Figli di Portici famosi: Giambattista Orso dei Lierano

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Giambattista Orso dei Lierano è nato a Eboli, in provincia di Salerno, nel 1567 circa.

Nell’anno 1584, diciassettenne è entrato nella Compagnia di Gesù.

Sacerdote, nel 1600, è stato «… missionario a Tunisi presso i cristiani fatti schiavi dai pirati barbareschi».

Professore di retorica, poi, è stato rettore dei collegi dell’Aquila, di Cosenza e di Nola.

Considerato «… uno dei primi epigrafisti de’ suoi tempi», in più occasioni ha steso il testo di memorabili epigrafi, molte delle quali ancora visibili.

Ingegnere, per volere di «… Maria Bermudez De Castro», ha diretto i lavori per la costruzione della Casa Santa degli Incurabili nel tenimento di Portici. Località prescelta dai padri Gesuiti, perchè più idonea a «… ricoverare i malati o i convalescenti del Collegio del Gesù Vecchio in Napoli».

Nel corso dei lavori, ospite presso la Casa dei Gesuiti, da Portici ha assistito alla tremenda eruzione vesuviana del 16 dicembre 1631. Diretto testimone, ha lasciato «… una sua preziosa testimonianza manoscritta», dettando la sua narrazione al confratello Saverio Santagata.

Nel 1632, ha avuto dal vicerè Manuel de Acevedo y Zúñiga conte di Monterrey, (Villalpando, 1586 – Madrid, 1653) «… l’incarico di comporre il testo di due lapidi in latino da incidere nel marmo a perpetua memoria della sciagura e a monito delle generazioni future». Pertanto, ha dettato il testo in latino delle due iscrizioni:

  • la prima «… scolpita nel così detto Epitaffio di Portici». «Posteri posteri» è l’incipit del monumento, «… per ordine del Viceré, spagnolo», posto sulla strada regia delle Calabrie, prima di fronte all’attuale via Carlo e Luigi Giordano, poi sistemato all’angolo tra l’odierno corso Giuseppe Garibaldi e via Emanuele Gianturco.
  • la seconda, incisa nel notorio Epitaffio di Torre del Greco, «… murata al confine tra Torre del Greco e Torre Annunziata”.

Sono sue anche le epigrafi apposte nel complesso gesuitico porticese, rispettivamente, «… l’una subito dopo la emenda sciagura, sulla porta della chiesa, e l’altra, cinque anni dopo, sulla casa, perché nel 1636 cominciò ad essere abitata, divenendo Casa Santa degli Incurabili”.

Queste, purtroppo, sono state rimosse a seguito dell’espulsione di Gesuiti dal Regno di Napoli e di Sicilia, avvenuta nel 1754. Alla loro partenza fu tolta ogni cosa, quasi avessero voluto cancellare «… tutto ciò che poteva ricordare la loro passata presenza».

il padre gesuita Giambattista Orso dei Lierano, settuagenario, muore a Portici, l‘1 marzo 1637.

Per contezza, si riportano l’accenno all’episodio e il testo delle sole iscrizioni commemorative o celebrative legate a eventi porticesi.

1609 – Il corso del fiumicello, che in epoca romana scorre verso valle, è stato coperto dalla lava eruttata dal Vesuvio nel lontano 79, facendone perdere ogni traccia.

Improvvisamente, l’acqua riappare in superficie nell’area litorale di Portici; infatti, «… scorre ancora, sfociando alle Mortelle, dietro lo stabilimento della Montecatini fino al “Bagno Arturo”». Questa la traduzione in italiano:

«Riveggo di nuovo questa luce, e strappata dal rogo sono restituita al cielo. Avevo creduto che tutta la terra avesse bruciato, essendo Imperatore Tito, quando, per oltre millecinquecento anni, schiacciata dal peso delle ceneri, che il Vesuvio con immane incendio aveva eruttato, pure scampata (dalle rovine), non trovavo l’uscita. O felice vicenda! Sotto il regno di Filippo III, per benignità e potenza superiore a Tito, il Vicerè Pietro Fernandez de Castro, Conte di Lema, oltremodo premuroso degli affari del regno, alla città già provveduta di molti vantaggi, elargendo abbondanza d’acqua, opportunità di mulini, aprì a me il cielo, e a te me stessa. Tu, chiunque sii, mirami rediviva e bevi».

1631 – Il 16 dicembre, i lavori dell’erigenda chiesa della Madonna del Monserrato e del convalescenziario vengono sospesi a causa della catastrofica eruzione del Vesuvio.

Le parti già edificate, che hanno già «… raggiunto un’altezza di due metri», seppur toccate dalla «… furia vulcanica», fortunatamente, per «… istraordinaria provvidenza» non riportano danni.

Sono tanto intatte che “essendo la cenere intorno alta dal di fuori quanto tutto il muro del giardino, nondimeno non ve n’è entrata parte alcuna, anzi gl’alberi e l’herbe sono verdeggianti come fusse di primavera”.

Per cui offrono uno spontaneo e naturale rifugio a chi cerca salvezza.

L’epigrafe, volta in italiano, recita: “Alla Madre potente di Monserrato, ispiratrice di Ignazio che si votava al cielo, patrona di queste case, mentre il Vesuvio si effondeva in acqua e fuoco, Maria Bermudez De Castro (dedicò)”.

1632 – Si vuol ricordare la luttuosa eruzione vesuviana del 16 dicembre 1631 e si vuol rivolgere l’invito ai posteri a porsi in salvo alla prime avvisaglie di risveglio del vulcano. Per cui, il 16 gennaio, viene eretto un semplicissimo e scarno monumento che mette in risalto l’accaduto e pone in evidenza la grande desolazione dell’area successiva all’eruzione. Questa la traduzione italiana operata dal reverendo, monsignor Giovanni Battista Alfano nel 1929:

«O posteri, o posteri, si tratta di voi. Un giorno è lume all’altro; e il dì precedente è scorta al dì che segue. Ascoltate. Venti volte, da che splende il sole, se la storia non favoleggia, arse il Vesuvio, sempre con strage immensa di quelli che a fuggire furon lenti. Affinché in avvenire non colpisca più i dubbiosi, io (la lapide) vi avviso. Questo monte ha grave il seno di bitume, di allume, di solfo, di ferro, di oro, di argento, di salnitro, di fonti di acqua. Presto o tardi si accenderà; e partorirà un mare che inonda. Ma prima ne sente le doglie, trema, scuote il suolo, fuma, si annebbia, si incendia, scuote l’aria, orrendamente muggisce, dà boati, tuona; scaccia dai territori gli abitanti. Scappa mentre ti è possibile. Ecco che scoppia, si squarcia; vomita un lago formato dal fuoco; esso vien giù con precipitoso corso, e previene una tarda fuga. Se ti coglie, è finita; sei morto! Nell’anno di salute 1631, ai 16 di dicembre, sotto il regno di Filippo IV, e vicerè Emanuele Fonseca Zunica, conte di Montreal, rinnovatasi la sventura dei tempi passati e rinnovati i soccorsi per la sventura stessa con maggiore generosità e con ancor maggiore munificenza, (il Vesuvio) temuto disprezzò; disprezzato oppresse gli incauti e gli avidi, per i quali la casa e le suppellettili furono più importanti della vita. Tu allora, se hai senno, ascolta questa lapide che a te leva la voce: non ti curar dei Lari; lascia le suppellettili; senza indugio fuggi. (Questa lapide fu collocata) essendo sopraintendente delle strade Antonio Suarez Messia, Marchese di Vico».

1632 – In un piccolo campo di proprietà del “Vescovo di Cassano, PAOLO PALUMBO”, viene portata alla luce intatta una statua raffigurante un angelo custode. Come la scultura è rimasta intatta, anche il campiello non è stato “distrutto dall’eruzione del 1631”. Tradotta in italiano, l’iscrizione recita: “O custode della (mia) anima, o custode delle mie cose, o Santo tutelare (della mia casa), mentre il Vesuvio fieramente minaccia, mentre il cielo arde, il suolo trema, e il fuoco imperversa per i campi, mentre (questa casa) cade, tu appari, da quale vento, su quali ali portato tu solo lo sai; e pio e forte, hai tenuto lontano dal mio campicello l’igneo torrente. Distrutta tutta la Campania, tu salvi del tuo supplice divoto il modesto podere affidato alla tua protezione; e tu, simulacro di legno, freni il fuoco infernale. Salve, o Santo tutelare, e, libero da affanni, prendi cura degli affanni nostri. Sii sempre e ovunque, custode delle (mie) cose, della (mia) anima, della (mia) vita”.

1636 – Il nuovo edificio “vasto e posto in ameno, salubre e centrale sito”, voluto dai padri della Compagnia di Gesù a Portici, è appena completato. Il fabbricato, posto “nel mezzo di fertili campagne e di giardini, quanto mai idonea alla bisogna”, risulta essere “lungo palmi 300 circa (metri 79,38) su 200 di larghezza (metri 52,92)”. Fornita di ogni arredo, la nuova “Casa dei Gesuiti” viene immediatamente “ad essere abitata, divenendo … una succursale della Casa Santa degli Incurabili”. Tradotta in italiano, l’epigrafe recita: “A Maria Bermudez De Castro, fondatrice benemerentissima con desiderio e col fatto, la Società di Gesù, (dedica questa lapide) nell’anno 1636, quinto dell’alluvione vesuviana, che risparmiò queste case e il tempio”.

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