Il principe di Sansevero Raimondo di Sangro, l’alchimista maledetto

di Lucio Sandon

Siamo a Napoli a metà del Settecento e agli occhi del popolo il Principe appare come una sorta di stregone senza Dio. Un demoniaco alchimista senza pietà, che faceva rapire poveri sventurati per farne cavie di diabolici esperimenti realizzati in segreti laboratori fatti appositamente costruire nei sotterranei del suo palazzo, in largo San Domenico Maggiore. Fin qui la leggenda e le dicerie popolari.

La storia, invece, ce lo restituisce come un uomo illuminato, un intellettuale ossessionato che dedicò i suoi sforzi ai più disparati campi delle scienze e delle arti, ottenendo esiti che già i suoi contemporanei definirono prodigiosi. La sua vera ossessione, però, era meravigliare i posteri, cioè noi, ed entrare per sempre nella storia. Fu così che un giorno il Principe comprese che la definitiva sistemazione della chiesa di Santa Maria della Pietà avrebbe potuto rendere immortale il suo nome. Divenuta nota come Cappella Sansevero, ne fece così uno dei più stupefacenti capolavori di arte ermetica ed esoterica al mondo.

Il principe di Sansevero morì la sera del 22 marzo 1771. Molto probabilmente inalò o ingerì inavvertitamente qualche sostanza tossica durante uno dei suoi esperimenti in laboratorio. Personaggio tra i più misteriosi e discutibili del ‘700 europeo, mente tra le più brillanti e poliedriche della sua epoca, uomo forse troppo moderno per il suo tempo, Raimondo di Sangro riuscì nel proprio intento di creare e alimentare un mito intorno alla propria persona che attraversasse i secoli e che lo rendesse immortale. Un’iscrizione, non incisa, ma realizzata tramite un procedimento a base di solventi chimici ideato dallo stesso Principe e apposta sulla sua lapide presente nella Cappella Sansevero, lo ricorda così: «Uomo straordinario predisposto a tutte le cose che osava intraprendere. Celebre indagatore dei più reconditi misteri della Natura».

La Cappella Sansevero: un intreccio di arte ed esoterismo.

Situata nel centro storico di Napoli, la Cappella Sansevero è un gioiello del patrimonio artistico mondiale, una vera e propria dimora filosofale nel cuore di una città esoterica qual è il capoluogo partenopeo. Una sorta di tempio iniziatico in cui il suo ideatore, il principe Raimondo di Sangro, riuscì a trasfondere la sua geniale e poliedrica personalità. Un luogo in cui splendore e mistero, simbologia massonica ed esoterica, creatività artistica e orgoglio dinastico, si mescolano creando un’atmosfera unica, fuori dal tempo e dallo spazio.

Collocato al centro della navata della Cappella Sansevero, il Cristo velato è una delle sculture più belle e suggestive al mondo. Inizialmente l’opera doveva essere realizzata da Antonio Corradini che però morì nel 1752 dopo aver eseguito solo una bozza in terracotta del Cristo, oggi conservata al Museo di San Martino. Fu così che Raimondo di Sangro chiese a Giuseppe Sammartino, un giovane artista napoletano, di realizzare «… una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua».

Proprio la trasparenza e la tessitura del velo, che sembra dolcemente adagiato sul corpo senza vita di Gesù, quasi a volerne raccogliere misericordiosamente le membra martoriate, ha sin da subito contribuito ad alimentare numerose leggende sul committente dell’opera. La fama di alchimista di Raimondo di Sangro fece fiorire, tra le altre, anche una leggenda sul sudario del Cristo di Sammartino. Molti, infatti, ritennero che la sua trasparenza fosse il risultato di un processo alchemico di marmorizzazione compiuto dal Principe in persona. Una credenza sorta oltre 250 anni fa e che ancora oggi stimola la fantasia di visitatori e turisti che increduli osservano la statua e il velo che la ricopre. In realtà è tutto frutto dell’estro artistico di Giuseppe Sammartino, così come testimoniato da alcune lettere dello stesso di Sangro, in cui descrive il velo come «… realizzato dallo stesso blocco della statua».

Le Macchine anatomiche.

Nella cavea sotterranea sono visibili le famose Macchine anatomiche, le presenze più enigmatiche della Cappella Sansevero. Si tratta dei veri scheletri di un uomo e di una donna avvolti dall’apparato circolatorio in eccezionale stato di conservazione. Realizzate da un medico siciliano sotto la direzione di Raimondo di Sangro, dopo oltre 250 anni, ancora non si è scoperto il procedimento utilizzato. Da un lato, si è ipotizzato che il medico abbia iniettato nei due cadaveri una sostanza creata dal Principe, probabilmente a base di mercurio, che avrebbe “metallizzato” i vasi sanguigni. L’altra ipotesi, invece, è che si tratti di una ricostruzione eseguita con vari materiali, tra cui cera d’api e coloranti. Una tesi, quest’ultima, che comunque non intaccherebbe l’eccezionalità delle due Macchine. La riproduzione del sistema atero-venoso infatti, è stupefacente fin nei vasi sanguigni più sottili, sebbene le conoscenze di anatomia dell’epoca non fossero tanto precise. Questi inquietanti oggetti, inoltre, hanno per secoli alimentato la cosiddetta leggenda nera relativa al Principe: secondo la credenza popolare, riportata anche da Benedetto Croce, Raimondo di Sangro fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene.

La statua del Disinganno.

Assieme al Cristo velato e alla Pudicizia forma la terna d’eccellenza artistica della Cappella Sansevero. Realizzata da Francesco Queirolo, il Principe dedicò questa opera al padre Antonio, che rimasto vedovo, abbandonò il piccolo Raimondo affidandolo a suo nonno. Dopo un’esistenza avventurosa e disordinata, dedicata ai piaceri e ai viaggi, ormai stanco e pentito degli errori commessi, il genitore tornò a Napoli e consacrò la sua vecchiaia alla vita monastica.

Il gruppo scultoreo rappresenta un uomo che si libera da una rete, metafora del peccato, aiutato da un angioletto alato che indica il globo terrestre ai suoi piedi, simbolo delle passioni mondane. Sul golobo è appoggiata la Bibbia, testo divino ma anche una delle tre “grandi luci” della Massoneria. Gesù che restituisce la vista al cieco, episodio evangelico raffigurato sul bassorilievo sul basamento, completa l’allegoria.

La statua della Pudicizia.

Il Principe dedicò questo monumento alla memoria della sua “incomparabile madre”, Cecilia Gaetani, morta meno di un anno dopo averlo messo al mondo. L’albero della vita, la lapide spezzata e lo sguardo perso nel tempo, sono tutti elementi che simboleggiano l’esistenza di una donna troncata prematuramente e il dolore di un figlio che praticamente non conobbe mai sua madre. La donna coperta dal velo, inoltre, è un chiaro riferimento ad Iside, la dea velata.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

 

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