Il Racconto, Leopardi

di Lucio Sandon

Durante il suo soggiorno a Napoli, Giacomo Leopardi continuava a star male, così i medici  consigliarono come rimedio alla sua malattia l’aria di Torre del Greco, anche per sfuggire all’epidemia di colera che imperversava in città.

Ferrigni, il cognato di Antonio  Ranieri possedeva  una casa proprio a Torre del Greco: villa la Ginestra. Dopo alcune peregrinazioni, fu proprio lì che Ranieri condusse Leopardi nell’aprile 1836. Insieme alloggiarono nelle stanze del primo piano, e nelle giornate buone uscivano  a fare qualche passeggiata recandosi presso la casetta di una giovane contadina, la quale parlava loro delle eruzioni vesuviane.

1 luglio 1837 

Mia cara Fanny,

La specie di dolore ch’io sento non fu mai sentita da nessun uomo, perchè mai non fu e mai più non sarà fra gli uomini un’amicizia uguale a quella che mi stringeva al mio adorato Leopardi. Il vòto immenso, infinito ch’io sento nel mio cuore non sarà potuto mai più compiere, perchè degli ingegni simili a quello del Leopardi ne comparisce uno ogni tanti secoli sulla terra. Com’è possibile, Dio mio! com’è possibile di non credere al male in questo infausto pianeta, se Iddio, o il caso, o il fato, o qualunque sia questo potere cieco e tirannico che ci governa, ha potuto consentire che si desse al mondo un amore, una necessità simile a quella che era fra Leopardi e me, e che uno di noi fosse condannato a sopravvivere all’altro! Egli mi spirò fra le braccia mentre eravamo per muovere per la campagna, mercoledì 14 di giugno a ventun’ora, non credendo insino all’ultimo istante di dover passare, finchè un secondo prima non mi disse: addio, Antonio, non veggo più luce. Io gli accompagnai il polso che salì lentamente, finchè fu spento, gli collai le mie labbra sulle sue, che già fredde non risposero più ai miei baci, e così mi persuasi che non era più. Benchè gettato di ferro dalla natura, se la peste non mi ricongiunge tosto all’amico, la mia salute non risorgerà mai più da questo colpo. Addio.

Il vostro disperato

Antonio  Ranieri

PS D’Aquino venne a vedermi pochi dì sono, e il dì stesso morì in tre ore di colèra .

Dunque, il buon Ranieri, a parte qualunque altra considerazione, probabilmente portava anche un po’ di sfiga.

Tra l’altro sembra che la morte di Giacomino fosse stata causata da una semplice indigestione: risulta infatti che il giorno precedente, Paolina, la sorella di Ranieri avesse regalato all’amico del fratello ben tre chili di ottimi confetti di Sulmona, sapendo che il poeta ne era ghiottissimo. Infatti lui se li sbafò tutti in un colpo, dopodiché gli venne il mal di pancia, e così per curarlo gli fecero sorbire prima una ciotola di brodo di pollo bollente e infine un bella limonata ghiacciata, che probabilmente gli diede il colpo di grazia.

La zona tutt’intorno a Villa La Ginestra, che a quel tempo sorgeva nel bel mezzo del deserto e per questo era stata scelta per fuggire dall’epidemia di colera, si chiama tutt’ora Leopardi, in onore del sommo poeta. Ora però sono spuntate come funghi una miriade di palazzine, tutte abitate e molte presidiate da cani da guardia più o meno feroci, ma una sola ha la caratteristica di uno zoo: quella di Prospero Birbante.

Imprenditore tuttofare e a trecentosessanta gradi, nella ridente cittadina alle falde del Vesuvio, Prospero  viveva felice ed agiato tra un appartamento nel centro di Milano ed una bella villa, costruita proprio vicino a quella di Ranieri. Nella sua villa il buon Prospero amava tenere cani, gatti, uccelli e…

Un orso, un leone, una tigre, un lupo, un’aquila reale, una coppia di corvi, una pantera nera che lui millantava come protagonista di una famosa pubblicità di una casa di moda. Si trattava di bestiole amabili e tranquille, tranne una.

Un leopardo, affetto questi da ferocia furiosa forse perché maltrattato da cucciolo. All’epoca tutto ciò era perfettamente legale. Prospero acquistava i suoi animali nei mercatini e poi li allevava per diletto. Niente sembrava offuscare la felicità del felice Birbante, tranne la suocera milanese, che lo odiava cordialmente ed era parimenti ricambiata.

La signora Pina, era una donnina simpaticissima e iperattiva, il cui unico punto in comune con il Birbante (che invece era un colosso bruno e pacifico) era l’amore per gli animali. Svelta e magra come un grissino, ma animata da un’energia incredibile, la signora Pina era in grado  di  caricare sul fuoristrada del genero una coppia di mastini o un orsacchiotto e portarlo in clinica, dove veniva accolta ed abbracciata da Marisa e Alessandra, le quali si prendevano con gioia  il compito di occuparsi della buona salute degli animali e anche della signora Pina stessa, la quale, gravata da compiti superiori alle sue forze, sembrava deperire a vista d’occhio.

L’anziana brianzola, che si esprimeva perlopiù nel suo dialetto incomprensibile sia al suo veterinario che alle maestranze, aveva  il compito di portare gli animali malati trasportabili  presso la clinica. Loro, forse istigati da quel brav’uomo del genero, provvedevano regolarmente a scaricare i propri intestini nella macchina della Pina, durante il tragitto. Prospero Birbante, avendo affidato tutti i compiti più gravosi alla suocera, tendeva a tenersi  ben lontano dalla costruzione che serviva da ricovero per gli animali: una enorme gabbia metallica chiusa da una porta con catenaccio, che si apriva su un corridoio dal quale si poteva accedere alle varie gabbie interne fornite di porte singole chiuse da robuste serrature. Solo il leopardo, che viveva nell’ultima gabbia in fondo, aveva anche una porticina minuscola, una specie di gattaiola attraverso cui la Pina poteva infilare senza pericolo il cibo nella gabbia, in modo che il feroce esemplare poteva ghermirlo senza pericolo di venire sbranata.

Dunque quel giorno, era poco prima di Natale, la neve imbiancava la cima del Vesuvio e la tramontana spazzava il mare facendolo sembrare coperto da batuffoli di ovatta, in ambulatorio squillò il telefono:

«Pronto polizia, è urgente!»

«Eccomi!» Rispose il dottor Gardenia.

«Corri subito a Leopardi, casa Birbante vicino a Villa la Ginestra!»

Urlò nella cornetta il commissario che lui chiamava amichevolmente Montalbano, perché nella sua fantasia incarnava perfettamente la descrizione fatta da Camilleri del poliziotto di Vigata.

«Non stare a perdere tempo come al solito, è successa una disgrazia, il leopardo è scappato dalla gabbia ed ha azzannato una vecchietta. Non riusciamo a strappargliela dalle grinfie, porta qualcosa, un anestetico un fucile, dei dardi, ma fai presto!»

Una volata in moto, con l’anestetico in tasca,  il terrore che riempiva la testa di vento e lo stomaco. Pochi minuti di strade ghiacciate dalla tormenta, ed all’arrivo alla villa la gente che sbarrava il passo, le camionette, i colpi di mitraglietta, le urla angosciate, il silenzio.

Troppo tardi, la Pina giaceva riversa davanti alle gabbie, il sangue che scorreva dalle ferite tremende sul viso e sulle mani, le tigri ed i leoni che ruggivano di sgomento.

Il leopardo steso poco lontano, la splendida pelliccia dorata sfregiata dalle pallottole: la porta della sua gabbia era stata lasciata aperta e lui aveva bloccato l’anziana donna prima che riuscisse a fuggire.

La belva era  balzata sopra l’odiata preda sfogando tutta la sua ferocia, poi aveva tentato di portarla via come gli diceva il suo istinto.

L’anziana donna per un po’ forse aveva resistito, ma era presto venuta meno per il dolore e l’emorragia. Probabilmente quando gli agenti erano arrivati sul posto la signora era già morta e solo la pietà del commissario verso il leopardo aveva ritardato la sua esecuzione.

«Tre ore per venire, non hai portato il fucile e nemmeno Alessandra, ma che sei venuto a fare?» Si lamentò  Montalbano.

Il dottor Gardenia non rispose, ma gli strinse il braccio con forza.

Le fiere vennero deportate in vari zoo, Birbante venne denunciato per omicidio colposo e mancata custodia di animali feroci, ma non venne mai giudicato per la morte della suocera.

Però… chi aveva lasciato malchiusa la porta del leopardo?  Chi sapeva che quello era l’unico animale assassino?

Questo non lo sapremo mai.

 

 

 

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge, produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

 

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