Il Mar dei Sargassi si trova a Portici

C’è bisogno di più editoria, di cultura, di arte per addolcire il mondo in cui viviamo: la mission di Mar dei Sargassi

di Tonia Ferraro 

Nel mezzo  dell’Oceano Atlantico, tra le Azzorre e le Antille, s’incontra un-isola-che-non-c’è: è l’ammasso di sargaços, alghe che salgono in superficie galleggiando nella calma piatta delle acque. È luogo di riproduzione delle anguille, che, dopo una sorprendente migrazione di circa 6000 km, dal Mediterraneo raggiungono il Mar dei Sargassi.

Quest’isola dell’anima si trova esattamente a 28°20′08″ Nord e 66°10′30″ Ovest. Lontanissima, ma non tanto quanto sembra.

A parte i riferimenti letterari, che ci rendono familiare questo mare, è più vicino di quanto si possa pensare: a Portici (40°49′11″ Nord 14°20′28″ Est) è nata una casa editrice, Mar dei Sargassi, con sede in via Armando Diaz.

Lo staff è composto da giovani dai 25 ai 35 anni: Alessandro Campaiola, Direttore editoriale, Flavia Fedele, Editor, Marina Finaldi, Foreign Rights, Francesca Testa, Grafica e Impaginazione.

Sul sito della casa  editrice si legge: Cercavamo un luogo in cui essere, così lo abbiamo creato.

Questa affermazione ci ha tanto colpito che abbiamo voluto incontrare Alessandro Campaiola per saperne di più sul nostro Mar dei Sargassi.

Come è nata la casa editrice?

In effetti siamo nati nel 2016 come rivista culturale, diventando, negli anni, un punto di riferimento per i principali editori indipendenti del panorama nazionale. Da qualche mese questo progetto ha avuto una evoluzione diventando casa editrice, indipendente, non a pagamento, internazionale.

Perchè il nome Mar dei sargassi?

Soprattutto ci ha ispirato la letteratura, dal libro di Jean Rhys “Il grande mare dei sargassi” alla poesia di Eugenio Montale “L’anguilla”. Al di là degli echi letterari, c’è anche una valenza politica, in quanto l’anguilla, il pesce serpentiforme che in quel mare si riproduce, spesso nuota controcorrente. È quello che vogliamo fare noi, voci che si distinguono e differenziano nel dibattito mainstream. Ovvero, dire la nostra la nostra ma in chiave diversa, Tant’è che ci piace farci chiamare la “voce dei confini”: vogliamo portare il grido degli emarginati, dei diseredati al centro della discussione.

Quante publicazioni avete al vostro attivo?

In questo primo anno di vita abbiamo dato alle stampe cinque libri: “Milena Q. Assassina di uomini violenti” di Elisa Giobbi, “Fat Phobia” di Sabrina Strings, “L’ultima nomade” di Shugri Said Salh, “Celestino prima dell’alba” di Reinaldo Arenas, “Fuori” di Birgit Birnbacher.

Attualmente abbiamo tre collane, indicate con nomi che possiamo definire simbolici della nostra mission: per la narrativa italiana “L’anguilla”, il nostro stilema, per la narrativa straniera  “Terranova”, la corrente che da Nord va verso Sud, per la  saggistica “Camalote”, un fiore della foresta amazzonica che si stacca dalla pianta galleggiante e mette radici laddove si ferma.

Quindi, temi che rispecchiano la vostra filosofia.

Certamente. Ad esempio “Milena Q.”, un libro che parla della violenza di genere. Milena è una vittima che diventa carnefice: la telecamera si sposta dal tema della violenza sulle donne per mostrare il rovescio della medaglia.  

“Fat Phobia” è un saggio attualissimo e illuminante sul “body shaming”, ovvero l’esecrabile pratica di offendere qualcuno a acusa del suo aspetto fisico.

“Celestino prima dell’alba” tratta diversi temi, non ultimo quello della discriminazione della comunità LGTB.

“L’ultima nomade” racconta la storia di una donna somala che vive nel deserto in una società patriarcale, dove le donne subiscono la mutilazione dei genitali. L’autrice dimostra che, nonostante tutto, è proprio sulla donna che si regge l’economia familiare, come pur tante altre dinamiche della vita sociale delle tribù nomadi, anche se viene considerata una figura marginale. Shugri Said Salh apparteneva a quel mondo, ma ha saputo evolversi e migrare verso una società libera e aperta. Dimostra che si può sfuggire a un destino già scritto.

“Fuori”, la pubblicazione, tratta del tema della carcerazione, cui tengo moltissimo: ho cominciato come giornalista nell’ufficio stampa del Garante dei detenuti della Campania. Parla di un ragazzo rimasto ventisei mesi in prigione, peraltro per un motivo abbastanza banale. Quando viene scarcerato non riesce a reintegrarsi nella società, segnato com’è dallo stigma di detenuto. La Birnbacher mette l’accento sul problema della detenzione, che non adempie al suo scopo primario di rieducare ma mantiene una mera funzione punitiva.

Non offrendo alternative, spesso l’individuo diventa recidivo

Quali sono le difficoltà oggettive di una piccola casa editrice?

Tutte! Fare editoria è difficilissimo: purtroppo non è retorica. Statisticamente gli italiani leggono poco, anche se moltissimi scrivono e cercano di pubblicare i loro libri. Difficile – anche se rispetto agli altri Paesi i libri in Italia costano molto di meno- a casua dei costi oggettivi. Infatti la distribuzione incide enormemente. Come pure la stampa: crisi energetica e della carta hanno fatto raddoppiare i costi. Del prezzo totale del libro, devo dirlo, solo una piccola parte va nelle tasche dell’autore e dell’editore.

È un peccato, perchè penso ci sia bisogno di più editoria, di cultura, di arte, che possono addolcire i mali del mondo in cui viviamo.

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