Il Racconto, Ferragosto

di Lucio Sandon

Nel 1888, la cittadina era graziosamente adagiata tra le pendici del Vesuvio e un mare di cristallo, e la costa era una lunga scogliera di basalto nero, eruttato dal vulcano. In una piccola conca tra capo Bruno e punta Oncino sorgeva tra le rade case una piccola ma rinomata trattoria che prendeva il suo nome dal vivido colore della costruzione. Era proprio in riva al mare, come oggi, nella zona detta le Mortelle, quel mirto che un tempo infestava la zona e del quale rimangono ormai solo poche tracce. In tempi ancora più  lontani era una riserva reale, dove re Carlo III amava cacciare le quaglie che abbondavano in loco. L’attività di ristorazione aveva preso avvio per sfamare e dissetare la folta popolazione di marinai e contadini locali, e quei pochi forestieri che d’estate risiedevano nelle ville circostanti.

Il giorno prima di Ferragosto la città era deserta. Nel tardo pomeriggio d’agosto, i pochi passanti sudati cercavano di guadagnare le oasi d’ombra dei pini marittimi, mentre i motorini fuggivano lasciando la loro traccia puzzolente nell’aria immobile.

Nella clinica veterinaria, il dottor Gardenia sudava anche lui, e studiava il da farsi: era molto in dubbio se ordinare una granita alla menta e resistere fino alla chiusura, o abdicare alla calura e chiudere senz’altro.

Il dottore aveva appena iniziato una tradizione che sarebbe continuata negli anni: le sue collaboratrici sarebbero state sempre rigorosamente delle donne belle ed intelligenti: la prima si chiamava Lorenza, ed era una simpatica studentessa dell’ultimo anno di corso. Riccioli rossi, un fisico ben proporzionato e lunghe gambe snelle. Nei suoi occhi verde scuro ci si poteva anche perdere, e alle volte il dottor Gardenia lo faceva inconsapevolmente. Lui però amava la sorella di un suo compagno di liceo, una bella brunetta dagli occhi di vampira, la quale però sembrava non accorgersi della sua passione, e lo trattava come un buon amico.

Nel momento preciso in cui stava per sollevare la cornetta e chiamare il bar, il telefono prese a squillare:

«Ambulatorio veterinario, pronto!»

Era Don Carlo, il proprietario di uno storico ristorante che sorgeva sugli scogli della litoranea. Carletto era famoso per servire pesce freschissimo, ma anche carni di maiale e cinghiali, che gli venivano portati ancora cuccioli dai cacciatori dalle montagne vicine, e che lui allevava nei terreni di sua proprietà vicino al ristorante e macellava personalmente con estrema perizia.

«Dottò, tengo o cane ‘e presa (un mastino napoletano di due anni di una settantina di chili di stazza, di nome Sultano), che da due giorni non mangia. Proprio adesso sono andato per portargli un po’ di carne ma quando mi ha visto, già da lontano, ha preso a ringhiarmi contro, e sono andato via… Potete venire subito a vedere di che si tratta?

Come dire di no? A parte il fatto di essere il primo caso di quel pomeriggio, si stava per chiudere lo studio, e poi il buon Carletto, oltre che pagare la visita era solito invitare il veterinario a dividere il pasto con lui quando capitava la richiesta di visita negli orari canonici, ed il gentile oste faceva spesso in modo da far coincidere le cose. Inoltre il dottor Gardenia viveva ancora a casa dei genitori, i quali si erano trasferiti nella casa al mare, lasciandolo orfano dei manicaretti materni e in balìa di scatolette di tonno e tranci di pizza.

Partirono dunque alla svelta i due giovani veterinari, perché il vespro era già battuto, ostacolati solo dalla mancanza di velocità del mezzo di locomozione: si trattava di un antiquato ciclomotore Boxer, magnificato dalla casa costruttrice come ottimo mezzo molleggiato a differenza del Ciao,  che invece era privo di sospensioni. La differenza di peso si pagava con prestazioni da lumaca, però sul sellino andavano due persone. Particolare che può sembrare insignificante, il motorino era bianco: in seguito capiremo l’importanza del colore.

All’arrivo al ristorante, li accolse un profumo celestiale: «Dottò, il pescatore ha portato dei gamberoni vivi, stiamo facendo un sughetto per quei morti di fame dei camerieri. Se ci fate l’onore di rimanere con la dottoressa, ne abbiamo lasciato anche qualcuno per la graticola.»

Rinfrancati da un calice ghiacciato di Greco di Tufo, si diressero al di là della strada dietro le cucine del ristorante, dove a un centinaio di metri sorgevano i box dei cinghiali, e già questo, se avessero avuto un minimo di esperienza avrebbe dovuto dar loro un minimo di sospetto. Invece, ignari del pericolo i due giovani professionisti si diressero verso il recinto del cane, spingendo il motorino a mano. Arrivati in prossimità del ricovero, tra l’erba alta, il cagnaccio effettivamente si slanciò verso di loro ringhiando, cosa strana perché nonostante l’enorme mole, la bestia era di buon carattere ed era tenuta sempre libera e ben nutrita con gli avanzi del ristorante.

Don Carlo si era fermato a parlottare con un muratore, il quale stava risistemando le coperture dei box vicini usando dei rotoli di guaina di catrame che fissava sui tetti con l’aiuto di un bruciatore a gas, mentre i due giovani professionisti osservavano il molosso che sembrava in preda di un attacco di rabbia: ringhiava, sbavava e tentava di abbattere la robusta recinzione per aggredirli. Fu in quel momento che Lorenza, voltando la testa per il dolore di vedere il cane in quelle condizioni, lanciò un urlo di orrore: il ciclomotore da bianco era diventato nero. Migliaia di piccolissime zecche, portate fin lì come ospiti degli ultimi cuccioli di cinghiale catturati qualche giorno prima, a causa del caldo eccessivo si erano riprodotte a milioni e avevano invaso i terreni secchi tutto intorno. Gli insetti,  avvertendo una fonte di calore si erano avventati sul veicolo, ricoprendolo in pochi attimi.

Gli schifosi parassiti non avevano perso tempo: mentre i veterinari si attardavano a chiedersi perché il cane fosse imbestialito, le zecche avevano guadagnato le gambe dei due giovani, e a centinaia avevano silenziosamente iniziato a risalirle. Lorenza in quel momento perse la testa, e iniziò a strillare disperata.

«Aiuto, le zecche! Che schifo…Muoio!»

L’aiuto venne immediatamente da parte del bravo oste il quale, strappato il cannello del gas dalle mani dell’operaio, corse verso i due, urlando fuori di sé: zecche maledette, lo so io come farvi fuori, c’è solo un modo! E giù a sparare fiamme verso le gambe dei veterinari, che già urlavano terrorizzati, saltando come dei capretti per scuotere le zecche ed ora anche per evitare le fiamme, che erano dirette ovunque. Don Carlo rivolse poi il cannello infuocato verso il cane, che fuggì in fondo al box improvvisamente rinsavito, quindi verso i cinghiali, che cominciarono a grugnire e scalciare, e infine verso il motorino, che cominciò a prendere fuoco, attizzato dalle sterpaglie e dal vento di scirocco che soffiava da giorni. Per fortuna, uno dei camerieri che aveva osservato la scena, afferrò un estintore del ristorante e cominciò a correre verso lo sfortunato gruppetto, cercando di strappare la linguetta della bombola, ma cadde rovinosamente inciampando nel tubo del gas e venne  aggredito a sua volta da migliaia di zecche fameliche. L’operaio che assisteva attonito alla scena, per fortuna si risvegliò dallo shock, e afferrando l’estintore che rotolava, ruppe il sigillo e cominciò a spruzzare schiuma sulle gambe dei due sanitari e verso il motorino, evitando il peggio.

L’incendio nel frattempo si era propagato tra la sterpaglia in direzione dei ricoveri dei cinghiali, e minacciava il ristorante, per cui dimentichi di tutto, Carletto, camerieri e operai armati di estintori, ramazze e bocchette di acqua si affannavano a tentare di spegnere il rogo.

Nel frattempo il nostro eroe e la sua collega si erano liberati di abiti e scarpe, e rimasti con la sola biancheria intima tentavano di rimettere in modo il ciclomotore, spingendolo a perdifiato. Essendo un po’ bruciacchiato, il mezzo che già non era un gioiello di meccanica, tossiva e spetazzava mentre i due lo spingevano con i muscoli, i polmoni e incitazioni ingiuriose. Probabilmente furono proprio queste ultime a tirare fuori dal motore quel minimo di dignità che gli permise di cominciare a girare, al che i due gli si slanciarono sopra e partirono tirandogli il collo. Si ma dove andare? In ambulatorio non c’era la doccia e poi il locale era troppo in centro, per il loro abbigliamento.

«Andiamo a casa mia… Non c’è nessuno!»

Detto fatto. Vennero percorsi a folle velocità, quella massima consentita dal catorcio, i pochi chilometri  che separano Torre del Greco da Portici, il cosiddetto Miglio d’Oro, di cui però non avevano nessuna voglia in quel momento di apprezzare la bellezza delle meravigliose ville vesuviane che  lo fiancheggiano fino alla Reggia di campagna del Granatello. Lorenza lo incitava ad accelerare e il dottor Gardenia rispondeva che il mezzo stava per restituire l’anima al suo dannatissimo costruttore. La tensione tra loro cresceva ad ogni minuto, ma fortunatamente non c’era nessuno in giro a notare due ragazzi in mutande che si urlavano contro, a bordo di un motorino semibruciato.

Finalmente arrivarono a casa dei genitori di lui. Il ciclomotore fu abbandonato senza cavalletto nel cortile, e i due ragazzi presero a salire di corsa le scale dell’antico palazzo.

«Per la miseria, le chiavi di casa: sono sotto la sella!»

Ridiscendi  le scale quattro alla volta, recupera le chiavi e zompa verso l’agognata doccia, mentre la bella Lorenza aveva già iniziato una accurata ricerca di eventuali parassiti superstiti, contorcendosi sul pianerottolo come un derviscio.

«Forza, apri questa maledetta porta, dov’è il bagno?»

«Eh no scusa, questa è casa mia, sono il tuo direttore, e tocca a me per primo! Questa è una casa antica, c’è un solo bagno!»

«Ma io sono una donna, dov’è finita la tua cavalleria da gentiluomo? Guarda che ti denuncio, ti mando in galera!»

Le cose si mettevano male, ma poi, dopo un attimo di riflessione, fu la giovane donna a prendere la decisione:

«Sai che facciamo? La doccia la facciamo insieme, così vediamo anche bene se sono rimaste zecche addosso ad uno di noi!»

Poi, notando l’espressione smarrita del suo capo, fece un risolino malizioso: «Che c’è, non hai mai visto una donna nuda?»

Donne nude ne aveva viste, ma mai una cosa del genere. L’immagine che gli turbò la mente per settimane fu che quella era la sua patria. Tutta bianca, rossa e verde. Ma gli occhi, quelli li aveva scrutati altre volte.

La doccia fu lunga ed accurata, ed ancor di più lo fu la fase di asciugatura. Si dimenticarono della cena, del povero Sultano, del caldo, e anche del telefono che squillava in lontananza.

Il padre del veterinario, in ansia perché il figlio non rispondeva alle chiamate, ritelefonò il mattino dopo, preoccupato che avesse dovuto lavorare tutto il giorno e non ci fosse nessuno che gli preparasse il pranzo di ferragosto, ma lo trovò stranamente contento e rilassato, e si tranquillizzò anche lui.

Anche il bravo Carletto quella mattina di buon’ora telefonò al professionista per ringraziarlo del coraggioso intervento, e invitarlo nuovamente a pranzo con la bella collega, della quale aveva avuto il piacere se pur nella foga dell’incendio, di ammirare le grazie.

Vista la titubanza, gli assicurò che le zecche erano state distrutte con il fuoco, mentre i cinghiali erano stati spostati in luogo sicuro. Sultano era stato lavato, disinfettato e disinfestato, e aveva recuperato il suo carattere angelico.

Al dottor Gardenia, oltre al pranzo, spettava una generosa parcella e la riparazione del veicolo danneggiato. Anche Lorenza accettò l’invito, e rimase a lavorare con lui fino alla laurea, con reciproca stima ed affetto.

E qualche incontro più che amichevole fuori orario.

(Il disegno di copertina è un’opera di Roberto Rosatelli)

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

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