Il Racconto, Era solo un gatto

di Lucio Sandon

Quando il nobile molisano Don Lucio di Sangro, duca di Telese, Solopaca e San Martino, decise di farsi costruire una villa lungo il Miglio d’Oro, aveva le idee ben chiare, non per niente era un grande di Spagna che si vantava di discendere nientedimeno da Carlo V, quello che non vedeva mai un tramonto sui suoi possedimenti.

Il caro Lucio era il settimo duca di Casacalenda, quarto duca di Campolieto, signore di Provvidente, Morrone, Colle, Cascole, Castellano, Larino, Gariglia, Castel di Lino e signore anche di San Leucio, dove insieme al suo amico, il re Borbone,  produceva le stoffe più belle del mondo, preziose al punto da poter essere acquistate solo dalle case regnanti. Forse era signore anche di qualche altro feudo,  alle volte ne dimenticava qualcuno perfino lui.

Ordunque, nei suoi intendimenti, la nuova casa al mare avrebbe dovuto essere la più bella e lussuosa tra quelle che si stavano facendo costruire quei pezzenti degli altri patrizi napoletani sul miglio d’Oro, abbastanza vicina  alla reggia del Granatello in modo tale da suscitare l’invidia degli altri patrizi del regno, ma non troppo vicina alla reggia, onde evitare il dispetto del sovrano con il suo sfarzo. L’idea che il ricco nobiluomo aveva di un’elegante magione con vista sul golfo non potrebbe essere nemmeno lontanamente paragonata a quelle dei satrapi dei nostri giorni.

A quell’epoca, la potenza economica doveva essere dimostrata in modo chiaro e comprensibile a chiunque: allora niente alte mura di cinta per proteggere la privacy, niente piscine nascoste agli obiettivi dei fotografi, o tunnel sotterranei per accedervi di nascosto, ma forme fantastiche e opulente, accesso diretto dalla strada principale e terrazze sul mare per godere il fresco zefiro estivo inebriandosi del panorama sulla città, sulla costiera sorrentine  e sulle isole all’orizzonte, mentre alle spalle, la montagna di fuoco brontolava sommessa emettendo i suoi bianchi pennacchi di fumo.

Visto che c’era da costruire e da perdere tempo con i muratori, Campolieto fece le cose  come si deve, da par suo: in contemporanea decise di farsi un appartamentino anche nel capoluogo, giusto per non essere da meno a suo cugino Raimondo, il principe di Sansevero: a fianco della casetta del congiunto, in quella che era l’antica agorà napoletana al tempo dei greci, mise mano alla costruzione dell’umile dimora, utilizzando come fondazione ciò che rimaneva del tempio di Iside di memoria ellenica, nella piazza più antica di Napoli, tasciando però l’incombenza di seguirne le attività alla sua signora, la duchessa Marianna.

Luigi Vanvitelli

A sua volta, per non sfigurare o dare l’impressione di essere taccagna, la gentildonna affidò la direzione dei lavori all’architetto più famoso dell’epoca, colui che aveva appena terminato di dirigere i lavori alla reggia di Caserta: aveva ingaggiato nientedimeno che Luigi Vanvitelli per il rifacimento dell’edificio preesistente, nonchè la preservazione della magnifica scala realizzata da Cosimo Fanzago, architetto lombardo che aveva una certa tendenza a fare i lavori in economia, e cercava di utilizzare i manufatti già eseguiti dagli antichi carpentieri greci.

Cosimo Fanzago

I due prestigiosi architetti avevano delle visioni diametralmente opposte su come dovesse essere impostato il progetto, per non parlare degli scaloni, i frontali, in breve su tutto: ciò che Fanzago aveva terminato, Vanvitelli abbatteva e rifaceva a modo suo. Al termine dei lavori, durati diversi anni, il risultato fu però spettacolare: Palazzo di Sangro di Casacalenda, a fianco di San Domenico Maggiore, è uno dei più belli (e misteriosi) di Napoli anche se non arrivò a superare quello del cugino, il quale d’altra parte sembrava che fosse dotato di poteri sovrannaturali.

Villa Campolieto, sul miglio d’oro, da poco ristrutturata dopo secoli di abbandono,  è senza dubbio la perla delle storiche dimore vesuviane. I lavori della villetta si protrassero per un ventennio per la terribile eruzione del Vesuvio del 1758, per beghe del duca con i confinanti, per problemi di visuale e panorama, ma alla fine Luigi Vanvitelli, che il duca allora Governatore del Monte di Pietà, aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare, consegnò le chiavi ai felici committenti.

Dal grande portale d’ingresso sulla strada, in una visione prospettica all’infinito, oltrepassato il profondo androne e superato il vestibolo centrale, si giunge alla Rotonda, caratterizzata da archi su colonne di ordine tuscanico che creano, con la terrazza superiore, una passeggiata su due livelli: uno si apre sul giardino, l’altro sul panorama del Golfo.

Si giunge poi al piano superiore, in un vestibolo coperto da una cupola e decorato da sovrapporta con medaglioni raffiguranti le quattro stagioni. Il  salone delle feste, affrescato con scene mitologiche e prospettive. Alla morte del duca, i beni della famiglia passarono al figlio primogenito Scipione che morì nel 1808 senza discendenti diretti, pertanto già ai primi dell’Ottocento le sorti della villa erano segnate.

Divisa tra vari eredi, volse nel totale abbandono dopo l’ultimo conflitto mondiale quando fu occupata dagli alleati. Nel 1977 è stata acquistata dall’Ente per le Ville Vesuviane e completamente restaurata, recuperata e aperta al pubblico come bene a servizio della collettività.

Le incomprensioni tra colleghi sono frequenti anche ai nostri giorni, anche se con esiti diversi…

Marisa

Mi chiamo Marisa, sono un medico veterinario, ho trentaquattro anni.

Li avrò per sempre: il mio amore per le sigarette con il marchio giallo e nero mi ha portato qui, da dove scrivo queste righe. Purtroppo tocca a me iniziare questo racconto perché il mio principale si è categoricamente rifiutato di mettere mano ad una storia che non mai voluto accettare ed aveva rimosso dalla memoria, probabilmente senza averne tutti i torti.

Era la fine di un rovente luglio dei primi anni novanta, quando le ultime settimane di luglio erano veramente roventi, non come quelle di oggi, all’epoca avevo ventisei anni ed ero alla mia prima esperienza di lavoro. Faceva caldo in ambulatorio, e l’umore assumeva varie sfumature di colore in concomitanza delle situazioni che si presentavano, ma la tendenza era verso il nero profondo.

Lui, il dottor Gardenia se n’era andato allegramente in vacanza a Ischia, stampando due baci anche troppo amichevoli sulle guance sia  a me che ad Alessandra, lasciandoci ad arrostire come due polli alla diavola. La prima diavola, la mia collega ed amica, la bionda giunonica dagli occhi verdi, mi aveva messo nell’impiccio nel quale mi trovavo: normalmente, all’inizio dell’estate, ci dividevamo amichevolmente i periodi di ferie, ma quell’anno Alessandra, all’ultimo momento  per colpa di una malattia di sua madre, mi aveva chiesto di condividere le ferie per tutto il mese di agosto, in modo da  fare mezza giornata di lavoro ognuna, per poter rimanere vicino a sua mamma. Avevo accettato subito e senza problemi, cosa non si fa per un’amica!

Dunque mi trovavo in quel momento alle prese con Ulisse, uno schnauzer gigante innamorato, che per raggiungere la sua bella bastardina randagia in calore, aveva tentato di evadere dal giardino della villa del suo padrone scalando la cancellata di ferro battuto.Operazione riuscita a metà: dopo aver raggiunto e superato la vetta, nel ridiscendere era rimasto infilzato in uno dei fregi a forma di lancia, restando appeso per  diverse ore a testa in giù, con una lama che gli scavava le carni a pochi millimetri dall’arteria femorale.

Ora Ulisse era lì sul tavolo operatorio, che mi guardava, ansando forte con aria felice e soddisfatta, per un suo qualche motivo che al momento a me sfuggiva, e  nell’attesa che lo addormentassi per ricucirlo, contribuiva ad aumentare la temperatura ambientale con il suo fiato rovente e con il folle movimento del mozzicone della sua coda.

Un’ora e mezza più tardi e novantadue punti di sutura dopo, Ulisse era sveglio e pronto per nuove avventure amorose, solo una grande cicatrice a forma di Y all’interno della coscia sinistra gli avrebbe ricordato per sempre che i cani non sono bravi come i gatti nello sport del salto del cancello.

L’orario di chiusura era passato da un pezzo. L’ambulatorio era vuoto e pure la toelettatura era deserta, nonostante per tutta la mattinata fossero risuonati latrati e miagolii dei pelosi clienti poco propensi ai bagni, alle tosature ed al pedicure.

Il deserto era l’immagine che occupava la mia mente: caldo torrido, non un filo di vento, sole a picco, silenzio totale, solo una strana vibrazione proveniva da qualche parte della struttura, ma con quel caldo e a quell’ora, non avevo nessuna voglia di indagare, e dopo un’ultima occhiata a Ulisse, lasciai qualche appunto per Alessandra e mi avviai nel sole abbagliante delle strade, verso una doccia fresca, un’insalata caprese ed una corsa in vespa verso Sorrento e le sue spiagge.

Per trovare la prima ricetta delle melanzane alla parmigiana a noi familiare bisogna  aspettare il 1837,  quando Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino diede alle stampe la sua opera più importante: Cucina teorico pratica. È proprio Del Cavalcanti  un estratto della ricetta presentata nel libello Cucina casereccia in dialetto napoletano, comparso in appendice all’edizione del 1839.

Melanzane alla parmigiana.

« … e le farai friggere; e poi le disporrai in una teglia a strato a strato con il formaggio, basilico e brodo di stufato o con salsa di pomodoro; e coperte le farai stufare. »

(Ippolito Cavalcanti, Cusina casarinola co la lengua napolitana, Cucina casareccia in lingua napolitana)

È comunque da rimarcare il fatto che in molti libri di gastronomia stampati tra il 1600 ed il 1800, tra i quali quelli del Corrado e del Cavalcanti, la locuzione “alla parmigiana” veniva adoperata per indicare la presenza del tipico formaggio nelle ricette, valga l’esempio delle 28 ricette “alla parmigiana” illustrate nel Cuoco Galante, tutte caratterizzate dalla presenza del formaggio Parmigiano.

Alessandra

Il mio turno sarebbe dovuto cominciare come sempre alle tre e mezza, ma un messaggio di Marisa, come sempre in ansia per qualche motivo, mi aveva convinta ad andare ad aprire un po’  prima del solito. Stavolta si preoccupava per uno schnauzer traumatizzato. La mia mamma stava meglio per fortuna, e il condizionatore faceva il suo dovere, anche se emetteva un preoccupante ansimare da mantice, che faceva prevedere una prematura dipartita del vecchio apparecchio.

Dimenticavo, il mio nome è Alessandra, ho ventisette anni e sono un veterinario specializzato nella cura dei piccoli animali. Lavoro da un paio d’anni in una clinica di una città a sud di Napoli, una città di mare arrampicata per metà sulle colate ormai fredde di lava del vulcano.

Il mio titolare è un veterinario un po’ sui generis, non è  cattivo, però è leggermente svagato e con l’aria di ascoltarti solo con una parte della sua mente, perso a volte in un mondo che solo lui sembra intravvedere. Quello che è successo in quell’infuocato pomeriggio di fine luglio è però sembrato farlo uscire dal suo mondo parallelo  per trasformarlo in un’altra persona, irriconoscibile, fredda,  scostante e vendicativa.

Dunque, dicevo di mamma mia che sembrava riprendersi bene, prova ne era l’effluvio celestiale che si spargeva nel vicinato, portato sulle tiepide ali dello scirocco africano.

La parmigiana di melanzane non è una semplice pietanza, è l’apoteosi della cucina meridionale, con le sue infinite e squisite varianti: qualcuno addirittura usa servirla come dessert, guarnendola con frutta candita, pinoli e ricoprendola di cioccolato fondente! Mammina mia prediligeva la ricetta classica: melanzane violette di Napoli fritte in olio d’oliva, una leggera salsa di pomodoro, fiordilatte, basilico appena colto e formaggio parmigiano, giusto per giustificare il nome.

Il risultato era normalmente strepitoso, ma quel giorno, dopo una mattinata passata a nuotare e giocare a pallavolo sulla spiaggia con gli amici, il profumo mi faceva girare la testa, e in cinque minuti ne feci fuori due porzioni abbondanti, seguiti da una doverosa “scarpetta”, ma purtroppo si erano fatte le tre e il messaggio di Marisa mi metteva leggermente in ansia.

Mi avviai al lavoro con uno strano presentimento, nella canicola della città deserta e assopita nella siesta pomeridiana. Appena arrivata, andai subito a controllare Ulisse, così  come mi aveva chiesto Marisa, e lo trovai intento a tentare di distruggere il gabbione di ricovero in acciaio, probabilmente per  avviarsi a terminare il lavoro lasciato in sospeso quella mattina, ed appena gli aprii la porta per controllare la ferita, mi mise le zampone sulle spalle e mi ringraziò con una fetida alitata in faccia.

Mentre il cagnone mi leccava il viso, notai una cosa strana: aveva negli occhi un’espressione felice e soddisfatta, per qualche motivo che lui non riusciva a comunicarmi e che a me invece sfuggiva. La sutura comunque, grazie ad un collare elisabettiano che avrebbe potuto fungere da parabola satellitare, era in perfette condizioni, e dopo aver convinto il cucciolone, un po’ con le buone ed un po’ con le cattive a rientrare nel suo ricovero, andai a lavarmi le mani ed il viso.

Per andare in bagno, si doveva passare per la toelettatura, e li scoprii l’origine della vibrazione che avevo notato entrando, nel silenzio del primo pomeriggio: qualcuno aveva lasciato in funzione la gabbia di prima asciugatura, dove gli animali appena lavati venivano investiti da un flusso d’aria calda, nell’attesa di essere rifiniti con spazzola e phon.  

Schiacciai il pulsante per spegnerlo, pensando che se il dottor Gardenia non fosse stato in ferie, difficilmente la responsabile dello spreco di corrente se la sarebbe passata liscia, quando un flebile lamento mi fece sobbalzare: aperta la porta dell’apparecchio, vidi con orrore sul pavimento della gabbia, un gatto, un persiano grigio steso su un fianco, che respirava a fatica.

La povera bestia doveva essere rimasta perlomeno due ore in quella specie di forno, dove il limite massimo era di un quarto d’ora. Lo presi tra le braccia, scottava. Immediatamente lo depositai nella vasca di lavaggio e cominciai a bagnarlo con acqua tiepida, mentre cercavo di rianimarlo soffiandogli aria nelle fauci e massaggiandogli il torace per aiutarlo a respirare.

Marisa e Alessandra

Il telefono cominciò a trillare giusto mentre cominciavo a scendere la prima rampa di scale, lo sentii solo perché mi ero fermata ad accendere un sigaretta.  La borsa con gli asciugamani e la crema solare sulla spalla, il casco in mano, pensai, al diavolo il telefono, c’è Andrea giù che aspetta, può essere solo una seccatura, ma poi l’abitudine al dovere  prevalse sulla premonizione di fastidi in arrivo, rifeci di corsa i pochi gradini e riaprii la porta prima che il telefono smettesse di squillare.

«Corri, corri subito, ti prego…»

Non c’era bisogno di chiedere chi fosse, la voce roca dalla erre arrotata era inconfondibile, e se Alessandra chiedeva aiuto, non c’era da perdere tempo. In meno di cinque minuti, mettendo seriamente a repentaglio la mia vita, quella di Andrea e gli ingranaggi del vespone, arrivai davanti allo studio, frenando tanto bruscamente da sollevare la ruota posteriore e meritandomi una raffica di improperi a mezza voce da parte del mio ragazzo. Mille ipotesi mi erano passate per la mente, durante il breve tragitto da casa all’ambulatorio, la mia paura principale era che fosse andata male qualcosa durante il risveglio di Ulisse, ma quando entrai sbattendo la porta, trovai Alessandra che piangeva china su di un grosso gatto persiano grigio, evidentemente in stato di shock…

«Cosa fai li impalata, prendi la tosatrice e aiutami a trovare una vena, bisogna reidratato subito, muoviti prendi una soluzione da quel mobiletto, questo lo perdiamo!»

Obbedivo meccanicamente, ma senza capire, cosa diavolo poteva essere successo al povero micione? In un momento di lucidità, Alessandra si degnò di illuminarmi: «Qualche delinquente ha lasciato il gatto nell’asciugatrice, hanno tentato di arrostirlo vivo!»

Ecco cos’era la vibrazione che sentivo, ecco il brutto presentimento. Dopo un tempo che mi sembrò lunghissimo, grazie alle terapie portate o forse per la sua tempra fisica, ed a costo di  almeno due o tre delle sue sette vite, il gattone ricominciò a respirare più normalmente e la temperatura rettale scese a meno di quaranta gradi. Che il gatto si era salvato lo capii quando Marisa sollevò la testa, mi guardò per un momento negli occhi e mi diede una leggera testata in fronte. I suoi occhi grigi sprizzavano scintille omicide, e dopo un paio di secondi emise un urlo acutissimo, liberando tutta la rabbia accumulata nell’ultima mezz’ora.

«Chi cavolo è stato che ha tentato di ammazzarlo?»

Ululò furiosamente e si diresse come una gorgone verso il reparto toelettatura, dove regnava un silenzio di tomba, segno evidente che anche lì qualcuno si era reso conto di cosa aveva fatto.

«Forza, chi è la deficiente che ha lasciato il gatto nel forno a crepare?»

«Il mio gatto! Cosa avete fatto a Pippo?»

Nessuno aveva sentito sopraggiungere il padrone del povero micio che era venuto a riprendersi il suo beniamino lasciato per un semplice bagno. Ora, con gli occhi fuori della testa ed il viso paonazzo, guardava alternativamente  Marisa, me e Laura, una delle ragazze della toelettatura, l’unica che aveva avuto il coraggio di affacciarsi, mentre Elena si teneva ancora ben nascosta, evidentemente per paura di un rimprovero che si era ampiamente meritata.

«Dov’è il mio Pippo, voglio vederlo, cosa gli avete fatto?»

Sempre più agitato e sudato, l’uomo cominciava ad andare in escandescenze e così lo presi per un braccio e gli sussurrai :

«È successo un piccolo inconveniente, una dimenticanza, Pippo ha rischiato grosso, ma adesso sta meglio!»

Il povero Pippo, intanto, si era seduto composto e vigile, gli occhioni gialli spalancati a guardare il suo padrone che aveva iniziato a piangere e strapparsi i capelli nel vederlo completamente bagnato e con il tubicino della flebo fissato alla zampa anteriore con il suo splendido pelo tutto rasato.

Dopo le escandescenze arrivarono le minacce e dopo le minacce arrivò anche una volante della polizia, perché il pover’uomo aveva tentato di suicidarsi, cercando di sfondare testate la porta di ingresso. Le trattative di pace furono lunghe e complicate e si conclusero solo nel tardo pomeriggio, quando Pippo ormai in forma e asciutto,  fu rimesso nel suo trasportino e portato via, non senza ulteriori recriminazioni e promesse di sfracelli.

Elena

Il mio nome ò Elena, ho diciannove anni e sono una ex toelettatrice di cani e gatti. Al momento sono disoccupata perché tutti quei deficienti della clinica dove lavoravo si sono coalizzati contro di me. Il titolare, quel disgraziato senza cuore del dottor Gardenia mi ha licenziata il giorno stesso in cui è rientrato dalle vacanze, dopo aver incontrato il padrone del gatto Pippo ed essere sfuggito per miracolo all’aggressione di quel folle scatenato.

Il pazzo omicida ogni mattina attendeva pazientemente il ritorno del titolare nel parcheggio dell’ambulatorio armato di un nodoso bastone, ritenendolo il primo responsabile del piccolo problema capitato al suo micio, e meno male che Alessandra lo aveva notato e aveva avvisato la vittima inconsapevole. Però dopo, in sede di spiegazioni  lei e quell’altra smorfiosa di Marisa, mi hanno tradita e invece di coprirmi, gli hanno raccontato tutto per filo e per segno, buttando tutta la colpa sulle mie spalle.

«Ma cosa avrò fatto poi? Ho solo dimenticato un gatto nell’asciugatoio per qualche ora… Boh, era solo un gatto»

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è La Macchina Anatomica, un thriller ambientato a Portici. Ha già pubblicato il romanzo Il Trentottesimo Elefante; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: Animal Garden e Vesuvio Felix, e una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario.

 

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