Il Racconto, Leggero Appetito

di Lucio Sandon

(Grizzly)

«Li odio, li odio tutti.  Profondamente. Mi hanno dimenticato in fondo a questa buia, schifosissima gabbia, senza nessun motivo. Questo carcere orrido e merdoso, dove ci hanno buttato il sangue chissà quanti luridi bastardi senza nome, che ci hanno vomitato  e fatto i loro rivoltanti bisogni dovunque. Distinguo perfettamente ogni singola goccia di vomito e ogni traccia di piscio, sotto questa puzza di disinfettante che mi toglie il respiro. Li riconosco tutti, uno per uno, e li odio. Un nobile norvegese delle foreste come me, lasciato così,  a marcire dentro una gabbia! Li guardo passare e osservarmi come se fossi un fenomeno da baraccone, sto solo aspettando che uno di loro metta di nuovo la mano qui dentro per prendermi, specialmente quella con i capelli neri e gli occhi chiari, quella la odio più degli altri. Appena il mio servitore umano mi ha portato qui, la disgraziata mi  ha afferrato senza complimenti, senza un minimo di rispetto  per il mio pelo così bello soffice, mi ha schiacciato sopra un tavolo d’acciaio freddo  e mi fatto sentire un dolore incredibile. Sono acquattato con tutti i muscoli tesi, sto aspettando solo che aprano la porta, gli faccio vedere io come sono affilate le mie unghie e come sono forti le mie zanne, faccio un salto e gli schizzo in faccia, mica mi limito a soffiargli contro come sto facendo ora. Sono già tre giorni che mi hanno sbattuto qui dentro e ora mi sento proprio uno straccio, eppure prima di entrare in questo luogo di dolore ero abbastanza in forma, avevo solo un leggero mal di pancia, ma non potevo mica dirlo al mio servitore umano che mi ero mangiato uno spiedino di carne intero, con tutto il legnetto. Come ho fatto ad ingoiarlo senza romperlo e senza morire affogato, non me lo spiego nemmeno io, però lo spiedino era buono accidenti, solamente quei pezzetti di peperone mi sono rimasti un po’ indigesti…  So solo che i miei umani, quando si sono resi conto che dal vassoio mancava uno spiedino, mi hanno portato di corsa qui dentro, hanno confabulato tra di loro e con quegli altri aguzzini per un sacco di tempo, quelli mi hanno messo sotto delle macchine strane che facevano una strana luce e dopo mi hanno messo degli aghi nelle mie nobili zampe, e io sempre zitto non ho reagito. Ho iniziato ad innervosirmi solamente quando questi disgraziati mi hanno tagliato tutto il mio meraviglioso pelo biondo sotto alla pancia, però dopo non ho capito più niente, mi sono addormentato e mi sono risvegliato con un affare di plastica intorno al collo che mi impedisce di pulirmi e di leccarmi, e soprattutto non mi fa grattare la pancia. Devono avermi fatto qualcosa di strano, perché ho un fastidio che mi fa impazzire. Mi prude moltissimo e mi fa un male da cani, certo però che i cani sono molto più piagnucolosi di noi gatti. Quello che mi fa imbestialire più di tutto, in questo maledetto carcere, è quella deficiente di bulldog chiusa nella gabbia qui a fianco alla mia: sta tutto il giorno ad ansimare e a lamentarsi, però appena uno degli aguzzini passa davanti alle gabbie, invece di ringhiare e tentare di azzannarli, come sarebbe giusto, si lancia verso di loro, chiamandoli e facendogli le feste, come se fossero suoi amici.»

«I cani. Bah.»

«Figuriamoci: anche un essere inferiore come il cane dovrebbe capire che se lui sta dentro e loro stanno fuori, quelli sono tuoi nemici, ma lei niente, si agita, sbava talmente tanto che gli schizzi arrivano fino a qui, e meno male che c’è una parete di ferro che ci separa o la avrei già sgozzata. Abbaia, mugola, si sottomette in modo servile fino al punto che qualcuno di loro si impietosisce, la fa uscire e la fa giocare per qualche minuto. Chissà cosa le hanno fatto, ha dei cosi di ferro che le vengono fuori da  una gamba davanti, e quella non tenta nemmeno di scappare, specialmente poi quando vede la carceriera  bionda, quella che le porta del cibo di nascosto. Se porta qualcosa da mangiare anche a me, le stacco un dito con un morso…grrr…però, a pensarci meglio… Tra l’altro sarebbe ora di pranzo, ma qui non mi danno niente, ho una fame che la vedo. Ad Ariel la bulldog qui a fianco, forse per via che fa tutte quelle feste,  hanno portato una ciotola di roba strana. Lei l’ha divorata con due bocconi e ora è lì in attesa trepidante di una seconda porzione che questi non le daranno di sicuro, nemmeno se trema e sbava fino a stasera. A me quella roba strana non mi piace, a casa del mio servo umano mi servivano il pesce, il pollo, la carne fresca. Gli spiedini no, quelli se li sbafavano loro, ma appena mi capitano a tiro di nuovo, me ne faccio fuori due o tre, però senza il legnetto. In effetti, mi mangerei anche una ciotola di quella roba strana che hanno portato al cane, giusto così per far smettere di brontolare al  mio stomaco, ma mi da l’idea che qui stiano chiudendo. Sembra proprio che non mi daranno niente nemmeno oggi, neanche un poco d’acqua, solo questa roba bianca che mi entra nella zampa, che vorrei riuscire a levarmi via con un morso.»

(Umani)

L’ambulatorio del dottor Gardenia di norma chiudeva alle dodici e trenta e riapriva alle quindici, gli animali in cura rimanevano all’interno, controllati solo da un’ inserviente, che si prendeva una mezz’ora di pausa per pranzare. Era il pomeriggio del giorno dopo Pasquetta, l’atmosfera della struttura era più rilassata del solito, ma di solito non era mai troppo tesa.  L’aria era tiepida, si cominciava già a sentire nell’aria il profumo delle mimose e delle fresie, che andava sopraffacendo quello carico di dolcezza delle pastiere infornate dalla vicina pasticceria. Alessandra, che aveva l’abitudine di arrivare al lavoro almeno mezz’ora prima dell’apertura, trovò la saracinesca aperta e la porta a vetri chiusa ma non a chiave, e pensò che Marisa o il titolare fossero arrivati prima di lei. All’interno regnava uno strano silenzio.  Con una lieve sensazione di timore, la bionda veterinaria aprì lentamente la porta che dava nella sala visite e si guardò intorno per cercare tracce dei colleghi, poi a bassa voce  per non spaventare gli animali ricoverati, chiamò la sua amica e collega:

«Marisaaa…C’è nessuno?»

Non c’era nessuno, così si addentrò ancora nella struttura camminando in punta di piedi e con la mano stretta intorno alla maniglia della porta, come per aggrapparsi ad un’ancora seppure basculante, cosa strana per lei che normalmente non sembrava aver paura di nulla, e che con il suo fisico avrebbe potuto tener testa a malintenzionati anche robusti.

Niente era fuori posto, non anzi qualcosa di strano c’era.

La porta della gabbia d’acciaio dove era ricoverato Grizzly, un enorme gatto norvegese delle foreste di diciotto mesi,  operato tre giorni prima di enterotomia  per estrargli  uno spiedino di legno che inspiegabilmente aveva nell’intestino, era spalancata.

Di Grizzly nessuna traccia: aveva superato brillantemente l’intervento e proprio quel pomeriggio gli sarebbe stato somministrato del cibo adatto alla sua convalescenza. Il laccio della flebo pendeva nella gabbia, con l’ago sporco di sangue che gocciolava ancora la soluzione reidratante che era stata prescritta al micione: questo significava che era riuscito ad aprire la gabbia solo da pochi minuti, però finora nessun animale era mai riuscito in tale impresa e poi c’era il particolare della saracinesca aperta. Angela, la giovanissima inserviente, non si era accorta di nulla: aveva chiuso la porta di ingresso a chiave e si era allontanata per pochi minuti, si era recata al bar per un panino, ed ora stava riposando su di una sedia a sdraio.

Alessandra fece un rapido giro per i locali, tutto era in ordine e sembrava che non mancasse nulla, anche Angel, la bulldog con una zampa fratturata, era nella sua gabbietta che stava  inondando di densa bava appiccicosa, mentre si contorceva per la gioia nella speranza di ricevere una carezza. Quando dopo pochi minuti arrivarono Marisa ed il dottor Gardenia, Alessandra spiegò in poche parole i fatti, e insieme andarono a controllare le serrature: non risultavano forzate, ma si notavano dei piccoli graffi intorno al blocchetto: qualcuno si era introdotto nello studio con il solo intento di rapire il povero Grizzly. Alessandra prese subito il telefono per chiamare i Carabinieri, ma non aveva ancora composto il numero, che Marisa le strappò la cornetta di mano.

«Aspetta un momento, se chiamiamo subito la polizia, chi l’ha preso si spaventa e non lo vediamo più… magari è qualcuno che l’ha rapito per chiedere un riscatto lampo: sai, come quando rubano un motorino e dopo te lo ridanno indietro dopo che hai pagato una certa cifra, può essere che chiamino loro!»

«Oppure, disse il titolare, potrebbe essere successo che qualche cliente, uno di quelli strani che ogni tanto si vedono qui dentro se ne sia innamorato e l’abbia rubato per tenerlo con sé. Quel gatto è così bello! Un po’ aggressivo, ma bello.»

«Proprio ieri, ora che ci penso, ho visto quella tipa strana,  Annarella ‘a zuzzosa, sai quella donna  bassina un po’ lurida, una specie di barbona, però tanto gentile e innocua, quella che ogni tanto chiede il permesso di guardare gli animali da lontano?  Era qui che osservava con sguardo estasiato le gabbie del ricovero.»

Intervenne Marisa: «E allora che si fa? Bisogna avvertire subito i padroni di Grizzly! Siamo rimasti d’accordo che domani pomeriggio vengono a riprenderselo: stamattina quando sono venuti a trovarlo, era già in discreta forma e lo volevano ritirare oggi stesso!»

«Un momento solo, vado a vedere se trovo Annarella, io lo so dove abita, una volta sono andata a visitare un gatto a casa sua…mi ricordo ancora la puzza, non per niente la chiamano zuzzosa! Sta proprio qui vicino, nei vicoli di fronte alla scuola del corallo…»

Alessandra si girò di scatto e con la sua falcata veloce, in un attimo sparì dalla vista.

Ovidio nelle Metamorfosi e Plinio il vecchio nella Naturalis historia descrivono in modo molto simile tra loro, il modo in cui secondo gli antichi, nasceva il corallo: quando Medusa, una delle tre mitiche gorgoni venne uccisa da Perseo figlio di Zeus, il sangue che gocciolava dalla testa recisa, si trasformò in quella viva materia, che con il suo colore rosso e caldo fa pensare effettivamente a sangue solidificato. A Torre del Greco già a partire dal 1400, i pescatori avevano intuito che la pesca del corallo era più remunerativa di quella alle alici, cosicché, forti della loro esperienza nel ramo, si spingevano con le loro coralline fino alle coste africane dando un po’ fastidio ai francesi della  Compagnie Royale d’Afrique, che osteggiava tutti i pescatori stranieri, finché nel 1780 gli incidenti sempre più frequenti spinsero i torresi a chiedere ai Borbone una regolamentazione della pesca del prezioso materiale. Fu però solo nel 1790, che l’ammiraglio Ferdinando Acton approvò la fondazione della Real Compagnia del Corallo, assegnando al popolo vesuviano l’esclusiva sull’oro rosso. Nel 1878 su proposta del Ministro Francesco De Sanctis, venne istituita a Torre del Greco la Scuola per la lavorazione del Corallo, nella quale si impartivano lezioni di disegno, intaglio ed incisione. La scuola venne ospitata nel convento barocco annesso alla chiesa del Carmine, ricostruito nel seicento dopo che un’eruzione aveva distrutto l’originario edificio cinquecentesco. La bella struttura è una delle poche che sopravvissero eruzioni che nel 1737 e nel 1794 seppellirono buona parte della città, si articola intorno all’antico chiostro e ospita il Museo del Corallo, voluto dal torinese Enrico Taverna, docente di disegno, composizione, scienze e tecnologia, che dal 1886 dedicò tutte le sue energie allo studio del corallo.

Di fronte al convento, anticamente si estendevano dei terreni nobiliari coltivati, e attività commerciali non meno importanti: volendo avviarsi a piedi verso il porto dal sagrato della chiesa del Carmine, la cui facciata barocca si affaccia nella piazza dedicata all’eroe dei due mondi, si parte dal primo, passando per il secondo, e si arriva poi al terzo Vicolo Orto della Contessa. Tali vicoli si intersecano in modo perfetto con il primo, il secondo e il terzo Vicolo del Giardino del Carmine. Si prosegue poi verso il Vicolo del Clero, il Vicolo del Pozzo, e quindi per il Vicolo delle Bufale e il Vicolo della Pizza, dal quale si raggiunge in modo relativamente agevole la Via che conduce alla Marina.

La casa di Annina ‘a zuzzosa era in un’abitazione a piano terra che dava direttamente sulla strada che conduce verso il mare, priva di vista sul porto, ma provvista di un piccolo ed incolto giardino. Alessandra la riconobbe  da lontano, senza bisogno di chiedere indicazioni, seguendo l’effluvio urina di gatti che ne proveniva. Annina era una donna minuta di mezz’età, che probabilmente vestiva i panni di suo fratello maggiore, oppure li acquistava a bella posta di foggia maschile e di un paio di taglie troppo grandi per lei, sempre comunque di colori sgargianti e improbabili, e assolutamente mai intonati tra loro.  Le sue calzature invece, sia in estate che in inverno, erano rigorosamente degli anfibi militari sfondati e slacciati. In quel momento Annina sedeva affranta sul gradino di marmo che separava la strada dal suo cortile, con  la camicia arancione svolazzante e i pantaloni viola a zampa d’elefante tutti sporchi del sangue che le colava dalle braccia e dal viso, mentre con le mani ferite si strappava i capelli grigio topo che si era tagliata da sola, evidentemente senza nemmeno l’ausilio di uno specchio. La donna, vedendo l’incedere vigoroso di Alessandra attraverso le dita della mano tese davanti al volto, cominciò a lamentarsi a voce alta, stendendo il braccio come a proteggersi dalla bionda professionista.

«Signurì, nun mi picchiate, Dio mi ha già punita!»

«Ma cosa ti è successo, Annina?»

«Chella jatta malefica…l’ho riportata indietro!»

«Allora l’avevi preso tu, ma perché? E poi, come hai fatto ad aprire la serratura?»

«Era troppo bella chella jatta, s’è fatta abbracciare come una bambina! ‘A serratura? M’aggia fatto prestà ‘o passepartù a Peppo ‘o sfregiato… A lui non ci serve, sta a Poggioreale.»

«Ma tu sei pazza, Annina, lo sai che puoi andare in galera se il dottor Gardenia ti denuncia: è furto con scasso! Ma cosa è successo? Dove sta Grizzly… Ma cosa ti sei fatta alle mani?»

«Signurì, a jatta l’ho portata a casa in braccio a me, quella non mi lasciava, poi appena è entrata, ha visto sul mobile la padella con le salsicce e friarielli che avevo preparato per pranzo, che deve venire mia sorella a mangiare con il marito: che ha fatto? Ha fatto un salto come un leone sopra il mobile, ha rovesciato la padella e si è mangiata tre cape di sasiccia e pure i friarielli, poi ha cominciato a sbattersi per tutta la cucina, urlando e soffiando come un demonio indemoniato, finchè ha sputato un pezzetto di cerasiello che ci era rimasto in gola!»

«Salsicce e friarielli con il peperoncino piccante?»

«Signurì, quella gatta non è normale, dopo le sasicce, si è mangiata pure mezzo casatiello che era rimasto da ieri!»

«Ummaronnamia

«Grizzly è stato operato all’intestino tre giorni fa! Quante salsicce, tre? Con il pepe? E pure il casatiello

«Essì, signurì, belle piene di pepe… salsicce a punta di coltello, uno spettacolo, ò casatiello teneva anche le uova sopra: se le è mangiate con tutta la scorza!»

«Lo spettacolo lo vedi in tribunale, se muore il gatto! Ma dove sta adesso?»

«’A gatta indemoniata m’ha accisa! Quando ho cercato di acchiapparla, ci aveva gli occhi di pazza, m’è saltata in faccia e mi voleva mangiare pure a me! Meno male che è arrivato mio cognato per il pranzo e ha preso una coperta, ce l’ha buttata sopra e l’ha chiusa dentro.»

«Signurì, cinque minuti fa! È andato con la macchina a portarla indietro.»

«Annina, disinfettati e prega che non succeda niente a Grizzly, che comunque è un maschio. Altrimenti sono cavoli tuoi!»

«Signurì, scusate… A mme chella jatta me piaceva troppo, e poi chiusa dentro a quella gabbia soffriva!»

«Seee, vabbuò

Alessandra girò le spalle lasciando Annina ai suoi dolori morali e fisici, e rifece di corsa la strada verso l’ambulatorio, attraversando senza vederli, tutti gli orti della contessa. Quando Alessandra arrivò allo studio, Grizzly era già al suo posto, chiuso nella gabbietta, a soffiare  tutta la sua rabbia contro il dottor Gardenia e Marisa che lo scrutavano a distanza di sicurezza.

«Presto, non c’è tempo da perdere, bisogna fargli una lavanda gastrica: gli hanno dato da mangiare tre salsicce ed anche i broccoletti soffritti con il peperoncino piccante, e un pezzo di casatìello con le uova complete di guscio! C’è il rischio di un’emorragia intestinale!»

(Grizzly)

«Col cavolo che mi faccio fare una lavanda gastrica, piuttosto vi uccido tutti! Le salsicce sono dentro di me e ci resteranno, e poi quella morta di fame che mi ha portato a casa sua ha detto che erano tre, invece erano solo due. Un po’ troppo piccanti, ma buone e anche quell’erba che c’era attaccata non era male. Se mi avessero  dato un altro minuto l’avrei finita tutta. Il casatiello invece era un po’ pesante, forse perché era di ieri, e comunque le bucce dell’uovo le ho sputate. Non sono mica scemo!»

«Non vi avvicinate che vi faccio male!»

«Cos’è quella strana gabbia? E quella siringa? Eh no, eh!»

«Quanto vi odio!»

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è La Macchina Anatomica, un thriller ambientato a Portici. Ha già pubblicato il romanzo Il Trentottesimo Elefante; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: Animal Garden e Vesuvio Felix, e una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario.

 

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