in fase di picco a causa di Omicron, la variante che continua a conquistare il mondo grazie a un livello di trasmissibilità senza precedenti.

La scorsa settimana sono stati segnalati nel mondo più di 18 milioni di casi (e si pensa sia una sottostima), i sistemi sanitari sono sovraccarichi, ogni settimana si registrano quasi 50mila morti. Nel periodo compreso fra il 10 e il 16 gennaio, il record del maggior numero di nuovi casi di Covid-19 in 7 giorni è stato registrato negli Stati Uniti, seguito da Francia, India, Italia e Regno Unito.

Anche se è il Sudest asiatico ad aver riportato secondo l’Oms l’incremento maggiore di nuove diagnosi negli ultimi 7 giorni, l’Europa continua ad essere preda della diffusione del virus: l’ultimo aggiornamento del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) sulla mappa dei contagi al 20 gennaio fotografa quasi tutte le Regioni europee, compresa l’Italia, in rosso scuro per la seconda settimana consecutiva.

Ciononostante, si assiste a una lieve flessione della curva epidemica italiana. Il monitoraggio settimanale della Fondazione Gimbe relativo al periodo 12-18 gennaio 2022 denuncia un calo dell’incremento dei nuovi casi, sebbene si registri un incremento dei ricoveri e dei decessi (che riflettono i contagi delle settimane antecedenti).

Anche il monitoraggio settimanale dell’Istituto superiore della sanità/Ministero della salute mostra timidi segnali di un raffreddamento della curva epidemica, con stabilizzazione dell’incidenza settimanale di nuovi casi (sui 2.000 per 100 mila abitanti) e indice Rt in lieve discesa, anche se i ricoveri sono in ogni caso aumentati.

Secondo gli esperti, l’Italia potrebbe aver raggiunto il picco dei contagi e si potrebbe avviare verso una fase migliore caratterizzata dalla presenza di una popolazione in gran parte vaccinata oppure entrata in contatto col virus, e dunque resistente. Anche Gran Bretagna e Francia registrano un inizio di declino della curva dopo il picco. A questo punto qualsiasi nuova variante troverebbe con buona probabilità la maggior parte della popolazione resistente. Questa situazione viene definita “endemia”: persistenza del virus nella popolazione con casi sporadici che non mandano in tilt i sistemi di assistenza sanitaria. Anche per l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) con il diffondersi di Omicron il virus sta virando verso l’endemizzazione.

Sicuramente il passo decisivo verso la soluzione è l’aumento della copertura vaccinale. Con le oltre 4,5 milioni di dosi di vaccino somministrate nell’ultima settimana, l’Italia si colloca al terzo posto in Europa e undicesimo a livello globale per dosi somministrate ogni 100 abitanti. Ormai la copertura con due dosi riguarda il 90% della popolazione nazionale e le dosi booster hanno raggiunto il 70% della popolazione interessata. Per le persone vaccinate è almeno 10 volte meno probabile contrarre malattia grave o morire, inoltre si ammalano di meno e contagiano di meno. Tutto ciò rende la convivenza col virus sempre più più sostenibile.

Gli studiosi comunque ricordano che, anche se i vaccini sono importanti, gli interventi non farmacologici, come l’uso di mascherine e il distanziamento sociale, sono altrettanto importanti in quanto non solo aiutano a ridurre i casi, ma limitano anche la possibilità che possano emergere nuove varianti in grado di sfuggire all’immunità.

Un’incognita sulla fine della pandemia rimane la scarsa copertura vaccinale in alcuni Paesi. Pensiamo che, secondo l’Oms, in Africa ben 1 miliardo di persone non ha ricevuto neanche la prima dose (più dell’85% della popolazione). A fronte di 9,4 miliardi di dosi di vaccino somministrate fino ad oggi nel mondo, ci sono 90 Paesi che non hanno vaccinato il 40% della loro popolazione e 36 nemmeno il 10%!

Una prospettiva interessante per comprendere quanto accadrà in futuro è lo studio dell’Università del Maryland pubblicato sul British Medical Journal, che analizzando quanto accaduto nel 1918 con l’influenza spagnola, nel 1957 con l’asiatica e nel 1968 con l’influenza di Hong Kong, presuppone che non vi sarà una fine vera e propria della pandemia, ma l’attenzione al Covid-19 svanirà gradualmente, mentre la società si adatta a convivere con il nuovo agente patogeno e la vita sociale torna alla normalità.

 

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