Il Racconto, Gabbiano

di Lucio Sandon

Può succedere, e in verità capita più sovente di quanto si possa immaginare, che nel golfo delle Sirene il mese di settembre sia particolarmente dolce con i suoi disgraziati abitanti.

Allora, le giornate non sono più così lunghe e afose come nelle settimane precedenti, il sole è meno scottante di giorno e l’aria è più fresca di notte. Il mare invece è ancora caldo e accogliente, e in quei giorni le spiagge si riempiono di ombrelloni, teli colorati e bambini vocianti. Quell’inizio di settembre si presentava proprio così, e lasciava presagire un ottobre ugualmente temperato.

Il nido del gabbiano era nascosto sulle rocce di tufo, tra i cespugli di mirto che ricoprono l’isola Pennata.

L’isola, fino a mezzo secolo fa non era nemmeno un’isola ma semplicemente un promontorio. Poi, un maremoto distrusse la sottile lingua di sabbia che la riuniva alla terraferma.

Il grande uccello dalle piume candide, si era costruito il rifugio sulla costa ovest dell’isola, tra la grotta di Nerone e quella del Corallo, giusto sotto alle rovine del Praetorium Misenate, il comando militare delle legioni del Mediterraneo.

Il gabbiano batté forte le grandi ali, poi con un grido stridulo si alzò in volo nella penombra della sera, e con una cabrata e un colpo d’ali agganciò una corrente d’aria che lo portò a sorvolare la punta dell’isola che chiude come in uno scrigno il porto di Miseno.

Il sole era ormai scomparso, caduto dietro le spalle dell’arcigno carcere borbonico che domina la costa dell’isola di Arturo dall’altro lato della baia, ma in compenso, la luna stava alzandosi in cielo e illuminava già la piccola baia di luce fredda.

Il gabbiano si lasciò trasportare dalla brezza che lo portò un po’ verso il largo, poi con una leggera picchiata tornò verso la tozza forma del promontorio di Capo Miseno. I suoi occhi erano attirati dalla luce intermittente del faro che svetta sulla sommità di una scogliera altissima, ma non si lasciava distrarre dal quel ritmico segnale di fuoco. Lui cercava semplicemente qualcosa da mangiare, e sapeva che dalle auto delle coppiette, ferme sulla terrazza panoramica ai piedi del faro, ogni tanto veniva gettato qualche residuo di sfogliatella o altre prelibatezze, ma quella sera non c’erano altro che fazzolettini di carta e preservativi usati.

Deluso, l’animale gracchiò il suo disappunto contro tutto il mondo, poi si sollevò ancora di qualche metro e si diresse scivolando sulla brezza, verso il punto in cui le rocce del massiccio incontrano la spiaggia, e dove il ristorante di pesce a volte regala i bocconi migliori.

Nella luce purpurea del sole al tramonto, i giardini delle case e i cespugli di macchia mediterranea contrastavano in modo quasi violento agli occhi del gabbiano.  L’uccello si lasciò andare e stava quasi per picchiare verso terra quando un movimento tra gli alberi lo allarmò, costringendolo a virare di nuovo verso il mare.

Sotto un folto gruppo di alberi di alloro sorgeva una piccola costruzione tirata su alla bell’e meglio con vecchie pietre di tufo e mattoni di risulta. Molto probabilmente la casetta stava lì già quando l’imperatore Tiberio veniva in visita alla flotta, ma attualmente veniva usata come deposito per gli attrezzi agricoli. La vecchia porta rabberciata si aprì cigolando sui cardini arrugginiti, e una testa dai ricci con qualche riflesso grigio sbucò timidamente, come se già si aspettasse di subire un’aggressione.

Nulla di pericoloso, invece, né per il gabbiano e né tantomeno per l’essere umano che si affacciava. L’uccello invertì di nuovo la rotta, e incuriosito si avvicinò nuovamente, planando silenzioso, verso la villa a terrazze e vetrate, nelle quali i suoi occhi acutissimi scorsero un altro movimento.

Un atro essere umano era sgusciato silenziosamente dalla veranda, e coperto in parte dalle ombre della sera e dalle fronde scarlatte della buganvillea, si dirigeva rapidamente verso la fila ordinata dei bidoni della raccolta differenziata nascosti dietro un filare di bosso. Una donna, abbastanza alta e all’apparenza non troppo anziana, visti i suoi movimenti elastici, completamente vestita di nero, jeans e maglietta a maniche lunghe e con la testa coperta da un berretto da marinaio dello stesso colore.

Anche la donna, forse già in attesa dietro i vetri della veranda, aveva notato il movimento in giardino, era uscita e si stava appostando per sorprendere gli indesiderati visitatori.

All’interno dell’abitazione, invisibili agli occhi del gabbiano e anche a quelli del visitatore, i tre componenti della famigliola stavano invece tentando, con grosse difficoltà e scarsi risultati, di liberarsi dalle numerose spire di robusto nastro da pacchi che li bloccava alle pesanti sedie della cucina.

Il signor Mikis era emigrato in Campania negli anni Settanta, da una piccola città del Peloponneso: Napflio era stata stranamente soprannominata dai conquistatori veneziani “La Napoli di Romania” forse per la sua posizione sul mare e per la presenza di un castello sulla collina, simile alla fortezza di Sant’Elmo.

Il giovane Mikis, armato solo di curiosità e voglia di emergere, era sbarcato al molo Beverello. Dopo un breve periodo in cui si era limitato a osservare stupefatto lo scorrere della vita in quella città così lontana ma così vicina al modo di fare della sua gente, iniziò la sua attività nel mondo della ristorazione come aiuto cameriere in una pizzeria. Ora era proprietario di diversi ristoranti di lusso sul lungomare. Sua moglie Elena, Lelena per gli amici, napoletana purosangue, lo aveva sempre aiutato in tutto e per tutto, e ora che avrebbe potuto godere dei frutti del suo lavoro in pace insieme al compagno della sua vita e alla figlia amatissima, piangeva lacrime di sangue, nell’attesa di una fine terribile e ingiusta.

A Mikis quell’amica di sua figlia non era mai piaciuta: il suo istinto atavico, quello che lo aveva portato a indovinare prima di tutti i suoi concorrenti i gusti dei clienti, e che lo aveva aiutato a destreggiarsi nelle tempeste e nelle secche di quella città così pericolosa, gli aveva detto subito che quella donna era cattiva.

Falsa e cattiva.

Quell’uomo poi.

Poco meno anziano di lui, l’ultimo amore di sua figlia, l’uomo misterioso del quale non aveva potuto conoscere nemmeno il nome. Quell’uomo alto ed elegante, quell’uomo che a notte fonda a volte riaccompagnava a casa sua figlia Anna senza fermarsi nemmeno un minuto, non dico per entrare, ma almeno per un saluto.

Niente, si allontanava sempre sgommando con la sua auto di lusso, mentre lui, Mikis, fremeva di rabbia nascosto dietro la finestra.

Mikis era magro e di media statura, con folti capelli candidi e uno sguardo caldo e furbo, che contrastava con quello gelido degli occhi verdi della sua signora, il cui fisico invece aveva risentito per i continui assaggi delle prelibatezze sfornate dalle cucine dei suoi ristoranti, e la cui improbabile chioma rosso fuoco si stava in quel momento agitando in modo febbrile, nell’impossibile tentativo di liberarsi. Meno male che il sistema di aspirazione, fissazione da ristoratore, funzionava perfettamente, e per qualche tempo avrebbe permesso loro di evitare la morte per asfissia.

Anna, la loro unica figlia, una brillante scienziata che aveva ereditato, non volendo e anche di certo troppo precocemente dal padre i suoi capelli bianchissimi, si sentiva talmente in colpa per quella situazione nella quale aveva coinvolto la sua famiglia, da non riuscire a muovere nemmeno un muscolo. Solo, stava anche lei inutilmente, tentando di escogitare il modo di evitare di saltare in aria, insieme a tutta la casa e a quelle limitrofe. La loro aguzzina, prima di uscire aveva spalancato tutti gli ugelli del gas del nuovissimo piano cottura, poi aveva anche acceso il forno elettrico, spostando la manopola sulla tacca del grill.

Quando le resistenze avessero raggiunto la loro portata massima, arroventandosi, e il gas avesse infine saturato la stanza, loro sarebbero saltati in aria e bruciati completamente.

Sempre che non fossero morti prima di asfissia.

Si dice che nel momento della morte la propria vita scorra in un attimo davanti agli occhi, come un film muto troppo veloce. Anna non solo stava rivendendo tutto in quei terribili momenti, ma si dannava anche maledettamente l’anima nel riconoscere tutti gli errori che aveva commesso.

Tutti  a causa di quel demonio.

Lui l’aveva irretita e conquistata con il suo fascino di uomo maturo, con uno scopo ben preciso. Lei conosceva benissimo la sua storia, sapeva che era sposato e infatti lui non nascondeva la fede d’oro all’anulare. Quello che non immaginava era che l’avesse corteggiata per mesi con il solo scopo di indurla a collaborare con il furto di quei maledetti virus. E nemmeno che avesse un altro paio di amanti più importanti di lei.

Il gabbiano, dopo un ampio giro sul mare, era tornato verso la villa, attirato dai movimenti nel giardino e dallo strano odore che emanava dalle grandi vetrate panoramiche e anche dai comignoli in pietra sul tetto, dove gli aeratori elettrici lavoravano ventiquattr’ore su ventiquattro.  Le case sul mare si sa, tendono ad accumulare umidità.

Ora le teste ricciute che si muovevano tra i cespugli del giardino erano due, e si avvicinavano cautamente alla terrazza, mentre l’altra ombra si era acquattata dietro ad alcuni bidoni dal profumo invitante.

All’interno della cucina Mikis era quasi riuscito a liberarsi dal nastro adesivo, ma nei suoi movimenti rabbiosi aveva ribaltato la sedia, e cadendo di lato aveva urtato anche il tavolo di cucina, che gli era caduto fragorosamente addosso, con tutte le stoviglie della cena che si preparava a consumare insieme ai suoi famigliari.

Anna avrebbe voluto urlare, ma aveva la bocca piena di tovaglioli di carta e sigillata con una passata di nastro. Maledisse sé stessa e il giorno in cui aveva conosciuto Roberto. Le sue parole melliflue continuavano ad attraversarle la mente, come frecce avvelenate.

«Faremo grandi cose insieme, vedrai! Lascerò mia moglie, già abbiamo cominciato a presentare i documenti per il divorzio. Ti presento Alberta, la moglie di un mio carissimo amico. Devi solo lasciare che Brunella esca tranquillamente con le fiale… Ho già organizzato tutto io. Vedrai. Di questa cosa nessuno saprà nulla, non c’è alcun rischio, e ci guadagneremo un sacco di soldi!»

Quel povero ragazzo, il fidanzato di Brunella era morto subito.

« È stato un incidente, un imprevisto.»

Poi era stata la volta di Fofò, e solo allora si era resa conto che Alberta era una folle assassina. Fofò era venuto per lei, Anna sapeva della sua infatuazione, e aveva sempre cercato di tenerlo lontano, con un atteggiamento distaccato, ma non c’era stato nulla da fare.

Alberta lo aveva ucciso davanti ai suoi occhi, affogandolo dopo averlo stordito con il calcio della pistola, nella vasca da bagno di casa sua, e lei era fuggita, con la morte alle calcagna per paura di fare subito la stessa fine.

Era riuscita a nascondersi spostandosi tra le rimesse e le piccole stalle, residui dei ruderi d’epoca imperiale che  circondavano la villa dei suoi genitori. Ora però Alberta li aveva sorpresi in casa, e sotto la minaccia di una pistola li aveva costretti a legarsi l’un l’altro con il nastro adesivo, bloccandoli alle sedie, e aveva chiuso loro la bocca con lo stesso metodo.

Probabilmente quella del gas e del forno acceso era stata un’idea estemporanea della sua mente malata, e ora restava solo pochissimo tempo per riuscire a liberarsi e salvarsi la vita.

La mamma ormai era paonazza e gli occhi di papà esprimevano tutto il dolore del mondo: forse cadendo pesantemente sul fianco si era fratturato qualche costola.

Il problema era che la sua mente così brillante, era bloccata, esattamente come il suo corpo.

Fuori della villa, nel cielo ormai nero, il gabbiano volava in circolo, lanciando i suoi avvertimenti al mondo intero, ma nessuno lo ascoltava. Lontano, sulla strada che dalla piazzetta del porto conduce al faro, una fila di auto si avvicinava in silenzio. Ad annunciarne l’arrivo solo i lampeggianti blu sul tetto spandevano la loro luce spettrale tutt’intorno. Le loro sirene rimanevano mute.

Le auto si fermarono silenziosamente davanti all’alto muro di cinta della villa: il mondo sembrava essersi fermato. Solo la brezza del mare accarezzava facendole fremere, le siepi di gelsomino, e un gabbiano solitario urlava il suo rauco richiamo, da qualche parte nel cielo.

(Foto di copertina Maria Rosaria Varone)

 

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge, produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

Altri racconti di Lucio Sandon:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *