Figli di Portici famosi: Ser Gianni Caracciolo

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Giovanni Caracciolo, conosciuto come Sergianni o Ser Gianni è nato a Napoli, nell’anno 1372 circa, da Francesco Caracciolo e da Isabella Sardo, discendente di un ramo della famiglia del Sole de’ Pasquitz

Nel 1415, a fronte di un prestito fatto alla regnante napoletana, con la riserva di scioglimento del contratto alla restituzione del danaro, per la vile somma di 2.000 ducati d’oro, ha ricevuto in pegno la castellania di Torre del Greco.

La Castellania, oltre a quello corallino, comprende anche i territori dei casali di Resina e di Portici con Cremano.

Al foglio 67 terg. dell’Indice dei Registri Angioini, si legge: “Vir mag.cus Ioannes Caraczulus de Neap. miles comes Avellini magnus senescallus Regni Collateralis Consil. et fidelis dilectus pro ducatis auri duobus mille habet loco pignoris a Resina Terram Turris octave”.

Nel 1416, conte di Avellino e principe di Capua, presto, è diventato l’amante ufficiale della regina di Napoli Giovanna II d’Angiò di Durazzo, «… pur essendo già sposato, fin dall’età di vent’anni, con Caterina Filangieri, contessa di Avellino».

La relazione amorosa intrecciata con la regina è stata continuamente caratterizzata da continui contrasti e disaccordi, «… viziato all’origine dall’intreccio di sentimenti, ambizioni e potere sul quale reggeva».

Sin dai primi tempi della relazione, nel duplice ruolo di nuovo favorito e di suo primo ministro in qualità di gran siniscalco del Regno, ha esercitato una forte influenza sulla regina.

Contestualmente, ha assunto «… un ruolo preponderante nella politica del regno di Napoli, investito dalla sovrana dell’autorità di assumere motu proprio molte decisioni di fondamentale importanza».

In quest’ambito, è stato l’artefice della rottura delle relazioni tra la regina Giovanni II e il papa Martino V (Ottone Colonna: Genazzano: Roma, 1368 – Roma, 20 febbraio 1431). L’averla indotta a rifiutare il contributo al sommo pontefice, «… che in quanto signore feudale del regno napoletano aveva chiesto a Giovanna sostegno economico per la ricostituzione del suo esercito», è stata la causa della cessazione delle relazioni tra i due sovrani;

dell’alleanza, siglata nel 1420, con Alfonso I d’Aragona (Medina del Campo, in Spagna, 1396 – Napoli, 25 giugno 1458), per contrastare le pretese di Luigi III d’Angiò (1403 – Cosenza, 12 novembre 1434),  alleato di papa Martino V.

Forte della sua posizione privilegiata di favorito e consigliere della sovrana angioina ha acquisito un crescente potere. Ciò gli ha consentito di aggiungere al suo già  cospicuo patrimonio personale nuovi altri numerosi possedimenti .

Effettivamente, intorno al 1425,  vantava  i titoli di «… Conte di Avellino col possesso di Capua, Ravenna, Sant’Erasmo, Santa Maria Capua Vetere, Torre del Greco, Ottaiano, Policastro, Lagonegro, Campagna, Contursi, Postiglione e Roccagloriosa in Bisanzio, Signore di Cerignola e Orta (feudi acquistati e poi ceduti al fratello Rattaco IV), Conte di San Giorgio Morgeto e Polistena e Duca di Venosa col possesso di Melfi, Atella, Ripcandida e Rapolla».

Tuttavia, questa sua incontrollata ambizione, l’avidità di potere e di accumulare ricchezze hanno provocato l’irritazione della sovrana, con l’immancabile progressiva degenerazione del loro rapporto.

Il legame che lo unisce alla sovrana, è ormai irrimediabilmente destinato a peggiorato sempre più.

In uno degli ultimi incontri, avuto il 20 agosto 1432, ha avanzato ancora «… nuove pretese, e, non vedendole soddisfatte, colmò di villanie e percosse la regina».

Effettivamente, al conseguente diniego della regina alla sua richiesta di ottenere il Principato di Salerno, indispettito e accecato dall’ira, non ha esitato ad aggredirla e picchiarla.

Il suo oltraggioso gesto ha prodotto drastiche conseguenze; infatti, su ordine della regina, offesa per l’aggressione subita, ha subito l’immediata confisca di tutti i suoi beni e l’arresto per lesa maestà.

Inoltre, «preoccupata dalle sue ambizioni», istigata dalla cugina, la duchessa di Sessa Jacovella Ruffo, nota come Covella, nemica acerrima del Caracciolo, la regina ha deciso di liberarsi della sua invadente presenza.

Pertanto, poco dopo la mezzanotte del 25 agosto, durante la notte, l’ha fatto  convocare con inganno in Castelcapuano.

Qui, in un agguato tesogli dai suoi più accesi nemici, è stato assalito da Ottino Caracciolo, Marino Boffa, Pietro Palagano, Francesco Cimino e Leonardo Bucio, detto lo Squatra.

Giovanni Caracciolo del Sole de’ Pasquitz, trafitto da venti colpi di pugnale infertigli da un gruppo di sicari, cade assassinato a Napoli il 25 agosto 1432.

Le sue spoglie mortali vengono deposte nel monumentale sacello posto all’interno della chiesa di San Giovanni a Carbonara in Napoli.

Immediatamente dopo la sua uccisione, ogni sera, i ragazzi del popolo cantano una satirica e al tempo stesso macabra canzone, la quale dopo ogni strofa, replica:

Muorto è lu purpo e sta sotto la preta,/Muorto è Ser Janni figlio de poeta.

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