Gennaio con il Coronavirus

Il nostro medico Carlo Alfaro, Dirigente Medico di Pediatria presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi: gennaio, sconfitte e  progressi del vecchio anno nella lotta contro il Covid

È cominciato un altro anno di sgradita convivenza col Coronavirus, ma se ne chiude un altro straordinario per la Scienza.

La rivista Nature, pubblicando a dicembre 2020 un resoconto dell’anno appena trascorso dal punto di vista scientifico, lo ha definito così. Un anno in cui la pandemia da nuovo Coronavirus ha segnato profondamente la ricerca, fornendo una spinta mai avvenuta con tale rapidità all’acquisizione di nuove conoscenze e alla modificazione dell’organizzazione sanitaria.

I vaccini anti-Covid

Grazie a questa accelerazione, è stato possibile iniziare la campagna vaccinale contro il Covid-19 a solo dieci mesi dall’inizio delle ricerche. La vaccinazione è l’unica opportunità per creare l’immunità di gregge, che potrà essere ottenuta solo attraverso una diffusione capillare e probabilmente ripetuta nel tempo delle dosi vaccinali.

Gli ultimi studi dicono che dopo l’infezione naturale la protezione nei confronti delle reinfezioni sarebbe almeno di 6-8 mesi, con i vaccini la durata non si conosce ancora. È perciò l’ottenere una protezione simultanea di almeno il 70-80% della popolazione che dovrebbe garantire uno scudo alla diffusione del Sars-CoV-2.

In Italia le previsioni più ottimistiche prevedono che si potrà raggiungere un tale livello di copertura vaccinale per la fine dell’anno, altri pensano che si dovrà aspettare al 2022. Il problema non è tanto l’organizzazione, quanto la disponibilità dei vaccini. Tuttavia, nel frattempo che si sia conseguita l’immunità in una fetta sufficiente della popolazione, bisognerà convivere con il virus, che continua ad avere una forte circolazione mondiale, anzi anche maggiore, si ritiene, di quanto noto perché i dati di contagi e morti potrebbero essere verosimilmente sottostimati.

Le subdole varianti

Inoltre, nuovi rischi si profilano per la maggiore capacità di trasmissione delle varianti del virus che si sono recentemente diffuse. La variante che si è sviluppata in Gran Bretagna da settembre e sta flagellando il Paese è stata trovata in 50 Paesi nel mondo, Italia compresa; quella del Sud Africa è presente in 20 Paesi, di cui 4 europei: Finlandia, Francia, Svezia e Norvegia. Al momento, i dati sulla variante inglese non dimostrano un peggior andamento clinico, una mortalità più elevata, gruppi di popolazione particolarmente colpiti o maggior rischio di reinfezione, anche se le analisi preliminari condotte nel Regno Unito suggeriscono che questa variante sia significativamente più trasmissibile e colpisca persone più giovani. Per la variante sudafricana, risultati preliminari indicano che sia associata a una carica virale più elevata e a maggiore trasmissibilità, ma non ci sono prove che sia associata a maggiore gravità della malattia.

Photo by JOEL SAGET / AFP

Un forte timore è che le mutazioni possano rendere inefficaci i vaccini, ma da uno studio condotto sul vaccino Pfizer-BioNTech dalla stessa azienda e dall’Università del Texas sembra che esso resti efficace contro 16 diverse mutazioni del virus, compresa una presente sia nella variante inglese che in quella sudafricana, e anche una ricerca italiana sembra andare in questa direzione. Il rischio è invece possano in seguito comparire varianti più aggressive e resistenti ai vaccini, per cui la vaccinazione di massa rappresenta una corsa contro il tempo per fermare il Coronavirus prima che ciò accada. Un altro rischio delle varianti è che i test antigenici rapidi possano non riconoscerne la presenza.

Le ondate epidemiche

Dati i tempi necessari per raggiungere l’immunità di gregge con le vaccinazioni, si affaccia intanto l’incubo della terza ondata, a livello nazionale come anche europeo e globale. In Italia, si considera orientativamente come prima ondata il periodo all’incirca dal 24 febbraio all’11 giugno, e come seconda dal 14 settembre al 31 dicembre.

La prima ondata in realtà era iniziata ben prima del caso di Codogno: uno studio internazionale coordinato dall’Università Statale di Milano riferisce sul British Journal of Dermatology il riscontro del virus Sars-CoV-2 in una biopsia cutanea di un giovane con dermatosi a novembre 2019.

Un confronto tra la prima e la seconda ondata nel nostro Paese è fornita dai dati dell’Instant Report Covid-19 a cura dell’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari dell’Università Cattolica (Altems), che documentano che la seconda ondata ha causato più decessi causa un numero 8 volte superiore di casi, ma con una letalità di 7 volte minore della prima; la percentuale di pazienti in terapia intensiva è stata simile (il 10,6% nella prima ondata e il 9,3% nella seconda).

L’ombra della terza ondata e le misure di controllo

I numeri attuali dell’epidemia di Covid-19 in Italia, secondo la Fondazione Gimbe, potrebbero essere il segnale dell’arrivo di una terza ondata. Purtroppo infatti dall’ultimo monitoraggio settimanale curato da Istituto superiore di sanità (Iss) e Ministero della Salute, emerge un peggioramento generale della situazione epidemiologica nel Paese, dato che sono in aumento l’indice di trasmissibilità (Rt) nazionale, l’incidenza settimanale dei nuovi contagi, il numero dei decessi (che continuano a porre il nostro Paese uno di quelli con la mortalità da Covid più alta nel mondo), i tassi di saturazione dei posti letto in Terapia Intensiva e in area ordinaria (che in molte Regioni supera la soglia considerata critica), i focolai di origine sconosciuta per la difficoltà di tracciamento a causa dell’elevato numero di positivi.

Questa situazione impone che vengano mantenute rigorosamente le misure di mitigazione e contenimento dei contagi quali drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone, evitando tutte le occasioni di contatto al di fuori del proprio nucleo abitativo che non siano strettamente necessarie e rimanendo a casa il più possibile, oltre a rispettare le misure igienico-sanitarie predisposte relative a distanziamento fisico, uso delle mascherine, igiene delle mani, aerazione degli ambienti chiusi.

L’importanza delle misure di controllo dei contagi viene ribadita da uno studio a cura di Fondazione Bruno Kessler (FBK), Iss e INAIL pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Science of the United States che offre una spiegazione dell’andamento dell’epidemia italiana fino ad oggi: l’indice Rt era circa 3 a febbraio, è poi sceso sotto 1 nel giro di 2 settimane a seguito del lockdown nazionale, è poi risalito a valori vicini e anche leggermente superiori a 1 a seguito delle riaperture del 18 maggio; la riattivazione dei contatti sociali in estate ha creato poi la grave onda epidemica di ottobre-novembre, che ha richiesto di nuovo severe misure restrittive. Lo studio conclude che è importante mantenere le restrizioni anche quando Rt è basso, fino a che il virus circola a livello sostenuto.

Le misure contenute nel nuovo Dpcm, in vigore dal 16 gennaio al 5 marzo, ribadiscono la suddivisione delle Regioni in fasce di colore giallo, arancione o rosso a seconda della situazione epidemiologica locale, con conseguenti livelli di restrizione. Molti esperti ritengono tuttavia la suddivisione dell’Italia in fasce di colore poco efficace.

È stato inoltre inevitabile prorogare al 30 aprile lo stato di emergenza in scadenza il 31 di gennaio. L’obiettivo sarebbe portare tutte le Regioni nella cosiddetta “area bianca”, che richiede solo applicazione di distanziamento e mascherine ed è identificata da: incidenza sotto i 50 casi settimanali ogni 100 mila abitanti, Rt sotto 1 e indice di rischio basso.

Il nuovo Piano pandemico e i risvolti etici

Intanto, l’esperienza dell’emergenza creata dal Covid-19 ha portato alla elaborazione di un nuovo Piano pandemico (PanFlu) triennale (2021-2023) a cura del Dipartimento Prevenzione del Ministero della Salute (in sostituzione del precedente, non aggiornato dal 2006), ancora in bozza in attesa di essere approvato in Conferenza Stato-Regioni, i cui contenuti principali sono:

  • scegliere chi curare, privilegiando, in caso di risorse insufficienti, i pazienti che potranno trarre maggiori benefici dalle terapie;
  • essere in grado di garantire una risposta veloce, con un sistema capace di mobilitarsi per aumentare in poco tempo posti in terapia intensiva e accelerare la produzione di dispositivi di protezione;
  • accumulare durante la fase inter-pandemica adeguate scorte di farmaci (anche anti-virali), vaccini (compreso quello contro l’influenza stagionale); puntare sulla formazione continua dei medici (compresa la funzione di esercitazione) e sulla corretta comunicazione;
  • definire la catena di comando e le azioni di monitoraggio dell’attuazione del Piano. I Piani regionali devono essere attuati dopo 120 giorni dall’approvazione del Piano nazionale.

Il primo punto, quello relativo alla selezione delle persone da curare, ha suscitato non poche polemiche per i suoi risvolti etici.

L’influenza non c’è

Una nota positiva, infine: l’epidemia dell’influenza stagionale quest’anno non è scattata. Dall’inizio della stagione fredda, nessun virus influenzale è stato finora segnalato in Italia, soltanto sindromi simil-influenzali, che comunque restano sotto la soglia abituale. Anche in Europa e negli Stati Uniti la circolazione dei virus influenzali si mantiene a livelli molto inferiori rispetto alla media stagionale, con poche sporadiche identificazioni dei virus di tipo A e B in alcuni Paesi.

Il Covid-19 che ha spazzato via tante, troppe cose belle, per fortuna ha scongiurato anche una cattiva come l’influenza.

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