Giornata mondiale autismo 2018

di Carlo Alfaro

Il 2 aprile 2018 è ricorso il X anniversario dell’istituzione da parte dell’Oms della Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. Le associazioni italiane dedicate alla malattia, FIA, Anffas, Angsa, Gruppo Asperger, Fish hanno colto l’occasione per lanciare un appello alle istituzioni e alla società civile per un impegno concreto sul cammino verso il riconoscimento dei diritti di pari opportunità e migliore qualità di vita per le persone con Disturbo dello spettro autistico (Dsa).

Individuata nel 1943 da Kanner, la malattia viene attualmente definita Disturbo dello spettro autistico nel DSM 5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), o Sindrome da disturbo pervasivo dello sviluppo nell’ICD-10 (Classificazione statistica internazionale delle malattie e problemi relativi alla salute).

La condizione rappresenta un insieme complesso ed eterogeneo di alterazioni dello sviluppo neuro-biologico ad esordio nei primi tre anni di vita, caratterizzato da una tipica triade: grave compromissione della capacità di comunicazione verbale e non verbale, grave difficoltà di interazione sociale, presenza di comportamenti, attività e interessi ristretti, limitati e ripetitivi.

L’autismo è la “malattia della disabilità sociale” per eccellenza. Nel mondo, attualmente, un bambino ogni cento ha un disturbo dello spettro autistico. In America, addirittura, un bambino ogni 68, e il fenomeno è in crescita ovunque. Nel nostro Paese, secondo i più recenti dati Eurispes, sono colpite 300- 500mila persone. L’incidenza è aumentata del 100% in dieci anni a livello mondiale, con circa 60 milioni di persone affette nel mondo, diffuse in tutte le etnie e ambienti sociali, e con una prevalenza nei maschi 3-4 volte superiore alle femmine.

Per dare una risposta concreta alle problematiche di questa sindrome per tanti versi ancora enigmatica è stato istituito proprio in questi giorni all’Ospedale Bambino Gesù un network internazionale composto da clinici e ricercatori provenienti da 20 Paesi e 4 Continenti, con l’obiettivo di sviluppare e condividere i progressi della ricerca e mettere a punto protocolli di valutazione, diagnosi e trattamento accessibili a tutti. L’iniziativa nasce dall’esigenza di porre fine allo squilibrio denunciato dall’OMS su conoscenza e cura dell’autismo in vaste aree del mondo, soprattutto nei Paesi a basso o medio reddito, dove l’accesso alla diagnosi e ai trattamenti è di fatto precluso. Anche in Italia, dalla prima ricognizione nazionale condotta dall’Istituto Superiore di Sanità emergono importanti carenze assistenziali concentrate soprattutto al Mezzogiorno. Le grandi sfide da affrontare per chi si occupa della malattia riguardano l’eziologia, la diagnosi, la terapia e l’inclusione socio-lavorativa.

Sul piano della identificazione delle cause, pur ignorando ancora cosa determini realmente l’autismo e cosa generi fenomenologie così diverse nel suo ambito, oggi si sta comprendendo sempre di più che lo spettro autistico rappresenta una realtà ad eziopatogenesi multifattoriale e complessa, in cui la predisposizione costituzionale su base genetica e i fattori ambientali si intrecciano fatalmente. Esiste sicuramente una base organica (si sono riscontrate alterazioni della morfologia cerebrale, in particolare dell’amigdala, regione cerebrale preposta al funzionamento emotivo e sociale, e del giro fusiforme, un’area del cervello specializzata nel riconoscimento dei volti umani e l’attribuzione di emozioni facciali.), di natura genetica -più di 100 geni sono stati studiati e implicati – su cui si innestano determinanti ambientali in grado di interferire su gruppi di geni implicati nello sviluppo di connessioni cerebrali legate al funzionamento sociale dell’individuo. Tra questi, sono stati considerati fattori relativi alla gravidanza (età avanzata dei genitori, soprattutto del padre, pre-eclampsia, basso peso alla nascita o forte prematurità, depressione materna con uso di anti-depressivi), esposizione ad agenti inquinanti durante la vita intra-uterina come alti livelli di polveri sottili nell’aria o pesticidi nel piatto (vegetali, carne, pesce), onde elettromagnetiche, esposizione a metalli pesanti come il piombo, o mancato assorbimento di alcuni nutrienti essenziali, come zinco, manganese, ferro, acido folico, vitamine, durante la vita fetale o nella primissima infanzia (uno studio israeliano pubblicato nel 2017 su Jama Psychiatry che ha valutato 11.917 bambini le cui madri avevano assunto acido folico e vitamine prima della gravidanza e 21.884 bambini le cui madri avevano assunto queste sostanze durante la gravidanza, ha trovato che l’integrazione di acido folico e vitamine prima e durante la gravidanza riduce il rischio di autismo nel nascituro rispettivamente del 61% e del 73%, mentre solo l’acido folico prima della gravidanza riduce il rischio del 44% e durante la gravidanza del 68%, e solo le vitamine, prima della gravidanza, riducono il rischio del 64%, e durante la gravidanza del 65%), infezioni virali, mentre sono completamente escluse le ipotesi dei vaccini o del rapporto mamma-bambino (storicamente, i primi studi sulla fisiopatologia dell’autismo iniziarono con la colpevolizzazione delle madri, mentre se le madri non riescono a sintonizzarsi con i figli autistici è perchè questi bambini non attivano fin dall’inizio la responsività materna). Un accurato lavoro della Icahn School of Medicine a Mount Sinai, New York, pubblicato sulla rivista JAMA, svolto su amplissima casistica di gemelli identici, fratelli non gemelli e fratellastri, documenta che la genetica ha un impatto sulla genesi della malattia molto più alto dei fattori ambientali (83%). Ciò è confermato dalla ricorrenza familiare (in una famiglia con un figlio autistico la probabilità che lo sia anche un altro aumenta del 18% rispetto alla media). Un altro importante filone di ricerca si sta concentrando sul ruolo del microbiota intestinale, quell’insieme di miliardi di microrganismi che abitano il nostro apparato digerente e che si è compreso oggi abbia la capacità di influenzare anche lo sviluppo cerebrale attraverso le connessioni col sistema nervoso enterico. Uno studio pubblicato nel 2016 su Cell dimostra che l’assenza di una specie di batterio intestinale causa nei topi disturbi comportamentali di tipo sociofobico.

Sul piano della diagnostica, la sfida fondamentale è quella della individuazione precoce. Secondo l’ultima classificazione del DSM-5, il criterio fondamentale per la diagnosi è un deficit persistente nella comunicazione e nell’interazione sociale, cui si associno: pattern di comportamenti ripetitivi o attività e interessi ristretti; insorgenza entro i 3 anni; compromissione clinicamente significativa della qualità di vita. Il nucleo patologico del Dsa risiede infatti in un’alterata dinamica dell’interazione interpersonale, ed è su questo che deve concentrarsi la diagnostica precoce. Il soggetto autistico, secondo Donald Meltzer, psichiatra e psicoanalista statunitense, ha le “sensorialità smontate”, cioè i vari sensi, sia pur integri, non sono integrati tra loro. Gli autistici mostrano resistenza ad interpretare stimoli socialmente rilevanti, come gesti e voci umane, o leggere le espressioni facciali, indicative delle emozioni, infatti prediligono gli oggetti ai volti, e si focalizzano sulla parte inferiore del viso, piuttosto che sulla parte centrale e gli occhi, elaborando i volti come se fossero oggetti inanimati. Tutto ciò li porta ad avere difficoltà nello stabilire una reciprocità emotiva con gli altri. E’ come se il soggetto autistico non usasse i comuni registri comunicativi, per cui lui e i suoi interlocutori non parlano lo stesso linguaggio e non si capiscono, non riescono a collocarsi in posizione di interazione, integrazione, relazione. Si parla di “cecità sociale”: per un autistico il nostro mondo e i nostri codici comunicativi e sociali sono estranei ed incomprensibili, come per noi i suoi. Le stimolazioni dall’esterno sembrano agli autistici eccessive e caotiche, rumori e confusione li spaventano, le novità e i cambiamenti li disorientano. E’ arduo comunicare con un bambino che manifesta assenza di indicazione, assenza di empatia, appare distaccato e indifferente,  non tollera la vicinanza fisica, ignora le offerte di attenzione, di affetto e di contatto sociale, ha povertà di comportamenti sociali, importante alterazione o assenza di linguaggio, significativa rigidità, corporea e cognitiva. Dalla patologia comunicativa scaturiscono la grande ansia e disagio che sono alla base dei comportamenti anomali dei soggetti autistici (“comportamenti- problema”). Il sistema di comunicazione carente, deficitario, induce infatti l’autistico ad esprimersi attraverso atti distruttivi, aggressivi, autolesivi, inappropriati, bizzarri, incomprensibili e imprevedibili, come gli interessi fissi, ristretti, routinari, i rituali i movimenti stereotipati, di tipo ripetitivo, la reazione ai cambiamenti, anche piccoli, con un eccessivo livello di tensione, rabbia, paura, opposizione, fino alle forti crisi di collera, che creano in chi gli sta attorno uno stato di latente allarme sociale. Michael Fordham, analista junghiano inglese, ha affermato nel 1976 che il bambino autistico risponde alle stimolazioni attivando delle difese del Se, come se erigesse una barriera prima ancora di creare un rapporto con l’esterno. Il rituale è la reazione di difesa del bambino autistico alla sua incapacità comunicativa e sociale, perché gli dà sicurezza e prevedibilità, diminuendo l’incertezza, fonte di ansia e angoscia. Altri sintomi indicativi per la diagnosi vengono dal gioco: questi bambini hanno scarso interesse per i giocattoli, preferendo oggetti della vita quotidiana, per lo più di consistenza dura, non giocano con gli altri, ma piuttosto lo fanno in maniera solitaria e poco fantasiosa (manca il gioco funzionale e simbolico), soffermandosi solo su piccoli particolari dell’oggetto. La mancanza del linguaggio interessa il 50% circa dei casi, mentre altri autistici manifestano un linguaggio con scelta limitata di parole e frasi, talvolta bizzarro, fuori contesto, con ripetizione ad eco di frasi udite. Nelle persone affette da autismo, il grado di abilità intellettiva è variabile e spazia da una compromissione grave a ritardo mentale lieve ad abilità cognitive non verbali superiori alla norma. La memoria a volte è eccezionale, ma solo per ciò che li interessa. Nella Sindrome di Asperger, forma di autismo “ad alto funzionamento”, il paziente appare particolarmente abile in talune attività, ma privo di interesse verso gli altri, indifferente ai rapporti sociali, avulso da rapporti di amicizia o di affetto con i coetanei, e spesso eccessivamente preoccupato per alcune questioni assai specifiche (come ad esempio per gli orari), con comportamenti ripetitivi e stereotipati, attività e interessi limitati, talvolta anche con iperattività e deficit dell’attenzione, ansia, depressione. La diagnosi è in genere possibile entro i 2 anni di età. L’importanza della diagnosi precoce deriva dal fatto che il miglioramento cognitivo e comportamentale del soggetto autistico è legato alla precocità del riconoscimento e dell’intervento educativo. Il periodo dei 18-30 mesi è una finestra di opportunità ideale per l’intervento per la maggiore plasticità cerebrale. Segnali di allarme precoci possono essere: assenza di consolabilità e contatto visivo a 3 mesi, assenza di reciprocità e di imitazione a 6- 7 mesi, assenza delle diverse espressioni facciali e disinteresse per la voce umana a 8-9 mesi, assenza di vocalizzi a 10-11 mesi, basso interesse per le interazioni sociali e comportamenti ripetitivi anomali a 12-15 mesi, assenza di risposta al richiamo, sguardo sfuggente, mancanza di indicazione col dito per chiedere o per interesse, assenza di gioco con gli altri (gioco condiviso) o gioco simbolico (“far finta”) a 18 mesi, comportamenti tipici a 2 anni (chiusura e isolamento, battere le mani ripetutamente, girare su se stessi, dondolarsi, annuire, annusare, leccare, giochi solitari e ripetitivi, allineare gli oggetti, rifiutare i cambiamenti, attaccamento ossessivo alla routine, reazioni esagerate alle esposizioni sociali, aggressività, crisi di oppositività, autolesionismo). I metodi di screening “CHAT” (Checklist for Autism in Toddlers, checklist per bambini con autismo), lista di domande per genitori e per operatori su bambini di 18 mesi, “M-CHAT”, lista di domande per i genitori, più sensibile per una precoce individuazione di sospetto, possono essere utili per identificare i bambini da avviare alla diagnostica. La diagnosi clinica si basa sul sistema ADOS (Autism Diagnostic Observation Schedule), test che valuta l’interazione sociale, la comunicazione e il gioco attraverso una serie di stimolazioni pianificate all’interno di un contesto naturalistico. La prima versione dell’ADOS (Lord et al., 1999) comprende quattro diversi moduli da somministrare in base all’età cronologica e al livello linguistico a partire da un’età non verbale di 18 mesi fino all’età adulta. La nuova versione dello strumento, ADOS 2, si caratterizza per l’introduzione di un nuovo modulo dell’ADOS, il Modulo Toddler, da somministrare a bambini a partire dai 12 mesi di età. Tutti i comportamenti osservati prevedono una  scala a quattro punti, che va da un punteggio “0” (assenza di atipicità associata all’autismo) ad un punteggio “3” (chiara atipicità associata all’autismo). Per completare la diagnosi, si propone anche al genitore la compilazione del questionario ADI-R (Autism Diagnostic Observation Schedule) circa il comportamento del bambini nella prima infanzia. Un aspetto del futuro potrebbe essere il test biochimico messo a punto per la diagnosi precoce da un team di ricercatori di: Università di Bologna, Istituto delle Scienze neurologiche di Bologna, Università di Warwick e Università di Birmingham, reso noto sulla rivista Molecular Autism. Si basa sull’individuazione di biomarcatori nel sangue e nelle urine di specifici danni alle proteine plasmatiche: un marcatore di ossidazione, la di-tirosina (Dt) e prodotti di glicazione denominati Advanced Glycation Endproducts (AGEs).

Sul piano dell’intervento, obiettivo del trattamento è dare la possibilità alla persona autistica di sviluppare al massimo le sue potenziali competenze ed esprimere la propria personalità mettendo a frutto capacità e talenti. Uno dei primi metodi studiati è stato il Sistema PECS (Picture Exchange Comunication System: sistema di comunicazione tramite scambio per immagini): è un sistema di comunicazione attraverso scambio di immagini studiato appositamente per gli autistici, basato su carte-simbolo (pittogrammi) per ciascun oggetto, parola, frase, richiesta, commento che il bimbo voglia esprimere. Rappresenta il trampolino per portarlo alla verbalità. I metodi educativi TEACCH (Treatment and Education of Autistic and Comunication Handicapatted Children: terapia ed educazione dei bambini autistici e con handicap della comunicazione) e ABA (Applied Behaviour Analysis: analisi applicata del comportamento) sono programmi di modificazione comportamentale, basati sulla tecnica cognitivo-comportamentale (stimoli e rinforzi). Differenza fondamentale tra TEAACH e ABA sta nel fatto che l’ABA si basa sul principio che il bambino deve superare i suoi caratteri autistici e adattarsi al mondo intorno a lui, e ciò viene ottenuto identificando il comportamento problematico, studiandolo analiticamente, per poi definire il comportamento da raggiungere, suddividendolo in sotto-obiettivi da raggiungere per piccoli passi successivi attraverso l’insegnamento e il rinforzo (premio) dei successi, mentre il TEACCH fornisce al bambino un ambiente appositamente disegnato per venire incontro alle sue caratteristiche, modificando l’ambiente per renderlo più alla sua portata, in modo che si senta sicuro e orientato, sapendo in ogni momento cosa succederà, cosa lo aspetta, cosa o chi dovrà affrontare. Un’altra forma di terapia, il PACT (Preschool Autism Communication Trial) punta a migliorare le capacità genitoriali di padri e madri di bambini autistici in età prescolare, aiutandoli ad adattare lo stile comunicativo alle difficoltà dei loro bambini per rispondere alle loro esigenze con maggiore sincronia e potenziare interazione sociale, linguaggio e comunicazione dei loro figli. I risultati resterebbero positivi anche a lungo termine (follow-up di sei anni). Co-terapie che si sono dimostrate utili sono la musicoterapia, la pet-therapy, lo sport (scherma, nuoto, equitazione). L’inclusione scolastica è parte integrante della terapia, ma è importante l’alta qualificazione e aggiornamento degli operatori. Dieci anni fa la University di Hertfordshire in Inghilterra ha messo a punto un robot interattivo, Kaspar, che aiuta i bambini autistici a relazionarsi, utilizzato con successo nelle scuole e negli ospedali britannici; da aprile 2017 è partito uno studio clinico di due anni per valutarne l’utilità della diffusione in tutte le scuole e gli ospedali della Gran Bretagna. Il robot canta, imita il gesto del mangiare, suona il tamburello e si pettina; se il bambino diventa troppo brusco, il robot si mette a piangere: “Ahi! Mi hai fatto male”. Il vantaggio del robot per i bambini autistici è dato dalla prevedibilità che offre. La terapia farmacologica può servire per determinati sintomi, esempio l’iperattività o l’irritabilità. Un recentissimo studio della Stanford University School of Medicine pubblicato su PNAS ha trovato che somministrare ossitocina spray a bambini con autismo ne migliora i comportamenti sociali, soprattutto se presentano, in partenza, livelli bassi di questo ormone, che sarebbe implicato nelle abilità sociali. Da un’altra piccola sperimentazione condotta da ricercatori dell’Università della California di San Diego su 10 bambini con disturbi dello spettro autistico e su topi e pubblicata sulla rivista Annals of Clinical and Translational Neurology è emerso che un vecchio farmaco antiparassitario comunemente utilizzato per la cura della malattia del sonno (tripanosomiasi africana), la suramina, potrebbe essere efficace anche contro l’autismo, con miglioramenti marcati, anche se temporanei, nel linguaggio, nelle interazioni sociali e nei comportamenti ripetitivi.

Sul piano sociale, la grande sfida dei nostri tempi è l’autonomia, un inserimento lavorativo nel terzo settore, una vita dignitosa pur nel rispetto della diversità. Dopo i 18 anni, non ci sono più strutture dedicate come le neuropsichiatrie infantili, il soggetto autistico diventa un malato psichico generico. Il Dsa si configura come una disabilità permanente che accompagna la persona nel suo ciclo vitale, anche se le caratteristiche del deficit sociale possono assumere un’espressività variabile nel tempo e dipendono molto dal grado di compromissione intellettiva. Come prevedono gli obiettivi della legge n. 112/2016 cosiddetta “Dopo di Noi”, la persona con autismo dovrebbe essere messa in grado di condurre una vita dignitosa anche fuori dalla famiglia, già quando i genitori sono in vita, in modo da affrontare la loro scomparsa un giorno in modo meno traumatico. Tanti i progetti in Italia, anche se ancora isolati e “a macchia di leopardo”. Alcuni esempi: a Palermo, un programma di inclusione realizzato dall’Azienda sanitaria provinciale con la cooperativa Nuova Sair e l’Istituto Europeo per lo Studio del Comportamento Umano ha inserito nell’attività lavorativa 400 autistici, di cui 100 nella fascia 0-3 anni, 200 nella fascia 3-16 anni e 100 nella fascia 6-over 18 anni; a Torino, alla Scuola del Cottolengo, ci sono progetti con circa 200 autistici, “MeccaniCotto”, in cui i giovani autistici sono impiegati in un’officina meccanica e “ChiccoCotto” in cui sono addetti al caricamento dei distributori di snack e bibite; a Milano, nella sede di Everis Italia, sono stati assunti in organico a dicembre scorso a tempo indeterminato dieci persone con sindrome di Asperger e autismo; in Piemonte, il progetto “Atlantide 2”, nato dalla collaborazione tra Angsa Piemonte onlus e la società cooperativa sociale di Rivarolo “Andirivieni”, punta ad attivare un sistema di collocamento specifico per 12 adulti con Asperger e altri 8 con basso e medio-alto funzionamento che frequentano le scuole superiori del territorio; a Monza, il progetto “PizzAut” è la prima pizzeria gestita da ragazzi autistici; a Roma, “Ultrablu” è uno spazio di formazione artistica per autistici adulti. Purtroppo, secondo i dati dell’ISFOL (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) in Italia oggi solo una persona con autismo su 10 ha un impiego. Quelli che ce l’hanno fatta oggi raccontano sui media le loro storie, come hanno fatto su “ilfattoquotidiano.it” Carlo De Liso, 26 anni, che quest’anno si diplomerà in pianoforte al Conservatorio di Matera e si esibisce in giro con la sua formazione “Carlo & Friends”; Pier Carlo Morello, che è stato il primo autistico a laurearsi, a 33 anni, in Scienze umane e pedagogiche all’Università di Padova; Andrea Terrin, che a 25 anni comunica quasi esclusivamente scrivendo al computer, rivelando un complesso mondo interiore che non è capace di esprimere a parole, e riuscendo ad arrivare all’università (Scienze della Formazione). Coraggio, perseveranza, fiducia sono le qualità necessarie alle famiglie per far fronte alla complessità della quotidianità e conseguire gli obiettivi sperati.

L’ICS “Sorrento”, al termine di una intera settimana di lavoro sull’autismo del corpo docente con i bambini di tutte le classi, il 6 aprile ha organizzato presso la sala conferenze dell’I.P. San Paolo un incontro-dibattito con genitori e insegnanti moderato da Rosa Manzo, in prima linea come docente e come mamma nella battaglia contro l’autismo, con gli interventi del pediatra Carlo Alfaro e del dirigente scolastico Daniela Danaro e la proiezione di “Life, Animated”, film documentario del 2016 diretto da Roger Ross Williams, che illustra la vita di Owen, un soggetto autistico la cui comunicazione con il mondo esterno è stata resa possibile e in qualche misura continuamente filtrata dal mondo dei film di animazione della Disney che lui adora. Il film si basa sul libro scritto dal padre del protagonista, Ron Suskind, noto giornalista di carta stampata. Il film ha ricevuto numerosi riconoscimenti ed è stato anche candidato all’Oscar come miglior documentario nel 2017. Owen Suskind nasce agli inizi degli anni ’90 in una famiglia benestante, ha un fratello, Walter, di poco più grande, e cresce normalmente e serenamente fino all’età di 3 anni, quando, in modo repentino, regredisce nella prigione dell’autismo. Chiuso nel suo mutismo, Owen però continua a guardare i film di animazione della Disney e pian piano attraverso questi, i suoi familiari scoprono un canale di comunicazione. A 23 anni, Owen arriva al diploma, a vivere da solo, a trovare una semplice occupazione, a cimentarsi con i problemi del sentimento per un’altra ragazza autistica. Affronta tutto con grande coraggio, aiutato dai suoi eroi immaginari che lo accompagnano sempre. In particolare è attratto dai personaggi “ausiliari”, ovvero gli “aiutanti”, ai quali dedica una storia da lui stesso inventata. Perché, in fondo, è il messaggio del film, nessuno deve essere considerato un personaggio secondario. Nemmeno un ragazzo disabile. Un momento di grande commozione è stata la presenza in sala delle “mamme-coraggio” dei bambini autistici dell’Associazione La mia vita insieme a te, Marisa D’Esposito e Sonia Casa, coadiuvate dalla terapista ABA che collabora con l’associazione, Sara Kessler. Al figlio Nicola, Sonia ha voluto dedicare la sua toccante lettera, letta in sala da me:

«Ciao io sono un bambino autistico…Io non posso parlarvi perché non mi escono le parole come a voi ma ciò non significa che non le pensi… Una domanda soltanto…perché tanta paura di noi? Il 2 aprile è la giornata dedicata nel mondo alla consapevolezza della nostra esistenza…. perché è giusto ricordarsi anche di noi… Anche se quest’anno eravamo tutti impegnati a festeggiare la resurrezione di Gesù… Ma per noi e per le nostre famiglie a volte è venerdi santo tutto l’anno… Non ricordatevi di noi solo il 2 aprile o quando succede qualche caso di cronaca, noi esistiamo tutti i giorni…Purtoppo è difficile capirci visto che non ci esprimiamo, non vi guardiamo negli occhi….il nostro comportamento imprevedibile genera timore … E’ vero sono difficile ma non è colpa mia…. La mia mamma mi dice sempre che è orgogliosa di me…. Scherzerà??? Non credo, io penso che ha capito il mio modo di comunicare e sa approcciarsi con me, perché non mi vede come anormale, mi vede per quello che sono veramente….. Io ti voglio bene non te lo so dimostrare… Cerco di farmi capire ma ti è difficile, posso capirti…. Ma cerca di comprendere che io ho bisogno di te anche se non sembra… Io non ti chiedo nulla ma solo di non scacciarmi…se stai con me a modo mio mi rendi il mio mondo Blu ancora più bello…Non abbandonarmi anche se sono diverso e non mi capisci, e non ti capisco…cerca di insegnarmi come io proverò a imparare, mettimi alla prova che non ti deluderò…E’ solo una questione di amore, credimi! Vi voglio bene», by Niki.

 

Il dottor Carlo Alfaro, sorrentino, 54 anni, è un medico pediatra Dirigente Medico di I livello presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi della ASL NA3Sud, Responsabile del Settore Medicina e Chirurgia dell’Associazione Scientifica SLAM Corsi e Formazione, e Consigliere Nazionale della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA).

Inoltre è giornalista pubblicista, organizzatore e presentatore di numerosi eventi culturali, attore di teatro e cinema, poeta pubblicato in antologie, autore di testi, animatore culturale di diverse associazioni sul territorio, direttore artistico di manifestazioni culturali.

 

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