Il mandolino napoletano

di Michele Di Iorio

Il mandolino, lo strumento musicale simbolo di Napoli, ebbe i suoi antenati nell’oud arabo, nel pandura greco e nell’ambura slavo. Ha un lungo manico e quattro corde, mentre il corpo ovvero la cassa armonica, è costituita la sottilissime lamelle di legno  di acero, curvate a caldo fino a raggiungerla caratteristica forma di mandorla. Il suo suono è affine a quello dello shamisen giapponese e alla balalaika russa, entrambi strumenti a tre corde.

Appartenente alla famiglia dei liuti, il mandolino antico si diffuse nel milanese dal 1500. L’antico strumento era a 5 corde.

A Napoli i mandolini si diffusero nel XVII secolo: venivano prodotti dalla Casa Vinaccia in rua Catalana, che fabbricava strumenti ad arco e a corda. A Gennaro Vinaccia e poi i suoi figli Antonio e Vincenzo si deve perciò la diffusione dei primi mandolini. La dinastia continuò con Gaetano e quindi Pasquale che nell’800 costruì i primi mandolini napoletani a 4 corde in acciaio.

Intanto a Napoli erano sorte altre botteghe artigiane, come quella dei fratelli Fabbricatore, insieme ad altre famiglie minori di mandolinisti napoletani, come quella di Domenico Fontana. A questi nell’800 si aggiunsero Giovanni Miniero e iLovero, Pasquale Febbraro, Giovanni Kasermann, Alfredo Continua, Carlo Del Prete, e naturalmente la liuteria Calace.

Il capostipite di questa ultima dinastia fu Nicola, nato a Pignolo, Potenza.  Cospiratore antiborbonico, fu imprigionato e tradotto nelle Regie carceri del castello di San Michele a Procida, ove da un suo compagno di cella imparò a suonare il mandolino. Liberato nel 1825 impiantò una piccola bottega di liuti e mandolini a Procida e tre anni dopo si trasferì a Napoli, ingrandendosi. L’attività venne perpetuata da suo figlio Antonio e poi da suo nipote Raffaele, che, grande compositore ed eccelso esecutore, scrisse ben 160 spartiti per mandolino. In seguito Raffaele aprì una nuova sede in vico San Domenico Maggiore, nel palazzo dei principi di Sansevero.

Con la fine della II guerra mondiale e la crisi del dopoguerra le circa trenta liuterie napoletane di sparirono quasi del tutto: ultimi rimasti i Fratelli Fabbricatore e i Calace.

Oggi a perpetuare la tradizione in rigorosa linea familiare è rimasto Raffaele Calace jr, coadiuvato dalla figlia Anna Maria. L’Antica Liuteria Calace ormai ha soli 5 operai.

Quindi si deve a Napoli la diffusione di questo particolarissimo strumento, difficile da suonare. I più grandi mandolinisti sono stati napoletani.  Uno per tutti, Eduardo Amurri, fu addirittura chiamato dallo zar in Russia come maestro di corte.

Il mandolino contribuì a rendere celebre la canzone napoletana, ma non fu disdegnato da Vivaldi, Mozart, Beethoven e Mahler, tanto per citare alcuni grandi compositori del panorama musicale mondiale.

Il mandolino, questo strumento popolare considerato adatto solo alla posteggia, ultimamente sta vivendo una nuova stagione. Molto, comunque,  si deve alla cultura musicale nipponica se il mandolino è tornato ad essere attuale.

Nel 1996 a Pozzuoli è stata costituita l’Orchestra Mandolinistica, e sono nati vari ensemble a plettro che ne valorizzano la grande sonorità.

E finalmente nel 1999 anche il conservatorio San Pietro a Majella di Napoli lo ha “sdoganato” istituendo la Cattedra di Mandolino.

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