Il Giorno della Memoria, occasione per vedere i film sul nostro passato

di Renato Aiello

Un giorno per ricordare, una data per riflettere, un momento di raccoglimento, commemorazione e celebrazione della pace: il 27 gennaio, convenzionalmente divenuto Giornata della Memoria in Italia e non solo, a 73 anni dalla liberazione di Auschwitz-Birkenau, campo di morte e sterminio diventato il simbolo del male nazifascita, è un’occasione importante.

Da un paio di anni Cesare Israel Moscati, regista e sceneggiatore, e soprattutto autore di documentari, è impegnato tra festival (in particolare il Pitigliani di Roma, dedicato al cinema e alla cultura ebraica), proiezioni, eventi e appuntamenti in tutta Italia, fino a Tel Aviv in Israele, in questo lavoro di preservazione e diffusione delle storie e dei racconti di chi ha vissuto, ripercorso o “ereditato” l’orrore della Seconda Guerra Mondiale.

Tre documentari belli e importanti,  I figli della Shoah, Alle radici del male e Suona Ancora, andrebbero recuperati in questa settimana della memoria, in questi giorni di studio e comprensione della Storia.

Il primo, della durata di 57 minuti, prodotto da Global Vision Group in collaborazione con Rai Cinema, è scritto da Moscati, anch’egli “figlio della Shoah”, protagonista stesso del film, che decide di partire per un viaggio alla ricerca di altri figli e nipoti di sopravvissuti per condividere con loro la propria, personale sofferenza.

È un viaggio a cui non può più sottrarsi: Roma, Parigi e Israele sono le tappe per indagare nell’animo e nelle emozioni di uomini e donne che, come lui, si sono ritrovati per tutta la vita a convivere con il trauma e il silenzio dei propri genitori. Questo è il momento di condividere il proprio dolore e di cercare dai suoi compagni di viaggio altre risposte, inseguite per tutta la vita.

Perché, benché se ne parli e si affronti il dolore, la ricerca di risposte non si esaurisce mai. Il film si apre e si chiude nella scuola elementare ebraica Vittorio Polacco di Roma, da cui furono deportati 115 bambini ebrei (tra questi quattro zii di Moscati) che non fecero più ritorno.

«Il dramma della Shoah – sottolineò il regista Beppe Tufarulo – ha lasciato un’impronta indelebile non solo sui sopravvissuti ai campi di sterminio ma anche sulle generazioni successive. Il trauma subito ha portato ad un immenso vuoto fisico ed emotivo con cui i superstiti si sono trovati a convivere. Il loro senso di colpa per essersi salvati ha reso molto difficile la capacità di vivere una vita normale a guerra finita ed ha, di conseguenza, reso complicata la costruzione di successivi legami familiari.

Eccolo, dunque, il pesante fardello dell’olocausto che, oltre ad aver lacerato i genitori ha colpito anche i figli di seconda generazione che sono cresciuti con la consapevolezza di un vuoto affettivo da dover colmare silenziosamente con le proprie forze.

Da questa premessa nasce un documentario che vuole indagare nell’animo e nelle emozioni di tutti i protagonisti coinvolti. Nelle loro parole e nei gesti involontari sono sedimentate tracce di esperienze passate, espressioni di dolore che si fanno memoria, testimonianza e coraggio».

Alle radici del male, che sarà proiettato giovedì 25 gennaio presso l’Auditorium della Società Umanitaria di Milano e e domenica 28 gennaio al MAXXI di Roma, racconta invece storie di donne e di uomini che hanno subito il male più atroce, assoluto. Racconti tramandati da figli e nipoti, vittime anch’essi del dolore che traspare dal film, presentato il 7 giugno 2017 nel Sacrario delle Fosse Ardeatine di Roma, prima volta in assoluto.

Sorprendentemente, ma forse no, si è di fronte ad un dolore altrettanto assoluto, provocato dalle colpe infami dei padri e dei nonni, carnefici nazisti e complici. Si tratta del viaggio in alcuni dei luoghi in cui il male è avvenuto, luoghi simbolo della dolorosa memoria del Novecento: dal campo di sterminio di Auschwitz, al campo di concentramento di Plazow, alla pace del bosco di Niepolomice, in Polonia, tutti silenti testimoni del massacro di più di 70 anni fa. Senza dimenticare il “Binario 21” di Milano, da cui partiva il treno dei deportati e le Fosse Ardeatine nella Capitale, simbolo della Resistenza al nazi-fascismo.

Nel film, ognuno di questi luoghi fa da scenario ad un evento straordinario: qui i figli e i nipoti della Shoah si incontrano, per la prima volta davanti alla macchina da presa, con i discendenti dei nazisti, per parlarsi, raccontarsi le reciproche storie di dolore. Un viaggio nel profondo dell’animo umano, alla ricerca delle radici del male. Con un messaggio finale di speranza per il futuro, nella consapevolezza che, perché il passato non si ripeta, la Storia, così come le tante e diverse storie dei protagonisti di questo film, debba essere compresa, oltre che ricordata.

«L’idea di dar vita a questo nuovo progetto – spiegò a suo tempo Moscati – è nata dopo la conclusione dei miei due documentari precedenti, I figli della Shoah e ‘Suona ancora. Questo mio nuovo documentario mescola il male con il bene, aprendo la mente a nuovi quesiti, a nuovi dubbi, attraverso una storia ricca di immagini, incontri, viaggi e testimonianze.

Affrontare questo viaggio è stato come salire un monte, è stato come andare alla ricerca della radice del male. Con questo documentario ho affrontato tutti i fantasmi che hanno sempre ostacolato la mia vita esistenziale, sono riuscito a combatterli e superarli a viso aperto, uscendo da una proiezione progettuale di morte».

Il docufilm scritto da Moscati per i figli della ShoahNell’ultimo film Suona Ancora, prodotto da Rai Cinema, e che infatti approdò nel 2016 in seconda serata su Rai 2 a Tg Dossier, le parole si rivelano come note in uno spartito dolente e solitario di storie drammatiche ed incancellabili, raccontate dai discendenti dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti.

Da Roma a Tel Aviv – dove un bambino di dodici anni suona la viola proveniente dai campi e recuperata dal restauratore di violini Amnon Weinstein -, passando per Parigi, Berlino e Budapest, lo sceneggiatore Moscati, protagonista di questo racconto visivo, si fa maestro concertista in un viaggio di sofferenze condivise e di ferite profonde che si tramandano devastanti nelle vite di figli e nipoti delle vittime dei lager.

Tutti gli intervistati sono musicisti o appassionati di musica come lo erano i propri padri e nonni, e Moscati va alla loro ricerca per ricostruire quella mappa del dolore e riconoscerlo nel prossimo, in quella capra dal viso semita che per il poeta Umberto Saba era correlativo oggettivo della sofferenza di un’intera umanità attraverso secoli di persecuzione.

Non solo sarà riproposta sulle reti Rai, ma la pellicola incontrerà ancora una volta i ragazzi, gli studenti del Conservatorio Verdi di Milano in tal caso, venerdì 26 gennaio, per una proiezione speciale, ultima di una lunga serie tra multiplex, sale come quelle del cinema Barberini e il teatro Brancaccio a Roma.

I traumi sono difficili da superare e se è vero che non ci si risveglia mai dagli incubi della Storia, come sosteneva l’autore inglese Thomas Stearns Eliot, spetta alla bellezza dell’Arte e all’armonia della musica il compito di oscurare “il male” ed esorcizzarlo, attraverso il ricordo di ciò che è stato l’Olocausto. Solo così si può sfuggire alle tenebre della guerra e recuperare il coraggio di vivere per la “rinascita” del popolo ebraico, in Europa come in Israele, anche alla luce dei recenti attacchi terroristici e del ritorno di antisemitismo nel continente europeo.

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