Come un dito nel culo – V e ultimo capitolo

di Giovanni Renella

V capitolo

 «Galasso è uno dei soci del centro diagnostico e segue da vicino anche l’attività amministrativa – precisò Calabrese – per cui Giovanna si è trovata a lavorare a stretto contatto con lui; e, se c’era da fare, mia moglie non stava lì a guardare l’orologio e si tratteneva in ufficio anche oltre l’orario di lavoro: così penso sia stato almeno all’inizio – disse Alfredo abbassando lo sguardo – Poi con la scusa delle scadenze fiscali, dell’aggiornamento del software, delle buste paga del personale, Giovanna finiva con il trascorrere al centro diagnostico quasi ogni sabato mattina, quando la struttura era chiusa al pubblico.

È stato proprio uno di quei sabati che ho deciso di farle una sorpresa e sono andato a prenderla, a mezzogiorno, all’uscita dal centro. Ero lì, ad aspettarla, e li ho visti scendere insieme giù per le scale; non che si tenessero per mano o fossero una sotto il braccio dell’altro, ma i loro sguardi…

Commissario, se avete amato una persona, almeno il ricordo, di certi sguardi che avete scambiato con lei, non potete dimenticarlo. E in quel momento io ho visto quello sguardo negli occhi di mia moglie, ma non era rivolto a me. Mi sono sentito morire, sarei voluto sprofondare, ma lei era distante e non si è accorta di nulla. Lui sì, però. Luigi Galasso ha capito al volo che avevo colto quello scambio di sguardi fra di loro, ma invece di avere almeno la decenza di far finta di nulla, mi ha lanciato un’occhiata di sfida, come a volermi far capire che poco prima stava scopando con mia moglie!

In quel momento, commissario, ho avvertito una sensazione di fastidio insopportabile, come se qualcuno mi stesse infilando un dito nel culo! Quella merda d’uomo di Luigi Galasso voleva che io avessi la piena consapevolezza che Giovanna mi tradisse con lui, per il sottile e sadico piacere di oltraggiare chi avrebbe sofferto di più per la sua ennesima conquista. Per lui, e per quelli come lui, mia moglie e le donne degli altri non sono altro che prede, trofei di cui vantarsi con gli amici!»

Svuotato dalla veemenza di quella confessione liberatoria, che era venuta fuori come se fosse stata rigurgitata dal profondo dello stomaco, Alfredo Calabrese si accasciò sulla sedia, come se stesse per perdere i sensi.

Iezzo lo fissò per qualche istante, senza dire nulla, ma provando una gran pena per quell’uomo che aveva l’unico torto di amare ancora la moglie che lo aveva tradito.

Mentre il poliziotto si domandava come avrebbe potuto riprendere il filo del discorso interrotto, Calabrese tornò al suo racconto.

«Sono rimasto fermo, o meglio ero impietrito, mentre aspettavo che Giovanna arrivasse alla fine di quella rampa di scale, ma ho fatto finta di nulla; ho abbozzato un saluto e mi sono incamminato accanto a mia moglie verso l’auto. Non ho detto nulla, perché quando una cosa ti è chiara è inutile chiedere conferme o stare lì ad indagare.

Quel sabato mattina mi sono sentito l’uomo più solo del mondo e ho finito con l’allontanarmi ancora di più da Giovanna. Non so dirvi se in seguito mia moglie abbia avuto il sentore che io sapessi della sua storia con Galasso. Non ne abbiamo mai parlato, neanche quando quell’infame l’ha scaricata. Che fosse tutto finito l’ho capito la sera in cui è rientrata dall’ufficio con gli occhi lucidi; mi disse di essere raffreddata, ma poi l’ho sentita soffocare il suo pianto nel bagno: lui si era stancato e le aveva dato il benservito.

Commissà ma voi ci avete fatto caso a come sono strane le persone quando c’è di mezzo l’amore? Io avrei dovuto quanto meno essere sollevato dal fatto che la storia fra di loro era chiusa e che quel porco finalmente aveva smesso di mettere le sue luride mani addosso a mia moglie; e invece mi dispiaceva vedere Giovanna soffrire per essere stata lasciata! Si può essere così coglioni? O è questo l’amore? Non lo so, ma io mia moglie non l’ho mai lasciata: l’amo ancora, anche se non glielo so dire.»

Il poliziotto guardava l’infermiere che aveva gli occhi lucidi e in quello sguardo vedeva, specchiandosi, anche la sua storia, che però aveva avuto un esito diverso, con il definitivo allontanamento di sua moglie.

«Alfredo – disse con tono comprensivo Iezzo – ora, però, mi deve far capire come ha saputo della truffa.»

«Il mese scorso – riprese Calabrese – un mio conoscente è venuto nell’ospedale dove lavoro. Era molto preoccupato, perché il famoso urologo Galasso gli aveva riscontrato un sospetto ingrossamento della prostata. Poiché sta attraversando un periodo di difficoltà economiche, non potendo permettersi di andare al laboratorio del dottor Buondonno, dove l’aveva indirizzato Galasso, mi ha chiesto se potevo fargli fare le analisi gratuitamente in ospedale. Grazie al buon ufficio di qualche collega compiacente, non mi è stato difficile favorirlo, perché fra di noi ci scambiamo questo genere di cortesie.

Sta di fatto che dai controlli è emerso che il PSA era nella norma. Quando l’ha saputo, il mio conoscente era felice come una pasqua, anche perché non avvertiva alcun disturbo e solo per routine si era sottoposto alla visita di controllo.

Di quella cantonata dell’infallibile urologo ne ho parlato con Giovanna, per il solo gusto di screditarlo un po’ ai suoi occhi, ora che tutto era finito: che magre consolazioni tendono a prendersi gli uomini feriti nell’orgoglio, eh Commissà?

Giovanna mi è sembrata davvero meravigliata perché Galasso ha fama di essere un eccellente diagnostico, come dimostrano quel centinaio d’interventi alla prostata effettuati ogni anno. E in nessun caso una sua diagnosi di carcinoma alla prostata non è stata in seguito confermata dagli esami di rito, per poi tradursi in una prostatectomia, peraltro eseguita con successo: questo è quello che risultava a Giovanna dalle cartelle cliniche e dalle relative fatture che lei aveva il compito di registrare e archiviare.

A quel punto, mi è venuto il dubbio che in ospedale, per superficialità, avessero potuto commettere qualche errore con le analisi del mio conoscente, e mi sono adoperato per farlo visitare dal nostro urologo: niente, una prostata sana che più sana non si poteva! Con un’espressione di visibile soddisfazione stampata sul volto, ho riferito l’accaduto a Giovanna, confermandole che Luigi Galasso questa volta aveva toppato alla grande!

Lì per lì, mia moglie non ha commentato; poi, due giorni fa, è tornata a casa visibilmente turbata e mi ha mostrato un referto clinico trovato per caso: era finito, chissà come, sotto una scrivania, accanto al tritadocumenti. Mentre lo rimetteva a posto, ha notato che nella cartella clinica del cliente c’era un altro referto di esami eseguiti nello stesso giorno: stesso paziente, ma diagnosi opposte!

La relazione clinica trovata sotto la scrivania raccontava di una prostata sana; l’altra, conservata agli atti insieme a tanto di fattura per l’intervento chirurgico eseguito successivamente, evidenziava la presenza di un carcinoma!

Le fotocopie di entrambi i referti, sia il vero che il falso – concluse Calabrese- sono gli unici documenti che posso fornirvi come prova di quanto vi ho raccontato. Poi, stando a quanto mi ha detto Giovanna, vi dico solo che negli ultimi nove mesi le prostatectomie eseguite da Luigi Galasso sono state circa ottanta. Adesso spetta a voi provare se quelle prostate erano sane o malate: io non so altro.»

Era già notte inoltrata quando il Commissario Iezzo congedò Alfredo Calabrese invitandolo a tenersi a disposizione nei giorni a venire.

«Ah Commissà, prima di venire da voi – aggiunse Alfredo nell’allontanarsi – ho saputo che il dottor Luigi Galasso ieri pomeriggio è stato ricoverato nell’ospedale dove lavoro. Sembra che sia stato aggredito da uno sconosciuto col volto coperto e che sia ridotto molto male: pare che gli abbiano fracassato le ossa delle mani. Me l’ha detto un mio collega che era di turno al pronto soccorso, perché sa che la mia Giovanna lavora da lui. Peccato: sembra che non potrà più operare! La saluto, Commissario.»

Dalla finestra del suo ufficio, Iezzo seguì Calabrese con lo sguardo mentre attraversava la strada.

Sull’altro marciapiede il commissario intravide la sagoma di una donna che lo stava aspettando, da chissà quante ore.

Il tempo di raggiungerla e lei era già sotto il suo braccio, con la testa appoggiata sulla sua spalla, mentre s’incamminava con lui verso casa.

Fine

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Nato a Napoli nel ‘63, agli inizi degli anni ’90 Giovanni Renella ha lavorato come giornalista per i servizi radiofonici esteri della RAI. Ha pubblicato una prima raccolta di short stories, intitolata  “Don Terzino e altri racconti” (Graus ed. 2017), con cui ha vinto il premio internazionale di letteratura “Enrico Bonino” (2017), ha ricevuto una menzione speciale al premio “Scriviamo insieme” (2017) ed è stato fra i finalisti del premio “Giovane Holden” (2017). Nel 2017 con il racconto “Bellezza d’antan” ha vinto il premio “A… Bi… Ci… Zeta” e nel 2018 è stato fra i finalisti della prima edizione del Premio Letterario Cavea con il racconto “Sovrapposizioni”. Altri suoi racconti sono stati inseriti nelle antologie “Sette son le note” (Alcheringa ed. 2018) e “Ti racconto una favola” (Kimerik ed. 2018).

 

 

Un pensiero riguardo “Come un dito nel culo – V e ultimo capitolo

  • 7 Aprile 2019 in 15:24
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    Storia intrigante,ben scritta ,un piccolo”capolavoro ” noir,che non ha nulla da invidiare a quelle di altri scrittori “blasonati”

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