Il Racconto, Fantasmi

di Lucio Sandon 

Fantasmi: Dio m’arrassa da invidia canina, da mali vicini et da bugia d’homo da bene

Si tratta di una misteriosa iscrizione incisa su di una lapide posta all’Ospedale della Pace, risalente forse al XVI secolo. La tradizione addebiterebbe tale frase a un onesto cittadino ingiustamente accusato e condannato a morte per omicidio a causa dell’invidia altrui e di false testimonianze. Prima di morire, l’uomo dispose il lascito della sua eredità proprio all’Ospedale della Pace, aggiungendovi la lapide sulla quale fece incidere la già citata iscrizione, eterna voce e perenne ammonimento contro ogni forma d’ingiustizia. Se la lapide, narra la leggenda, fosse stata però tolta, l’eredità  in base alle precise disposizioni dettate dall’uomo sarebbe passata all’Ospedale degli Incurabili, tenendo anche pronta a tale proposito, un’altra lapide ancora con la stessa iscrizione. Tanto per premunirsi che nessuno togliesse di lì quella lapide, l’uomo dispose anche che qualcuno andasse di volta in volta a controllarla. E visto che in molti giurano di aver visto una strana sagoma aggirarsi nei pressi del vecchio ospedale salvo poi svanire nel nulla, sembra che tale supervisione duri ancora.

«Pronto dottò, mi avete riconosciuto? Sono il vostro vicino di casa!»

Il giovane veterinario abitava a San Giorgio a Cremano, in un “basso” a piano terra, nella stessa via dove viveva  anche Massimo Troisi  prima di diventare famoso. I due a volte si incrociavano uscendo la mattina, un saluto e via, ma più volte al giovane professionista era sembrato di scorgere un lampo divertito nello sguardo di quello strano vicino magro e allampanato: forse il bravo Massimo pensava che il dottor Gardenia fosse un po’ matto, e di certo non aveva tutti i torti. Purtroppo non era Troisi a telefonare alle sette di mattina a casa del veterinario, ma un tipo strano, un po’ matto, che abitava dopo la piazza principale del paese in un appartamento occupato  all’interno di Villa Vannucchi, un monumento settecentesco che aveva resistito ottimamente al terremoto dell’ottanta, a differenza di molte costruzioni moderne, e che era stato invaso da molte famiglie rimaste senza casa.

Inutile cercare di svicolare: quando il matto chiamava, bisognava affrettarsi, pena la ripetizione delle telefonate al ritmo di tre minuti l’una dall’altra, qualunque fosse il problema. Il dottor Gardenia ingollò un caffè preparato in fretta dalla giovane moglie nella angusta cucina, prese la borsa e si avviò quasi di corsa giù per la strada, rabbrividendo nel freddo invernale e cercando di non guardare nella direzione della vecchia fabbrica abbandonata.

Strani rumori risultavano percepibili a San Giorgio a Cremano, nella zona in cui un tempo sorgeva una fabbrica di bombole  distrutta da un incendio frutto di una manovra errata, e che costò la vita a diversi operai. La gente del posto oltre ad aver notato più volte luci evanescenti, sentiva  spesso rumori di macchinari e il gran vociare di operai al lavoro. Il fenomeno si ripeteva con una certa costanza, soprattutto nel mese di gennaio, periodo nel quale avvenne  l’incidente, e  lo stesso incidente veniva inscenato negli orari più diversi da alcuni degli sventurati protagonisti come l’inquietante sequenza di un film dell’orrore, terrorizzando gli abitanti più impressionabili che erano convinti di udire di nuovo le deflagrazioni e le urla dei defunti.

A testa bassa il dottor Gardenia si affrettò lungo la stretta via, fino a sbucare nella piazza, e continuò con più calma verso la splendida villa vesuviana ora  ridotta a dormitorio di senzatetto. Mentre attraversava l’enorme parco con quattordici viali disposti a raggiera, dove Gioacchino Murat dava delle feste indimenticabili, si attardò un poco ad osservare il grado di maturazione dei cosiddetti friarielli, sorta di broccoli amari che si sposano alla perfezione con le salsicce in padella, pietanza tipica del periodo invernale: sembravano a buon punto, mentre cavolfiori, lattughe e finocchi erano ancora un po’ indietro per via del freddo pungente. Gli occupanti della villa avevano provveduto a dare un senso pratico alle magnifiche aiuole progettate dagli architetti di scuola vanvitelliana per abbellire il giardino della villa. Fortunatamente il cortile era abbastanza grande anche per gli innumerevoli cani e gatti randagi che vi trovavano rifugio: circa cinquanta ettari di boschi e giardini. Altri gattoni poi, si acciambellavano sugli scaloni monumentali che il giovane saliva di malavoglia.

Il vecchio strambo aprì al primo squillo del campanello. «Venga dottore, si accomodi, la mia Birba sta male, non vuole mangiare da due giorni, beve soltanto e ha quel pancione come se fosse incinta, però giuro che non si è avvicinato nessun cane maschio!»

Meno male che il vecchietto non era poi così matto. Comprese la diagnosi  e capì la necessità di un intervento urgente: caricò veterinario, moglie e cane sulla Fiat 128 giallo canarino, e partì sgommando. Il picchiatello vestiva sempre con un completo marrone a righe gialle, ne aveva uno per l’inverno e uno per l’estate. La cravatta era variabile nelle sfumature di ocra, invece  la camicia dava l’idea di essere sempre la stessa ed aveva un colore ormai indefinibile. Le scarpe erano molto particolari perché lui aveva i piedi doloranti per l’artrite e per ovviare all’inconveniente aveva pensato bene di tagliare con le forbici la parte anteriore di tutte e due le sue paia, in modo da arieggiare e dare sollievo alle dita. La moglie del matto, anch’essa un pò eccentrica, era alta un metro e trentacinque e larga altrettanto. Sfoggiava una acconciatura platinata alla Marilyn, e labbra rosso fuoco che facevano pendant con  gli occhi di espressione bovina, ma aveva una qualità peculiare: una logorrea monumentale che spaziava tutti gli argomenti trattati nelle trasmissioni mattutine della televisione, per cui il tempo del tragitto fino a Torre del Greco passò  in allegria, tra la radio a tutto volume, i latrati irritati di Birba e i colpi di tromba con cui il picchiatello avvertiva le buche della strada che le stava puntando una per una, prima di investirle in pieno.

L’intervento per l’asportazione dell’utero durò poco più di un’ora, tempo sufficiente per gli sposini di recitare due volte il rosario e di avvertire tutti gli altri clienti dell’ambulatorio e anche i passanti, che la sua cagnetta era sotto i ferri e solo un miracolo l’avrebbe salvata.

Dopo tre giorni  Birba fu dimessa  allegra e scodinzolante e consegnata ai  raggianti proprietari. La matta venne trascinata in giardino dal cane, e rotolando su sé stessa fece il giro di tutti gli alberi strillando di gioia dietro una Birba super eccitata, mentre il matto si sedette sbuffando e sudando nonostante la temperatura invernale, davanti alla scrivania del veterinario.

«Allora dottore, quanto le devo per il disturbo?»

«Nessun disturbo, è sempre un piacere lavorare per lei. Dunque il listino prezzi dice: visita a domicilio, tot., intervento di piometra, tot., ricovero per tre giorni, tot… Dunque in totale sono cinquecentomila  (il corrispondente dello stipendio mensile di un impiegato). Il matto strabuzzò gli occhi e scosse la con forza il capoccione.

«No dottore, non ci siamo proprio!»

Il dottor Gardenia sbuffò seccato. “Ecco qui, al momento di pagare fanno sempre storie.” Invece, prima che potesse profferire verbo, lo stravagante anziano prese un rotolo di banconote dalla tasca interna della giacca e cominciò a contare.

«Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette… dieci.»  E senza alzare gli occhi  sussurrò: «Non dica niente dottore, lei ha salvato Birba ed ha salvato anche me e mia moglie, che saremmo morti di dolore senza il suo miracolo!»

Basito e incapace di rispondere, il giovane guardava il mucchietto di banconote sul tavolo, mentre il matto si alzava non senza difficoltà e si avviava verso l’uscita, ma fatti due passi tornò indietro e si sedette di nuovo alla scrivania.

«Giusto, mi scusi, le devo fare la fattura!»

«No, guardi dottore lei non ha capito: io ero partito da casa con l’idea che questo intervento costasse molto di più e mi ero portato altri soldi… ora lei deve farmi questa cortesia, prenda anche questi  mi faccia contento, e sbatté sul piano altre tre banconote con il faccione di Caravaggio poi afferrò la mano ormai inerte del dottore, scrollandola come se avesse intenzione di staccargliela, mostrando contemporaneamente l’opera invero non proprio perfetta del suo dentista, dopodiché si sradicò di nuovo dalla sedia e raggiunse la porta. Arrivato sull’uscio però, si girò di scatto e prese di nuovo a frugare dentro un vecchio portafogli, mentre il dottor Gardenia ormai lo guardava sempre più allibito pensando che l’uomo fosse impazzito completamente. Dopo qualche secondo, l’uomo  con un moto di gioia estrasse un altro reperto e lo depose tra le mani ancora paralizzate del giovane medico e strinse il tutto con le sue zampe da orangutan: «Lei merita questo ed altro, e Padre Pio gliene renderà merito». Era una immaginetta sacra del frate di Pietrelcina.

Passarono altri tre giorni, poi … Drrriiiinnnn…

«Sono il padrone di Birba, no la cagnetta sta benissimo! Lei è un mago, la chiamo per la mia vicina di casa che ha dei problemi con uno dei suoi cani e vorrebbe che lei lo controllasse, può venire stasera?»

Nella foschia della sera invernale, la villa aveva un aspetto inquietante, gli enormi giardini deserti punteggiati solo dagli occhi fosforescenti dei gatti randagi, gli scaloni bui e scivolosi, gli androni umidi e impregnati dall’odore delle cucine, il veterinario avanzava a tentoni nel corridoio male illuminato… Ecco è qui.

La signora era una bella bruna di età indefinibile, con  un dolce accento siciliano, di bassa statura ma ben proporzionata e pesantemente truccata nonostante l’ora tarda.

«Venga venga dottore, si accomodi, scusi il disordine ma sa com’è la domestica oggi non è potuta venire, di questa gente non ci si può fidare, eh nella villa della mia famiglia i domestici dovevano rigare dritto, altri tempi! Ha visto qualcuno per le scale? Non dia retta ai vicini, sono degli zotici ignoranti: mi chiamano topolona, perché sono così … prominente, ma è il mio fisico, lei cosa ne pensa, per la mia età mi difendo bene?  No, non so dov’è la cagnolina, è una birichina, scappa, non si fa trovare… dottore ma sa che lei è un bell’uomo, beve qualcosa? Non abbia fretta, si rilassi, aspetti le faccio un bel regalo: questo è il dipinto che mi ha fatto il mio vecchio fidanzato dopo una notte d’amore a Capri. Quel disgraziato il giorno dopo mi ha lasciata, aspetti che glielo incarto, è un quadro di valore sa? A proposito di Capri dottore, lei non ha caldo?…io sto scoppiando, le dispiace se mi metto comoda?

«Non si preoccupi signora, sto bene così, qual è il problema della cagnetta?»

«Eccola lì, vede ha un occhio gonfio, l’ho portato alla clinica qui vicino ma non ci torno più perché non mi fido, e poi il signore di Birba mi parla così bene di lei…. Dottore vuole un caffè, glielo preparo con le mie mani, la cuoca è già andata via!»

«No grazie, il caffè mi rende nervoso.»

La visita alla bestiola si concluse in pochi minuti, il gonfiore all’occhio era dovuto alla presenza di un corpo estraneo al di sotto della terza palpebra: un’arista di graminacea, il cosiddetto forasacchi, che venne subito asportato con l’aiuto di una pinzetta, dopodiché il veterinario prescrisse un antibiotico ed un collirio all’atropina, appoggiandosi per scrivere la ricetta su un grosso congelatore a pozzetto incongruente nel tinello dell’abitazione,  incassò la parcella e respinse una serie di avances da parte della scatenata matrona,  poi guadagnò  velocemente la via di casa con il quadro d’autore sotto il braccio, incredulo per lo scampato pericolo, evitando accuratamente di passare vicino alla fabbrica abbandonata. Il quadro rappresentava una figura femminile, e l’autore si era ispirato all’Urlo di Munch, con tinte però molto più fosche.

I carabinieri si presentarono allo studio del dottor Gardenia il mattino seguente subito dopo l’apertura: il maresciallo sedette alla scrivania mentre l’appuntato rimase in piedi.

«Dottore, lei si è recato presso l’abitazione della signora Stefania nella giornata di ieri.  Domanda, risponda: come mai ha prescritto un medicinale a base di atropina?  Secondo lei è possibile uccidere una persona somministrandole questo medicinale nel caffè? Era a conoscenza del fatto che la signora Stefania conservava il cadavere del suo compagno nel congelatore del tinello? Ha difficoltà a rilasciarci le sue impronte digitali? Lei sa che può avvalersi della facoltà di non rispondere e di richiedere la consulenza di un legale di sua fiducia?»

Fortunatamente l’autopsia stabilì che  l’amico della signora Stefania era deceduto ormai da molti giorni per cause naturali, ed ella venne arrestata solo per occultamento di cadavere e truffa.

Il caffè all’atropina sarebbe risultato troppo, ma troppo amaro per tutti.

(Disegno di copertina by Roberto Rosatelli)

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge, produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

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