Il Racconto, Due vite

di Giovanni Renella

Peppino

Portava ancora i calzoni corti, ma già si vedeva che per il gioco del pallone aveva una predisposizione naturale. Nelle sfide sul campetto dell’oratorio, gli amici si contendevano la sua presenza in squadra, perché faceva aumentare le probabilità di una vittoria in maniera esponenziale, anche se era circondato da schiappe. Tutto stava a passargli la palla nella tre quarti avversaria e con pochi dribbling secchi si ritrovava a tu per tu con il portiere, costretto a capitolare sotto la precisione balistica dei suoi tiri. Un destro felpato che, a soli dodici anni, lo aveva già fatto notare negli ambienti calcistici cittadini. Gli osservatori della squadra locale avevano cominciato a seguirlo e, complice l’altezza e il fisico giusto, tre anni dopo lo avevano chiamato ad esordire nella formazione giovanile. Fu quello il campionato che consacrò Peppino sulla ribalta del calcio agonistico. Con i genitori, complice la passione del padre per il gioco del pallone, il patto era stato chiaro fin dall’inizio: la scuola veniva prima di tutto e, se il rendimento fosse calato, c’era già pronto un bel chiodo ad attendere le sue scarpette con i tacchetti.

Giuseppe

La laurea in medicina l’aveva conseguita perché voleva dedicarsi alla ricerca. E ci aveva anche provato. Fino a quando, senza troppi giri di parole, gli avevano detto di lasciar perdere perché per lui, che non era figlio d’arte, non c’era spazio. Fu così che Giuseppe decise di specializzarsi in pediatria e mettere la sua conoscenza della scienza medica al servizio dei più piccoli fra i pazienti che un medico potesse curare. E più di una volta la sua innata passione per la ricerca gli era venuta in aiuto di fronte a casi di non facile soluzione che i suoi colleghi non erano stati in grado di risolvere. Con gli anni aveva allargato i confini della sua professione spingendosi a elaborare studi di alto valore scientifico sui profili di comunità, gettando le basi di analisi così accurate che avevano avuto eco internazionali. Le numerose pubblicazioni ne avevano fatto un punto di riferimento per tanti studiosi, ma di questo mai nessuno lo aveva sentito vantarsene.

Peppino

Gli anni passavano e Peppino continuava ad affinare la sua tecnica calcistica che ormai lo aveva portato in prima squadra. I supporter locali accorrevano alle partite giocate in casa e i più lo seguivano anche in trasferta.

Le sue discese lungo la fascia esaltavano i tifosi, mandandoli in delirio quando finalizzava l’azione con uno splendido gol. Scuola e calcio, anche negli anni settanta, non erano un binomio di facile coniugazione; ma Peppino teneva fede all’impegno preso con i genitori e superava brillantemente l’esame di maturità al liceo classico. L’iscrizione all’università coincise con il debutto in una squadra di serie C. L’emozione durò giusto il breve tempo del ritiro precampionato, ma sin dalla prima partita il ragazzo fece capire di che stoffa era fatto. Il mister gli aveva affidato il ruolo di centravanti, il più ambito da quando esiste il gioco del calcio, e lui non aveva deluso le aspettative. Entrato subito in partita, alla mezz’ora aveva portato la squadra in vantaggio, con un’incornata di testa che aveva fatto esplodere lo stadio. Uno a zero, risultato finale e Peppino, dopo la prima di campionato, già era un mito per la tifoseria.

Giuseppe

Per assistere i bambini Giuseppe si era spinto in quello spicchio di Africa in Italia che è Castelvolturno, dove ogni settimana visitava decine di piccoli privi di ogni tutela sanitaria, a causa di una diversa pigmentazione della pelle; o si recava nel ventre di Napoli per curare neonati venuti al mondo in famiglie dove il disagio condiziona  le esistenze di chi ha poco o nulla, privandole anche della speranza: quella speranza che Giuseppe si ostinava ad alimentare. Già una volta si era arreso; ma allora era più giovane e forse da qualche parte era scritto che doveva abbandonare la sua passione per la ricerca e dedicarsi alla pediatria.

Oggi che è in pensione, ha i figli grandi e da poco è diventato anche nonno, volgendo lo sguardo al passato Giuseppe rivede Peppino, centravanti di belle speranze con il vizio del gol, che scelse di lasciare il calcio e fare il pediatra per continuare a segnare in una partita ben più importante: quella della salute dei bambini.

 

Nato a Napoli nel ‘63, agli inizi degli anni ’90 Giovanni Renella ha lavorato come giornalista per i servizi radiofonici esteri della RAI. Ha pubblicato una prima raccolta di short stories, intitolata  “Don Terzino e altri racconti” (Graus ed. 2017), con cui ha vinto il premio internazionale di letteratura “Enrico Bonino” (2017), ha ricevuto una menzione speciale al premio “Scriviamo insieme” (2017) ed è stato fra i finalisti del premio “Giovane Holden” (2017). Nel 2017 con il racconto “Bellezza d’antan” ha vinto il premio “A… Bi… Ci… Zeta” e nel 2018 è stato fra i finalisti della prima edizione del Premio Letterario Cavea con il racconto “Sovrapposizioni”. Altri suoi racconti sono stati inseriti nelle antologie “Sette son le note” (Alcheringa ed. 2018) e “Ti racconto una favola” (Kimerik ed. 2018).

 

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