Il Racconto, Il mostro del fossato

di Lucio Sandon

Napoli, Castel Nuovo

Giugno 1740

Credo che sia un maschio, non me ne intendo molto di coccodrilli.

Grosso lo è di certo, anche troppo per i miei gusti.

Per forza, lui al contrario di me mangia bene, anzi sicuramente mangia meglio qui che nel posto in cui è nato.

Non so esattamente come abbia fatto ad arrivare fino al porto della mia città e poi infilarsi dentro a questa prigione: probabilmente, quando era un tenero cucciolo di poche settimane, potrebbe

essere rimasto incastrato alla catena di un’àncora o magari è possibile che si sia aggrappato al fasciame di qualche bastimento nel porto di Alessandria d’Egitto o da dove diavolo vengono questi mostri, e abbia navigato fino ai nostri moli come clandestino inconsapevole. Arrivato qui, sarà stato sicuramente facile per lui penetrare dal porto nel fossato del castello, e poi trovarsi una tana sicura qui sotto.

Prima di vederlo con i miei occhi, ero convinto che il coccodrillo del Maschio Angioino fosse solo una leggenda: in tutte le taverne, e in verità anche nei salotti buoni di questa città, ne avevo spesso sentito discutere. Il mostro corazzato che infesta i sotterranei di Castel Nuovo era un argomento che andava per la maggiore in città, almeno fino a qualche mese fa. Adesso non saprei.

Non frequento più le taverne, e tantomeno i salotti, buoni o meno. Ora che potrei disquisire di lui in tutti i particolari, sapendo descriverne con minuzia le scaglie rugose del suo dorso, il suo aspetto terribile e le relative abitudini alimentari ancora peggiori, non ho invece assolutamente nessuno con cui condividere le mie impressioni. Anzi, credo proprio che tra non molto farò esperienza diretta dei denti del mio feroce compagno di prigionia, dopodiché del sottoscritto resteranno solo dei bei ricordi.

Ho avuto il discutibile, e soprattutto non richiesto, privilegio di fare la conoscenza con il grosso rettile che abitava nella mia prigione appena qualche settimana dopo essere stato scaricato qui dentro, e ormai c’è una certa confidenza nel nostro rapporto: se non ho fatto male i calcoli, sono infatti stato sepolto vivo nella mia tomba senza nome da ormai quasi otto mesi. D’altra parte, ho quasi la certezza di avere contato bene il tempo che ho trascorso in questo buco senza che nessuno mi abbia mai accusato di nulla, e proprio questa è la cosa che mi fa uscire di senno.

Non so perché sono qui, e non ho idea di chi può odiarmi a tal punto da volermi condannare a questa tortura senza nemmeno un’accusa, senza un processo.

E poi, di cosa avrebbero dovuto accusarmi? Non ho mai commesso alcun delitto, almeno che io ricordi. Al massimo potrei avere inconsapevolmente fatto uno sgarbo a qualcuno di troppo importante, o forse ho avuto una mancanza di riguardo del quale non mi sono reso conto, magari nei confronti di un nobile o di un alto ufficiale.

No, non può essere possibile che sia stato quel contadino al quale la settimana prima di essere catturato ho rovesciato una piramide di meloni, al mercato dietro il porto! Al momento, l’uomo si è arrabbiato moltissimo, mi ha coperto di ingiurie e ha tentato anche di colpirmi con il suo bastone, ma poi gli ho chiesto scusa cento volte e l’ho aiutato a rimettere a posto la frutta! Senza contare che gli ho pure comprato tre meloni dei più ammaccati, a prezzo pieno. E gli ho pure regalato tutti gli altri soldi, pochi, come al solito, che avevo in tasca.

La verità è che chi mi ha scaraventato a marcire qui sotto, era ben certo che io non ne sarei mai venuto fuori per far valere i miei diritti. Da quando sono stato imprigionato in queste buie segrete non ho mai potuto parlare con nessuno, né ho visto anima viva, a parte il mio amico pieno di denti. Oltre al quotidiano esercizio di sfuggire alle sue fauci, è proprio questa l’attività preminente che occupa le mie giornate: il cercare di capire chi mi ha preso e perché sono qui.

I primi spaventosi giorni trascorsi in questo buco nero li ho passati a urlare con quanta forza avevo in corpo, a disperarmi e strapparmi i capelli, ma alla fine mi sono dovuto arrendere alla realtà: la persona o le persone che mi hanno scaraventato qui sotto avevano tutta l’intenzione di farmi sparire per sempre dalla faccia della terra, in un modo o nell’altro. E per il momento ci stanno riuscendo egregiamente.

Uno dei primi effetti della detenzione sottoterra fu quello di farmi quasi perdere il senso del tempo. Non potendo distinguere il giorno dalla notte, l’oscurità totale mi faceva delirare quasi quanto la mancanza di cibo, però poi cominciai a realizzare che, a intervalli abbastanza regolari, probabilmente ogni tre o quattro giorni, si apriva una botola lì, su, molto in alto, e da essa veniva calata una cesta con una giara d’acqua puzzolente e del pane ammuffito, e a volte anche delle ossa spolpate: si trattava certamente dei rifiuti provenienti dalla mensa dei miei guardiani. Dapprima mi rifiutai di ingerirli, mi sembrava un’offesa troppo grande al mio stomaco e alla mia dignità, ma poi la fame e ancor più la sete ebbero il sopravvento sul disgusto.

Non sono mai riuscito a vedere chi manovrava la corda: la botola si trova ad un’altezza di almeno dieci metri sopra il pavimento di questo budello, e i miei carcerieri sono sempre stati di poche parole, oltre che del tutto privi di empatia. E comunque mi passano la loro spazzatura sempre di notte, oppure chiudono tutte le imposte della loro stanza, perché non ho mai visto neppure un riflesso di sole quando lo sportello si apre cigolando.

Dopo i primi giorni passati a urlare la mia frustrazione e a chiedere inutilmente pietà e soccorso in preda ad allucinazioni spaventose, la mia mente cominciò ad accettare l’idea della prigionia e i miei occhi iniziarono ad abituarsi all’oscurità. Ebbi modo, così, di rendermi conto che un impercettibile riflesso portato dall’acqua attenua, quando fuori è giorno, anche se in modo assolutamente minimo, il buio infernale di questo sotterraneo. Questo mi dà la possibilità di distinguere i contorni delle cose, anche se non proprio i loro colori.

Un po’ per non perdere il senno e in parte anche per cercare in qualche modo di tenermi aggrappato al mondo reale, mi impegnai allora nell’unica attività che mi fosse possibile: iniziai a esplorare questa lurida catacomba nella quale sono confinato. La mia prigione è un locale lungo all’incirca una ventina di metri e largo un po’ di più e il cui pavimento è costituito nel lato più lungo per metà da un molo e l’altra metà è semplicemente acqua putrida. Insomma, una grande stanza priva di qualsiasi comunicazione con l’esterno, tranne che per la botola lassù in alto.

Probabilmente, quand’ero ancora svenuto, da lì sopra mi ci hanno calato con delle corde dopo avermi coscienziosamente tolto le scarpe, il mantello, l’orologio e la borsa, facendomi passare dall’apertura dalla quale mi forniscono le porcherie che dovrebbero essere sufficienti a tenermi in vita.

Metà dello spazio di quello che dovrebbe essere il pavimento è occupato da una vasca piena d’acqua che proviene forse dal mare e da una serie di gradini coperti di alghe scivolose che digradano verso il fondo. Uno dei lati più lunghi della cella è totalmente formato dalle grosse pietre di nero basalto vulcanico, che costituiscono forse le fondamenta di questa strana costruzione che mi tiene prigioniero, mentre il lato opposto è semplicemente un arco di pietra sprangato da ben due robustissime grate di ferro.

Queste cancellate sono fatte di sbarre rotonde spesse circa cinque centimetri, fittamente intrecciate e distanziate circa un braccio l’una dall’altra. Le grate si immergono profondamente nell’acqua, proprio per dar modo al mare di penetrare in queste luride segrete, bloccando però la fuga dei malcapitati prigionieri.

In origine, probabilmente le cancellate erano state pensate per poter essere sollevate con qualche meccanismo perché, passando le dita lungo lo spazio tra l’ultima sbarra e il muro, sono riuscito a riconoscere il residuo di una rotaia, ma con il passare dei secoli le carrucole si sono arrugginite e così tutto il sistema si è bloccato per sempre. Evidentemente, però, le estremità sommerse delle due cancellate non arrivano a bloccare completamente il fondo del canale, quindi da qualche parte nelle profondità del sotterraneo offrono uno spazio sufficiente al passaggio del coccodrillo.

Le altre due pareti della cavità sotterranea sono di tufo molto antico. Il tufo è una pietra molto morbida e questo si sgretola facilmente sotto il semplice tocco delle dita a causa dell’umidità portata dall’acqua, ma le mura devono essere di uno spessore immane. Probabilmente si tratta di molti metri, perché battendoci sopra con un pezzo di legno, si sente un suono di pieno ovunque, e nessun rumore riesce a sua volta a penetrare dall’esterno, lasciandomi immerso in un silenzio siderale. Nemmeno a pensarci di scavarmi una galleria per fuggire: ci metterei mille anni anche se avessi una minima idea circa la direzione da prendere per iniziare a fare il buco. E poi non ho nemmeno un maledettissimo attrezzo a portata di mano, a parte le mie unghie spezzate.

L’unico rumore, peraltro quasi impercettibile che ritmicamente turba il silenzio ultraterreno del mio carcere, è il mormorio dell’acqua nel suo lento movimento. Proprio il liquido nauseabondo usato forse come fognatura per questa prigione, che sciaborda minaccioso a poca distanza dai miei piedi nudi e avrebbe dovuto infondermi malattia, dolore e morte, è stato invece il tramite di un esilissimo appiglio al quale aggrapparmi per non perdere del tutto la speranza, il senso della vita e infine anche il senno.

Una delle prime cose che ebbi la fortuna di notare dopo i primi giorni di sconforto e disperazione profonda, in assenza totale di qualunque sensazione e di buio assoluto degli occhi e della mente, fu un particolare all’apparenza insignificante. Pur con delle variazioni impercettibili, solo pochi centimetri, l’acqua che arriva fin qui dentro si muove secondo un ritmo preciso che mi è perfettamente noto da sempre: segue l’andamento delle maree.

Al mattino presto, il mare, perfettamente immobile qui sotto, si abbassa, poi nel primo pomeriggio si solleva, la sera si riabbassa e a notte fonda torna a rialzarsi, lasciando ogni volta il suo segno bagnato sul bordo della vasca. Osservando questi movimenti del mare e il debolissimo riflesso luminoso che porta con sé, riesco non solo a tenere conto dei giorni che passano, ma in misura molto approssimativa cerco anche di calcolare che ore sono.

Certo, queste informazioni non mi sono affatto servite a star meglio, ma perlomeno potevo tenere occupata la mente in astrusi calcoli matematici e fantasticare su come pianificare la mia fuga per via subacquea: questo in modo particolare dopo che ebbi fortunosamente iniziato la pratica delle immersioni sul fondo della mia piscina personale.

Ebbene sì, dopo una prima spaventosa caduta in mare, durante la quale rischiai di affogare, ora ho imparato a nuotare sott’acqua meglio di un pesce, anche se la prima volta che mi tuffai lo feci in modo del tutto involontario. Il mio primo volo in acqua non solo fu un tuffo fuori programma: quel giorno rischiai veramente di morire, e in vari modi.

Nella mia vita precedente, prima di iniziare a languire qui sotto, non avevo mai nemmeno lontanamente pensato che avrei dovuto imparare l’arte di nuotare e di immergermi addirittura sott’acqua: non si trattava certo di un’attività adatta a un giovane architetto della corte borbonica.

La pratica del nuoto era un’attività plebea riservata solo ai poveri pescatori di coralli che si avventuravano in alto mare sulle loro barche tenute insieme da chiodi di ferro, pece, vecchie corde e avemarie, ed era utile solo a loro, giusto per mettere insieme il pranzo con la cena e tentare di salvarsi la vita.

Quel giorno, quando andai talmente vicino alla morte da poterne sentire l’alito pestilenziale sul mio collo, ero quasi riuscito a vendicarmi di una piccola angheria che stavo subendo da qualche giorno. La mia intenzione sarebbe stata quella di punire severamente un grosso ratto che avevo sentito zampettarmi vicino in un momento in cui giacevo steso sul pavimento. Ero in quello stato che nell’altra vita avrei chiamato sonno, ma in questa era semplicemente un breve periodo di oblio popolato di spaventosi incubi e che mi sorprendeva al risveglio più distrutto del momento nel quale avevo chiuso le palpebre. Mi ero accorto già da qualche giorno che la bestiaccia mi si avvicinava silenziosamente forse solo per bearsi del mio afrore, o magari anche per tentare di rosicchiarmi le estremità, quando si accorgeva che lo sfinimento aveva ormai il sopravvento sul terrore.

Il topaccio di certo sbucava direttamente dai più profondi recessi dell’inferno: sotto alla mia cella infatti non poteva esserci nient’altro che l’abisso dell’oltretomba. Il malefico roditore, una bestia lunga almeno trenta centimetri, dopo avermi annusato e ritenuto commestibile, aveva già tentato un paio di volte di assaggiare le piante dei miei piedi con i suoi schifosi incisivi giallastri. Nell’istante in cui la prima volta lo avevo colpito con un calcio, risvegliato dal dolore acutissimo, lui aveva squittito risentito, fissandomi con odio, gli occhietti a spillo spalancati per la rabbia di essere stato interrotto in modo così maleducato dal suo pasto. La pantegana si rintanò con un guizzo nei meandri della sua fogna solo quando mi alzai di scatto per tentare di rincorrerla.

Decisi allora che la misura era colma. Era giunto il momento di farmi valere e di insegnare al lurido roditore chi comandava lì dentro. Il pavimento della mia cella era coperto da uno spesso strato di polvere accumulatasi nei secoli e che ricopriva detriti della più varia natura, portati forse dalle mareggiate o abbandonati negli anni e nei secoli trascorsi, dalle maestranze durante i lavori di costruzione. Naturalmente era robaccia per lo più inutile: pezzi di legno più o meno grandi, scaglie di vasellame e molte ossa delle quali non avrei saputo riconoscere la natura, ma che mi parevano abbastanza grandi per essere appartenute a qualche altro disgraziato essere umano. E ancora rimasugli di stoffa, pezzi di cordame marcio, chiodi e ferraglia.

Impiegai una quantità di tempo a rovistare ovunque alla cieca, finché non trovai infine quello che avrebbe potuto essermi utile: un pezzo di legno non troppo marcio lungo circa un metro, che riuscivo ad impugnare come una clava, su una estremità del quale piantai un grosso chiodo a sezione quadrata, ficcandovelo con una pietra a costo di fratturarmi qualche falange. Stringendo spasmodicamente la mia rudimentale picca fino a intorpidirmi la mano, i muscoli contratti per la rabbia e la tensione, mi stesi poi lungo il muro nel punto più lontano dall’acqua, perché ero certo che il topo sarebbe rispuntato proprio da qualche tana posta sopra il pelo dell’acqua di quella spaventosa cloaca.

Cercavo di mantenere un contatto stretto tra il mio corpo tremante e la parete di tufo, addossandomi per quanto possibile alla sua sgretolante e ruvida consistenza quasi in cerca di un inutile appiglio. Cercavo in essa un improbabile pietoso conforto, mentre badavo a tenermi per quanto possibile lontano dall’abissodi orrore e di morte che si muoveva con il suo lento sciabordio pochi centimetri più in basso.

Trascorsi in tale scomoda posizione un periodo che mi sembrò interminabile, credo alcune ore, ore che impiegai cercando di discernere qualche ombra tra le tenebre con l’unica detestabile compagnia dell’agghiacciante frusciare degli scarafaggi e dei ragni.

Le bestiacce infestavano il sotterraneo e spesso prendevano coraggio e si avvicinavano per accarezzare il mio corpo con le loro spaventose zampette, senza però mai pungermi. Non dimenticherò mai il tragico orrore del loro tocco delicato.

Quando la poca forza di volontà che mi era rimasta era ormai sul punto di abbandonarmi e stavo per sollevarmi dalla mia scomoda posizione, finalmente, perfettamente distinguibile in quel silenzio di tomba, ebbi la certezza di riconoscere l’inquietante suono lievemente risucchiante prodotto dalle zampe della pantegana che si avvicinava con circospezione sul pavimento umido. Tutto il mio corpo era teso come la corda di un violino e tutti i nervi sembravano volersi aggrovigliare insieme e dirigere il loro impulso direttamente verso le piante dei piedi, come se le mie appendici rosicchiate avessero avuto la possibilità di intuire la sagoma del roditore che si avvicinava.

Attesi abbastanza da sentire il dolore della tensione, ma non appena mi accertai del blando tocco degli schifosi baffi sotto al tallone, la mano scattò autonomamente. Senza quasi che me ne rendessi conto, liberai tutta la forza, la frustrazione e la mia disperazione in quel colpo, che se fosse andato a segno avrebbe inchiodato la bestiaccia direttamente alla roccia del pavimento.

Sfortunatamente invece la primitiva arma colpì solo il nero pavimento di basalto, traendone una cometa di scintille e restituendomi un doloroso rinculo alle ossa del polso: il topo stava ancora più all’erta di me e si aspettava la legnata, oppure era stato il nume tutelare dei ratti che vegliava su di lui a metterlo in guardia salvandogli così la pellaccia.

Per schivare il colpo, la bestia si era limitata a saltare di lato, però in questa occasione non gli diedi il tempo per osservarmi deluso, ma, sospinto dalla rabbia che mi offuscava la mente, mi rialzai di scatto con un balzo e lo inseguii nella direzione dalla quale era venuto. Verso l’acqua. Sfortunatamente, non vedendo nulla o quasi, calcolai male la distanza e il mio piede nudo scivolò sul bordo dell’alto gradone incrostato di alghe, licheni e di polvere stratificata e umida. In un attimo mi ritrovai a brancolare nel vuoto per un tempo che mi sembrò infinito, per poi ricadere battendo un fianco, la spalla e la testa sulla pietra del molo, e infine rotolai pesantemente in acqua.

Fu solamente il dolore lancinante del colpo a salvarmi la vita: se fossi semplicemente svenuto, sarei caduto sul fondo della vasca e lì sarei rimasto a marcire per sempre. Invece, quando l’acqua salmastra e puzzolente mi riempì la bocca e le narici, scalciai furiosamente per tenermi a galla e con il braccio teso per la disperazione tentai di aggrapparmi allo scalino dal quale ero caduto.

L’elemento liquido estraneo e ostile, il buio e il dolore mi avevano scaraventato nel panico più profondo. Non riuscivo a respirare né a tenermi in posizione eretta. Non riuscivo a pensare a nient’altro che tossire fuori dai polmoni quell’acqua putrida che tentava di rientrarvi a ogni rauco respiro.

Intanto, mentre con la testa sott’acqua lottavo per non affogare, un suono melodioso, come di un coro celeste accompagnato da un organo, sembrava volermi tentare ad abbandonarmi a quella liquida sepoltura e porre fine alle mie sofferenze in terra. Mi agitavo spasmodicamente per cercare di tornare a galla, ma senza riuscirvi, finché la mano sinistra urtò dolorosamente un oggetto non scivoloso. Invisibile e appena sotto il livello del mare, era stato fissato, forse secoli prima, un grosso anello di ferro irto di scaglie di ruggine, che mi graffiò il palmo ma mi permise di afferrarmici con tutte le mie forze e ad affacciarmi con la testa fuori dai flutti, così da riuscire, tossendo e vomitando, a riprendere a respirare.

Sentivo che le forze stavano cominciando ad abbandonarmi. Nel giro di qualche secondo sarei venuto meno, ma pensai che, se avessi permesso alla coscienza di abbandonarmi in quel momento, quella sarebbe stata la mia fine, e allora con tutta la violenza di cui ero capace strinsi quel metallo, fino a farmelo penetrare nelle carni.

Canti gregoriani rimbombavano nelle mie orecchie a ogni ricaduta sott’acqua: stavo impazzendo. Con un immane sforzo, supportato dal terrore e risoluto a non morire lì sotto, cercai di dimenticare il dolore alla mano ferita e alla spalla destra che pulsava per la caduta, e tentai di issarmi pesantemente fuori dall’acqua, cercando a tentoni un altro punto di appoggio. Graffiando con le unghie le pietre del rudimentale molo, finalmente dopo molti tentativi a vuoto trovai una fessura abbastanza profonda da potervi infilarvi le dita e, con le ultime forze che mi rimanevano, mi sollevai per quanto bastava a infilare tre dita di un piede in quella specie di anello arrugginito. Mi sbucciai dolorosamente le mani e il piede, oltre a spezzarmi le ultime unghie che mi erano rimaste, ma non avevo nessuna intenzione di cedere al dolore. Pensavo unicamente a riguadagnare la terraferma.

Ero ormai quasi riuscito a sollevarmi fuori dall’acqua e, nel tentativo di riprendere le forze, mi tenevo in equilibrio precario con entrambi i gomiti puntati sul molo e le gambe penzoloni dentro l’acqua. Respiravo profondamente, quando mi trovai a riflettere sulla sensazione di gelo che mi stava ghiacciando le ossa: era la prima volta che toccavo quell’acqua, e non mi ero mai reso conto del fatto che la temperatura del mare fosse molto più calda di quella dell’aria della mia cella. Cercai di inseguire il ritmo del mio respiro che diventava sempre più regolare e profondo, mentre il tremore mi faceva battere i denti, quando mi accorsi distintamente di un movimento fluido proveniente da poco lontano, verso la parte più buia e remota della pozza dalla quale ero in procinto di uscire.

Mi sembrò di distinguere una forma allungata che si spostava velocemente appena sotto il pelo dell’acqua producendo un lievissimo sciabordio e lasciandovi solo una scia quasi impercettibile, come l’ombra di un’onda e che si dirigeva con decisione verso di me. Senza avere idea di cosa fosse, ma terrorizzato dall’idea di un essere che puntava nella mia direzione, non diversamente dal topo che avevo rincorso e con uno scatto muscolare del quale mai avrei pensato di essere capace, schizzai fuori dall’acqua rotolando sulla polvere del molo cercando di allontanarmi il più possibile da quel mostro che nuotava sott’acqua, forse per ghermirmi.

Nel preciso istante in cui toccai terra, le mie orecchie ancora piene d’acqua udirono un colpo ovattato, come di un pesante baule che si chiude di scatto.

Guardai giù, nella pozza di mare che avevo appena lasciato, lo vidi per la prima volta e il cuore minacciò di scoppiarmi nel petto. Lui era lì che mi guardava con un’espressione tra il sorridente e lo speranzoso, con tutti i suoi tremila denti in bella mostra.

Bestemmiai sottovoce contro l’anima degli antenati di quell’animale, senza riflettere sul fatto che, se avesse intuito il significato delle mie parole, la bestia avrebbe potuto innervosirsi ancor di più e peggiorare la mia situazione. Il rettile, da parte sua, avrebbe invece probabilmente voluto approfondire la conoscenza diretta con almeno una delle mie gambe, ma le aveva mancate per una frazione di secondo.

Nonostante tutti i suoi sforzi, il grosso animale non riusciva ad aggrapparsi con le sue unghie e a far presa a sufficienza per risalire l’alto scalino e raggiungermi, così sfogava tutta la sua frustrazione spazzando l’acqua con potenti colpi di coda e riempiendo il buio della cella di agghiaccianti ruggiti.

Da parte mia, mi limitavo a stare disteso sulla schiena addossato quanto più possibile al muro, stringendo le ginocchia con le mani, tremando sempre di più, ora anche per il terrore e la nausea. Mi cullavo da solo e mi lamentavo sommessamente, mentre con gli occhi sbarrati e le orecchie tese cercavo di penetrare le tenebre, per controllare se la bestiaccia facesse progressi nei suoi tentativi. Altro non potevo fare: se fosse riuscito a salire sul molo non avrei avuto scampo.

Mi riscossi solo per un attimo, quando cercai a tentoni di recuperare la mia unica arma, per darmi almeno un po’ di coraggio. La osservai e la buttai subito via. Quel pezzo di legno il coccodrillo lo avrebbe potuto usare come stuzzicadenti, dopo avermi sbranato.

Oramai non raccomandavo nemmeno più la mia anima a Dio: anzi ero convinto che proprio lui avesse un suo valido motivo per odiarmi, oppure che avesse semplicemente dimenticato la mia esistenza, sommerso com’ero lontano dalla sua vista in quelle profondità tenebrose.

Ma in quel momento, il più tragico da quando ero stato fatto prigioniero, avvertii una presenza al mio fianco. Voltai lentamente la testa, verso il punto in cui mi sembrava di avere udito un fruscio, il cuore in gola con un misto di speranza e di timore.

Speranza che fosse sceso qualcuno ad aiutarmi, o semplicemente a prendermi per portarmi finalmente davanti a un giudice.

Timore che qualcuno, o qualcosa di maligno, fosse venuto a gettarmi tra le fauci del coccodrillo. Sarebbe bastata una piccola spinta…

(Stralcio dal romanzo di Lucio Sandon La macchina anatomica)

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

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