Il racconto, In nome del padre

di Lucio Sandon

Era sita l’antica Ercolano in un promontorio esposto al mare, luogo dalle eruttazioni del Vesuvio coverto, nulla dimeno si può scorrere dalle antiche ruine e vaghi edifici che in parte si vedono quella essere stata luoco chiamato Sora, mezzo miglio in circa distante dall’hodierna Torre, con buona ragione ivi edificata dandoli il promontorio comodità di sicuro porto per l’armata navale, aggiuntovi la salubrità dell’aria, abbondanza di acque, fertilità di campi e la vicina terra, requisiti necessari per edificare città… Come similmente sta hoggi situata la presente Torre dopo la ruina dell’antica Ercolano. Da Calastro, dopo aver attraversato il moderno centro di Torre del Greco si giunge a valle della Strada Nazionale alla contrada Sora, ove una grande fabbrica chiamata volgarmente Santo Nicola distendentesi per lungo tratto verso messo giorno fin quasi vicino una torre di guardia chiamata Bassana e tutta da rupi coperta, con muri rivestiti di pitture dai vivaci colori, una piccola cappella a volta semisepolta, tutta lavorata di minutissime pietrucce e di gusci di frutti di mare d’ogni sorte e vagamente colorite le mura di finissimo azzurro da lui ritenuta un tempietto di Nettuno, tre capitelli di marmo di non mediocre grandezza bene intagliati, con foglie d’acanto chiaro inditio di sontuosa fabbrica o tempio, che furono trasportati ed esposti nell’atrio della parrocchiale di S. Croce.

Villa Sora è la zona di maggior interesse archeologico della città di Torre del Greco: il palazzo conosciuto con questo nome, è un ampio complesso monumentale e con ogni probabilità si tratta proprio della misteriosa Villa Julia Imperatoria di proprietà della famiglia Julio Claudia, risalente al primo secolo, che si estende su un’ampia superficie, con un’altezza originaria di tre piani. Annessi alla villa e ancora visibili sulla spiaggia, si trovano i resti della Terme Ginnasio, un complesso termale alimentato da un fiume di acqua calda proveniente dalle viscere del vulcano, il Rivum Sola, che digradava fino un piccolo porto privato ad uso della famiglia imperiale, ornato da innumerevoli fontane, il tutto ormai perduto, inghiottito per sempre dalle ripetute ondate della lava vesuviana e dalla cieca furia umana.

Scriveva Svetonio, che Caligola, quanto a spese di scialacquo, superò per ingegno tutti i prodighi del suo tempo. A causa dello spregio che il folle imperatore ebbe per qualunque cosa di valore, egli fece distruggere la meravigliosa villa della sua famiglia posta poco lungi da Ercolano, solo perché essa era stata regalata a sua madre Agrippina. Seneca, descrivendo gli effetti dell’ira imperiale perpetuò la notizia, e in tal modo i naviganti che costeggiavano i lidi alle estreme pendici del Vesuvio avevano conto della cagione di tanta rovina, ed allora quel sito di delizie divenne a quel tempo famoso per la sua deplorabile fine. Anche il Vulcano fece la sua parte, mettendoci il carico da dieci: durante l’eruzione del 79 d.c., ciò che restava dei due piani superiori della villa imperiale dopo l’abbattimento ordinato da Caligola, crollò sotto il peso dei lapilli e della cenere, mentre il primo piano è ancora sepolto sotto diversi metri di lava solidificata.

La cappella di San Nicola, si trovava nella stessa Contrada Sora dove, già nel 1641 si rinvenne il famoso bassorilievo marmoreo rappresentante Orfeo, Euridice, ed Ermete, oggi conservato al Museo Archeologico di Napoli, fatto scavare dal Vicerè Romiro di Guzman duca di Medina. Il gruppo bronzeo di Ercole con la cerva, rinvenuto nello stesso luogo, è invece ora conservato nel Museo Salinas di Palermo. La stessa area di Sora fu esplorata per cunicoli, negli anni Trenta del Settecento, dai cavatori borbonici. Nel 1749 si rinvennero grosse colonne di marmo cipollino e un prezioso pavimento policromo, in opus sectile, di cui oggi rimangono pochi frammenti ancora in sito.

Uno dei primi atti del neonato regno d’Italia fu quello di prolungare la ferrovia Napoli Portici fino a Salerno, facendo passare i binari sul bordo del mare. I bravi ingegneri dei Savoia per risparmiare sui costi dell’opera, quando dovettero costruire la massicciata, utilizzarono senza porsi eccessivi problemi, quanto rimaneva della casa al mare di Giulio Cesare.

Dopo qualche secolo il percorso non è cambiato, il treno per Salerno sfreccia ancor oggi lungo il bordo del mare, e i distratti passeggeri non si accorgono di passare sopra ad un pezzo della loro storia. Passano anche, forse senza immaginarlo, sopra ad un cumulo di cattive intenzioni.

Il vecchietto entrò nella sala d’aspetto della clinica veterinaria del dottor Gardenia guardandosi intorno disorientato e un po’ sospettoso, come se d’un tratto un feroce animale potesse avventarglisi contro.

Bassino e di corporatura esile, una folta criniera incolta sale e pepe, abiti e scarpe evidentemente ereditati da un parente più anziano e robusto, l’uomo si piazzò davanti ad un manifesto che vantava le miracolose virtù di un cibo per cani, fissandolo per diversi minuti.

Alessandra, dopo aver  accompagnato alla porta la signora Anna, che settimanalmente veniva a far controllare la sua giovane barboncina in perfetta salute, si trattenne sull’uscio della sala visite osservando l’uomo, in attesa di un movimento o di uno sguardo che facesse intuire le sue intenzioni, poi leggermente spazientita, dopo essersi schiarita la voce roca dalla lieve erre francese, fece un passo verso l’uomo, evidentemente affascinato dalle proprietà taumaturgiche delle crocchette, e disse a bassa voce: «Prego signore, posso fare qualcosa per aiutarla?»

Il contadino di scosse, come fosse stato soprapensiero e fissò la ragazza, illuminandosi in viso.

«La Madonna!»

Effettivamente, la dottoressa Alessandra aveva le fattezze ed i colori dell’iconografia classica delle chiese cattoliche: occhi azzurro verdi, biondi capelli lunghi, volto ovale di colorito chiaro. Solo il fisico non corrispondeva alla vergine Maria, lei era alta e atletica, anche se il camice azzurrino le dava un’aria ascetica. L’uomo per qualche istante non riuscì ad articolare parola, poi sforzandosi con evidenza e aiutandosi stringendo i pugni a proferir favella, riuscì a sillabare qualche parola.

«La cana».

La cana? Nel frattempo, si era affacciato in sala d’attesa il titolare, che aveva assistito divertito all’apparizione mariana e voleva togliere d’imbarazzo la collega.

«Mi sembra di capire che lei ha una cagna, magari non sta tanto bene…Vuole per caso che le facciamo un controllo?»

Un largo sorriso aprì il viso dell’estasiato gentiluomo che cominciò a scuotere il capoccione, approvando la sintesi del dottor Gardenia.

«Bene, può portare qui il suo cane?»

«Cana. No, non cammina più, non mangia, non beve, e parlando con dovuta decenza non va nemmeno di corpo.»

«Ah, e questo da quanti giorni?»

L’anziano compitò faticosamente sulle dita, perdendo il conto e ricominciando due volte da capo.

«Otto giorni!» Fu il responso finale.

«Ed è ancora viva, siamo sicuri?»

«Si si, mi guarda, come se volesse chiedere aiuto.»

«Mmm…E avete aspettato solo otto giorni, per aiutarla?»

Senza capire l’ironia, l’uomo scosse ancora la testa affermativamente.

«Si, quando uno ha un cane o lo tiene bene o è meglio che lo fa sparire!»

Disorientati dallo sfoggio di filosofia dell’uomo, i due veterinari non ebbero la prontezza di spirito di replicare. Si guardarono solo in faccia tra loro, e Alessandra chiese: «Forse è meglio che veniamo a visitarlo a casa, subito, credo che sia una cosa molto urgente, qual è l’indirizzo?»

«Giù a mare, dopo il cimitero. Villa Sora.»

La giovane professionista esercitava da poco in città ed il titolare non era nativo locale, per cui si guadarono di nuovo perplessi: «Lei ha una villa sul mare, complimenti, e l’indirizzo preciso?»

«Signorì, lo sanno tutti, scendete verso il cimitero e lì chiedete…Anzi, se volete venire con me, c’ho il trerrote qui fuori.»

La madonna chiese licenza di soprassedere alla visita domiciliare strattonando da dietro il camice del titolare e sgranando gli occhioni azzurri supplicanti, e fu salvata anche da Marisa, la quale intervenendo in suo soccorso, ricordò a tutti che c’era una chirurgia da svolgere in ambulatorio.

Come spesso accadeva, specialmente dopo un brutto episodio di aggressione che era successo un po’ di tempo prima, il titolare si incaricò personalmente di uscire per la visita domiciliare, cosa che in questo caso non gli dispiacque molto, perché il caldo sole di quella mattina di maggio invogliava alla passeggiata e poi la curiosità di vedere la villa dell’anziano contadino lo solleticava.

Dopo qualche parolina magica e qualche calcio bene assestato, riuscì a mettere in moto il vecchio ciclomotore, e in breve raggiunse il cimitero, che per il benessere dei cittadini vivi ed anche di quelli deceduti, si trova in riva al mare, con una vista mozzafiato sull’Isola di Capri.

In fondo alla stretta stradina lastricata di basalto che conduce al camposanto, seguendo le indicazioni del cliente, passò sotto un piccolo arco di pietra protetto da un cancello aperto, e si trovò, dopo aver superato campi e serre coltivati a fiori ed ortaggi, nel mezzo di una zona di macchia mediterranea sopravvissuta alla colata di cemento che negli anni ha ricoperto quella di lava del Vesuvio.

La strada vera e propria si trasformò in un viottolo di campagna che finiva bruscamente innanzi ad una staccionata in legno, chiusa malamente da un lucchetto arrugginito e sormontata da un cartello che ammoniva: “Divieto di ingresso agli scavi archeologici.”

Disorientato, il giovane professionista si guardò intorno vedendo in giro solo ginestre, mirto e una casa crollata e abbandonata. Dopo un po’ però udì un fischio che proveniva da dietro al cancello, seguito a breve dalla sagoma del contadino, che si avvicinava facendosi largo tra le frasche.

«Dottò, accomodatevi.»

E aprì il lucchetto, che con ogni probabilità non era quello di proprietà dalla sovraintendenza ai beni culturali, poi fece strada attraverso le rovine, fino ad una baracca malamente costruita a ridosso del muro esterno della villa di proprietà della Gens Julia, la quale suo malgrado offriva alla traballante costruzione anche la parete posteriore. All’interno della costruzione resistevano ancora alcune figure finemente affrescate da uno sconosciuto artista dell’epoca imperiale.

La veduta su Capri era strepitosa, ma lo sguardo del veterinario era attratto da un grosso cane bianco.

Il pastore abruzzese giaceva in mezzo a un prato che digradava verso il mare, riverso su un fianco, le quattro zampe rigide e la testa fortemente rivolta all’indietro, e si lamentava sommessamente. Il dottor Gardenia si avvicinò, e nonostante non fosse particolarmente delicato, il suo stomaco ebbe un moto di ribellione: l’odore di putrefazione impregnava l’aria, a causa di migliaia di grasse larve di mosche che fuoriuscivano dalle aperture naturali e da ascessi che si erano formati nelle zone vicine. Le schifose larve si contorcevano, disturbate dai movimenti dell’animale morente.

Il professionista, scioccato, guardò l’uomo con uno sguardo vacuo, indeciso se colpirlo subito con la borsa che teneva in mano o svenirgli tra le braccia, poi fece un paio di respiri profondi respirando con la bocca, dopo essersi turato il naso con un fazzoletto.

Si girò e fece per andarsene, ma fu rincorso dal padrone del cane con voce implorante: «Dottò dottò! Vi prego,fate qualcosa, salvatemi la mia Bianchina!»

Il veterinario continuò a camminare, poi arrivato a distanza di sicurezza sbottò: «Fino a tre giorni fa forse si sarebbe forse potuto salvarla. Una infezione dell’utero si cura con una facile operazione, ma a questo punto l’unica cosa da fare sarebbe quella di abbreviarle le sofferenze, sempre se trovassi il coraggio di avvicinarmi.»

Colpito come da uno schiaffo in faccia, che peraltro il dottor Gardenia gli avrebbe dato volentieri, l’uomo rimase basito per qualche istante, poi disse a bassa voce: «Darle la morte?  Non posso decidere da solo. Per questa cosa devo chiedere a mio padre.»

E si avviò senz’altro in direzione delle rovine.

Il veterinario dapprima lo guardò allontanarsi, contento di aver resistito alla tentazione di picchiarlo, ma poi sopraffatto dalla sua indole lo seguì, curioso di vedere il padre del vecchio, che a occhio e croce avrebbe dovuto essere ultracentenario. E poi il dottor Gardenia era attratto dalle rovine che sparivano verso la massicciata della ferrovia, la quale in maniera più che evidente, ne seppelliva ancora la maggior parte.

Il contadino si diresse zoppicando verso un cumulo di pietre, un luogo dove erano rimasti in piedi tre mozziconi di muro, che erano stati ricoperti da delle assi e richiusi da una rudimentale tenda. L’uomo scostò la tela e penetrò all’interno della piccola stanza ricavata negli scavi archeologici abbandonati. Qualche minuto dopo, dato che non si vedevano movimenti di sorta e vagamente preoccupato dalla piega che aveva preso la situazione, il giovane professionista si avvicinò alle rovine, e senza far rumore scostò un lembo della tela cerata: lo spettacolo che gli si presentò lo fece sobbalzare.

L’interno del cumulo di macerie era letteralmente tappezzato da santini, disegni e fotografie dell’immagine di Gesù che mostra il sacro cuore. Ogni immagine era accompagnata da un lumicino o una candela accesa, che illuminavano il tempietto con la loro luce tremolante, facendo trasparire al di sotto i finissimi affreschi con i quali in origine erano decorate le pareti ora diroccate. Un profumo di incenso permeava l’aria del santuario, e il veterinario per un attimo riuscì ad immaginare il corteo di vestali che offrivano doni e sacrifici a divinità dimenticate.

Al centro della cappella, il vecchio contadino pregava rivolto al cielo con le mani tese, e canticchiava una nenia sottovoce.

Il dottor Gardenia richiuse la tenda e si allontanò rapidamente facendosi il segno della croce, non perché fosse particolarmente devoto al Cuore di Gesù, ma per chiedergli di salvarlo da quello squilibrato cliente. Costui lo raggiunse dopo pochi secondi, affannato per la corsa sulle corte gambette.

«Allora, cosa ne pensa papà?»

«Mio padre dice che non si può far morire un essere umano, però il cane se soffre si può far addormentare. Non è peccato.»

La triste incombenza fu presto risolta con sollievo di tutti: Bianchina, padrone di Bianchina, padre del padrone di Bianchina, e veterinario. Quest’ultimo, con il respiro mozzato dalla tragica puzza e con lo sguardo pieno della bellezza del posto, fuggì subito dopo a bordo del suo motorino, respirando a pieni polmoni l’aria di mare.

Il sole e il vento di maggio, facevano lacrimare gli occhi al dottor Gardenia, intanto che il contadino eseguiva uno scavo profondo sulla riva del mare, dove avrebbe sepolto la sua Bianchina, probabilmente in compagnia di qualche anfora di età imperiale.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprenso poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è La Macchina Anatomica, un thriller ambientato a Portici. Ha già pubblicato il romanzo Il Trentottesimo Elefante; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: Animal Garden e Vesuvio Felix, e una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario.

 

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