Figli di Portici famosi: il vescovo Giuseppe Capecelatro

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Giuseppe Capecelatro è nato a Napoli, il 25 settembre 1744, da Tommaso dei duchi di Morrone e da Maddalena Perrelli dei duchi di Montestarace.

Patrizio napoletano, ha sostenuto «… i suoi primi studi nel collegio di famiglia Capece, poi in quello dei nobili tenuto dai gesuiti».

Iscrittosi all’Università di Napoli, studiando «… teologia sotto la guida di Alessio Simmaco Mazzocchi, diritto con Giuseppe Pasquale Cirillo, filosofia ed economia alla scuola di Antonio Genovesi», si è addottorato in legge.

Il 19 dicembre 1766, non ancora ventiduenne, è stato ordinato sacerdote.

Di lì a poco, promosso canonico della cattedrale napoletana, è stato nominato cappellano del tesoro di San Gennaro.

Il 29 gennaio 1770, seguendo «… l’esempio di molti esponenti del clero partenopeo, si iscrisse alla Congregazione delle apostoliche missioni».

In un saggio Delle feste de’ cristiani. Opera di D. Giusepope Capecelatro patrizio e canonico napoletano, edito a Napoli nel 1771, ha raccolto le sue prime esperienze pastorali.

Con questo suo scritto ha:

  • denunciato «… la sregolatezza degli ecclesiastici» che considera «origine della corruttela dei popoli».
  • polemizzato «… contro i pastori lassisti e contro Ludovico Antonio Muratori, il quale sosteneva che la ridotta osservanza del precetto cristiano fosse sintomo di una mutata mentalità e di nuove esigenze economico-sociali».

Grazie all’appoggio dello zio materno, il cardinale Nicola Perrelli (Napoli, 22 ottobre 1696 – Roma, 24 febbraio 1772), ha potuto trasferirsi a Roma per intraprendervi la carriera curiale.

Nella città dei papi, ha frequentato l’Università la Sapienza, dove, l’11 maggio 1773, ha conseguito il dottorato in utroque iure, vale a dire dottore nell’uno e nell’altro diritto.

Laureato in diritto civile e in diritto canonico, ha ottenuto l’impiego di referendario delle due Segnature (di Grazia e di Giustizia) e quello di avvocato concistoriale.

Incarichi tenuti fino alla sua promozione vescovile.

Durante la permanenza romana, ha pubblicato la Dissertatio ad titulum codicis de legatis et fideicommissis, Roma, 1773 e la Bucolica di P. Virgilio Marone tradotta in italiano in versi sdruccioli, Napoli, 1775.

Nel Consiglio di Stato dell’11 marzo del 1778, fortemente appoggiato dal ministro Bernardo Tanucci che «… conosceva li suoi talenti e se ne voleva prevalere», è stato nominato per designazione sovrana arcivescovo di Taranto.

Il 30 marzo 1778, promosso arcivescovo di Taranto, è stato quindi, consacrato a Roma, il successivo 12 aprile.

Al suo arrivo a Taranto, sotto l’aspetto religioso, ha dato «… l’avvio di numerosi cambiamenti imposti con una lunga serie di editti rivolti soprattutto a liberare i culti, le devozioni e la liturgia dalle superstizioni».

Allo stesso tempo, sotto l’aspetto sociale, sensibile alla condizione delle classi più indigenti, «… l’unico uomo di spirito e potenza attiva nella zona», ha intravisto nella lavorazione del bisso l’opportunità di migliorare lo stile di vita e superare la difficile situazione economica dei Tarantini.

Per cui, rinunciando alla carriera ecclesiastica, senza esitare, «… ha abbandonato la via dell’ambizione color porpora per dedicare la sua vita e il suo ingegno al benessere del gregge e al miglioramento del suo paese nativo».

Nel 1780, per aver controfirmato la dedica alla zarina Caterina II di Russia (Ekaterina II Alekseevna: Stettino, 2 maggio 1729 – Carskoe Selo, 17 novembre 1796), è stato ritenuto l’autore dell’opuscolo Spiegazione delle conchiglie che si trovano nel piccolo mare di Taranto, pubblicato a Napoli.

Nel 1788, su invito del ministro John Francis Edward Acton (Besançon, 3 giugno 1736 – Palermo, 12 agosto 1811), ha partecipato «… alla polemica giurisdizionalista condotta dal governo borbonico contro la Chiesa sul c.d. omaggio della Chinea».

In tale frangente, in forma anonima, a Napoli e non a Filadelfia, ha pubblicato il Discorso istorico-politico dell’origine, del progresso e della decadenza del potere de’ chierici su le signorie temporali.

Una critica sulle «… usurpazioni del clero del potere temporale a detrimento della “ragion di stato spirituale” e il celibato ecclesiastico ritenuto in contrasto con le leggi di natura ed opposto alla morale di Gesù Cristo».

Ribadendo in toto il contenuto del suo precedente lavoro, nel maggio del 1789, sempre a Napoli, ha dato alle stampe le Riflessioni sul discorso istorico-politico, dialogo del sig. Censorini italiano col sig. Ramour francese.

Entrambi i saggi sono stati «… posti all’Indice con i decreti del S. Uffizio del 29 gennaio 1789 e del 20 febbraio 1794 perché contenenti asserzioni false, sedizione, eretiche, ingiuriose alla libertà ed alla immunità ecclesiastica, distruttive del primato del Papa, con tendenza manifesta allo scisma e alla ribellione».

Nel corso del primo decennio di episcopato, pur tentando di risiedere stabilmente a Taranto, non vi è riuscito. Da insorgenti difficoltà di acclimatamento, è stato costretto a tornare a Napoli e rimanervi per due lunghi periodi.

A Napoli, successivamente ai moti che hanno portato alla cacciata del re e alla  proclamazione della repubblica, avvenuta il 23 gennaio 1799, ha aderito alla Repubblica Partenopea.

Forte della sua posizione, con fattivo impegno, si è dato da fare affinché la città di Taranto, accettando il nuovo corso politico, iniziasse a “democratizzarsi”.

Per questa sua condotta, non passata inosservata,  dopo la caduta della Repubblica, 13 giugno 1800, è stato arrestato dalla restaurazione borbonica.

Condannato a dieci anni di reclusione, imprigionato, ha subito il carcere fino alla concessione dell’indulto concesso dal Borbone nel 1801.

Sprigionato, anziché rientrare a Taranto, «… probabilmente perché amareggiato dalle accuse che il clero locale aveva mosso contro di lui tra il 1799 e il 1801», è rimasto a Napoli.

Dalla sua residenza, ha continuato «… ad amministrare la sua diocesi a distanza tramite il suo fidato vicario generale Antonio Tanza».

Nel 1806, alla contessa tedesca Elisa Von der Recke, sua ospite nella villa a Portici, ha regalato «… un paio di guanti guantati di marrone, di cui non conoscevo il tessuto di seta; Il suo nome è Byssus e si trova in un mollusco del mare chiamato Pinna Marina».

Nel luglio del 1806, nominato dal francese Giuseppe Bonaparte (Corte, in Corsica, 7 gennaio 1768 – Firenze, 28 luglio 1844), nuovo re di Napoli, è diventato consigliere di stato e presidente della Sezione del Consiglio di Stato sugli Affari del Culto, In quest’ultimo ruolo, ha:

  • elaborato un «… Piano su le riforme del Clero e degli ordini religiosi» in cui difese la clausura monacale e la vita comune dei religiosi, come tipi di presenza pastorale meno influenzata dall’ambiente»;
  • predisposto un «… parere su la deficienza dei vescovi nel regno per lo rifiuto del Papa» nel quale sostenne che «la nomina de’ Prelati ne’ propri Dominj appartiene al Principe Regnante, non già come una concessione fatta dalla S. Sede, o per indulto, o per Concordato, ma bensì come uno dei principali doveri del Sovrano ch’esercita i diritti originarj della Corona».

Dopo il ritorno sul trono di Napoli di re Ferdinando IV di Borbone (Ferdinando Antonio Pasquale Giovanni Nepomuceno Serafino Gennaro Benedetto; Napoli, 12 gennaio 1751 – Napoli, 4 gennaio 1825), nel 1817, ha avuto l’ordine di rientrare nella diocesi di Taranto, dove mancava da quindici anni.

Rifiutatosi, ha lasciato l’incarico inviando una lettera pastorale di addio intitolata Al clero e al popolo della diocesi tarantina.

Nel mese di marzo dello stesso anno, ha comunicato a papa Pio VII (Giovanni Angelico o Giannangelo Braschi; Cesena, 25 dicembre 1717 – Valence-sur-Rhône, 29 agosto 1799) la sua formale rinunzia all’arcivescovato.

Tra l’agosto 1808 e il novembre 1809,  dal nuovo re di Napoli Gioacchino Murat (Joachim Murat-Jordy: Labastide-Fortunière, 25 marzo 1767 – Pizzo Calabro, 13 ottobre 1815), ha ottenuto la nomina a ministro dell’Interno.

Contestualmente, dal Consiglio di Stato e da quello dei ministri, ha avuto altri incarichi: «… trasformazioni urbanistiche nella capitale e nelle città di provincia, ordinamento della pubblica istruzione con insegnamento elementare obbligatorio anche nei comuni più poveri, formazione di maestri e maestre, utilizzazione dei curati come maestri nei cosiddetti comuni di terza classe e come garanti dell’insegnamento nei comuni di classe inferiore, riordinamento della disciplina ecclesiastica concernente in particolare una nuova ripartizione delle diocesi, revisione dei benefici con cura d’anime, soppressione di vari enti con relativa nazionalizzazione dei beni».

Inoltre, sostituito nella carica, grazie anche all’amicizia stretta con Carolina Bonaparte (Maria Annunziata Carolina Bonaparte (Ajaccio, Corsica, 25 marzo 1782 – Firenze 18 maggio 1839), è divenuto primo elemosiniere della regina, direttore del museo reale delle arti e degli stabilimenti di educazione.

Letterato ha incarnato «… la cultura illuministica napoletana, per nulla velata da preconcetti confessionali, intessendo una fitta rete di rapporti con personaggi di spicco di tutta Europa che non mancarono di onorarlo di una visita a Taranto nella sua villa sul mar piccolo o a Portici nel suo soggiorno campestre di Leucopetra. Scrive Benedetto Croce:

«Gli resero visita, frequentarono la sua conversazione, legarono con lui carteggio epistolare sovrani e principi e principesse, scienziati e poeti e artisti di due generazioni, da quella degli ultimi decenni dell’ancien régime a quella del primo romanticismo: da Caterina II, Leopoldo di Toscana, Gustavo III di Svezia, Amalia di Weimar, e Goethe e Herder e Münter e Swinburne e Kotzebue, fino alla Staël, a lady Morgan, a Sismondi, Ballanche, Allessandro di Humboldt, Casimir de la Vigne, Walter Scott, Lamartine, re Luigi di Baviera».

Il vescovo Giuseppe Capecelatro si spegne all’età di novantadue anni a Napoli, il 2 novembre 1836.

Le sue spoglie mortali vengono depositate nella chiesa di San Pasquale a Chiaia.

 

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