Il Racconto, Leopoldo

di Lucio Sandon

Era una sera d’inverno buia e tempestosa.

Le strade della cittadina ai piedi del Vesuvio erano semideserte e i sferzate dalla pioggia.  I lampioni diffondevano un’aura giallognola  nel silenzio rotto solamente dal lugubre richiamo dell’anziano pizzaiolo itinerante e inutilmente speranzoso, avvolto nel suo grembiulone bianco lungo fino ai piedi. Con in testa il suo cappellino di carta di giornale, con una mano reggeva un grande ombrello nero incidentato, mentre con l’altra spingeva l’antico  carrettino a due ruote sormontato da una caldaia d’ottone  provvista di un lungo caminetto per espellere il vapore.

«Càvere Càvere!» (Calde Calde).

Urlava l’uomo, vantando le sue pizze cotte un’ora prima nel  forno di campagna e poi  trascinate fin verso la zona del porto nella notte gelida, e pubblicizzate con voce stentorea come appena sfornate, ma in verità con scarso successo.

Ormai lo sanno tutti, la pizza migliore d’Italia si mangia tra Verona e Vicenza, ma quella è un’altra cosa: un ristorante di lusso, camerieri vestiti da lord inglesi e conto all’altezza, ma sotto il vulcano stenta a morire la tradizione di mangiarsi un pizza per strada.

Normalmente nella zona, la pizza viene prodotta usando una passata dei pomodorini  locali, senza mozzarella ma con una piccola ostia di fiordilatte e una minuscola grattatina di formaggio, giusto per dare l’idea del bianco. Il lavoro viene poi completato con  due foglie di basilico strappate nell’orto dietro la pizzeria, e poi la pizza viene tenuta in caldo in una sorta di stufa messa a riscaldarsi nel forno. Secondo molti appassionati, la pizza siffatta è migliore di quella servita al tavolo,  proprio per il fatto stesso di essere… Stufata.

E poi, si sa: l’appetito è il migliore dei condimenti!

Il dottor Gardenia, nato e cresciuto in brume molto più dense di quelle che gravavano al momento sulla zona,  stava pensando ai casi suoi, e in modo particolare a come sarebbe stato simpatico chiudere subito lo studio e andare a farsi una bella doccia e magari anche un pediluvio caldo. Lui non era superstizioso, ma quel pizzaiolo sembrava avere una nefasta influenza sui suoi affari.

Su questo particolare il dottor Gardenia sbagliava: era in malafede e lo sapeva benissimo, era solo una coincidenza. Il pizzaiolo solitario  passava tutte le sere, ma lui lo sentiva distintamente solo quando non c’era il frastuono del traffico a coprire le sue litanie oppure quando l’ambulatorio non era pieno di gente come al solito.

Un’occhiata all’orologio appeso al muro, generosamente donato da una nota fabbrica di cibo per cani. Il dottor Gardenia vide che erano già le sei e dieci, e gli sovvenne un pensiero particolarmente profondo.

«Se faccio presto, forse riesco a intercettare Franchino il pescatore  quando attracca con il peschereccio  alla banchina del porto.  Lui ha sempre qualche pesce ancora vivo in un secchio di legno. Magari si può  arrangiare una bella zuppa di pesce. Anche se con questo tempo mi sa che è un po’ difficile…»

In quel preciso momento una vespetta si fermò sferragliando davanti allo studio, anzi proseguì per due metri e poi tornò indietro, e girò nel parcheggio. Dopo qualche istante apparve davanti alla porta un ragazzo male in arnese, magro  e occhi spiritati, con il casco in testa, e questo già faceva strano. Il giovane entrò quasi esitando nella sala d’attesa sconsolatamente vuota, si affacciò alla porta dello studio e chiese:

«Lei è il dottore?»

Il dottor Gardenia esitò anche lui: avrebbe voluto rispondere «Ma mamma non ti ha insegnato a salutare la gente?», invece si limitò a un:

«Beh, veramente stavamo per chiudere».

Un dolore al fianco, la canna di una pistola.

«Vai dentro stronzo e non agitarti».

In verità il più agitato tra i due era il ragazzo, e la canna della pistola tremava in modo allarmante.

Nel frattempo era entrato,venendo a piedi dall’altro lato, un tipo basso, biondino, con un cappellino di lana calato fin sugli occhi, con in mano un grosso coltello da macellaio, e anche lui in evidente stato di agitazione. E anche lui aveva qualcosa da dire.

«Fuori i soldi, dammi il portafoglio, stronzo!»

Evidentemente avevano provato il copione prima di agire.

Contemporaneamente le due collaboratrici del giovane veterinario si affacciarono alla sala visite: Alessandra, statuaria,riccioli biondi e occhi verdi e Marisa, bruna snella con gli occhi grigi e un sorriso ammaliante.

Il delinquente basso si voltò di scatto verso le ragazze.

«Dentro. E senza fiatare».

Le raggiunse in un balzo, e mentre le spingeva verso il retro del locale, approfittò della situazione per enfatizzare il suo ordine con un paio di spinte ben azzeccate sui posteriori delle ragazze. Loro, ammutolite per la paura obbedirono intimidite anche da diverse pungolate di mannaia.

L’altro rapinatore, cui  la mano che sorreggeva il revolver diventava man mano che passavano i minuti sempre più tremante, continuava a ripetere il suo mantra:

«Stronzo, tira fuori i soldi, i soldi, presto!»

Muovendo lentamente  la mano, il giovane professionista fece notare al delinquente che stava per estrarre il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni, dopodiché appoggiò lentamente l’oggetto sul tavolo d’acciaio delle visite, dove il rapinatore lo ghermì con un gesto brusco, rovesciandone sul ripiano il contenuto: biglietti da visita, carte di credito, tessera sanitaria, documenti, libretto di assegni… E una piccola quantità di banconote di piccolo taglio.

«Stronzo, settanta euro nel portafoglio! Morto di fame, chi credi di prendere in giro? Tira fuori i soldi o come è vero Iddio ti ammazzo!»

Il dottor Gardenia cominciava a preoccuparsi sul serio. Non aveva mai subito un’aggressione, ma aveva creduto di cavarsela mostrandosi accondiscendente. Però ora la situazione stava diventando difficile.

«Stai calmo, non vedi che non c’è nessuno in giro? Oggi si è lavorato pochissimo… Questo è tutto quello che ho incassato».

«Non è possibile, non ci credo. Dove hai nascosto i soldi?»

Dirigendosi con decisione verso la scrivania, il malfattore cominciò ad estrarne i cassetti buttando  a terra il contenuto e bestemmiando sempre più concitatamente, poi  passò alla libreria posta dietro la scrivania, rovesciando file di  libri e dossier e ammassandoli a calci al centro della stanza.

Nella mente del veterinario invece, i pensieri si aggrovigliavano come una nidiata  di serpenti.

«Quella pistola mi sembra un giocattolo: ora gli do uno spintone e gliela faccio ingoiare! Ma se poi è vera? Questo mi spara! Devo pensare anche alle ragazze, e poi per cosa dovrei rischiare la vita?

Quasi quasi gli dico dove stanno i contanti, così se ne vanno…»

Nel frattempo il grassatore,  preso da un raptus, spinse di lato lo stordito veterinario sempre tenendolo sotto tiro del suo improbabile revolver   e si diresse verso il retro, dove il compare si stava divertendo ad alleggerire le ragazze dei loro gioiellini, continuando a  dispensare  lascive carezze e beccandosi però bordate di urla di protesta e sanguinose invettive.

Gli occhi del delinquente si illuminarono all’improvviso.

«Ecco dove hai nascosto i soldi, disgraziato!»

La fila di gabbie da ricovero era  posta in una stanza alle spalle della sala visite e in quel momento all’interno di una di esse era presente un portagatti blu con  all’esterno un grosso cartello giallo che avvertiva: «Attenzione a Leopoldo, non avvicinarsi! »

Leopoldo era un gatto rosso tigrato di piccole dimensioni, ma con un carattere di fuoco. I suoi occhi gialli sprizzavano disgusto per il mondo in generale ma di odio puro per la struttura veterinaria che lo ospitava, e per quanti la frequentavano.

Leopoldo aveva un padrone che faceva il  corallaro, cioè una particolare branca della professione di gioielliere che commercia solo coralli, e di cui Torre del Greco è capitale mondiale.

Il bravo orefice  appena saputo che il suo amato felino aveva preso la rogna, sentenziò: «No dottore, lei si sbaglia, non è possibile, il mio gatto non  può aver preso la rogna. Lui non esce mai di casa, e la mia casa è pulitissima».

Purtroppo dovette convincersi del morbo plebeo contratto dalla sua bestiola quando il veterinario gli fece vedere direttamente al microscopio gli acari che si muovevano nel vetrino fatto grattando un po’ di pelle del micio. Chiaramente poi,  in luogo di una semplice terapia domiciliare il corallaro preferì il ricovero.

«Per sicurezza, sa dottore…Dovesse infettarmi, non sia mai».

Senza badare alle urla di avvertimento del veterinario e delle sue assistenti, l’incauto lazzarone  aprì senz’altro la gabbia proibita e infilò la mano nell’apertura del porta gatti per cercare il tesoro nascosto.

Non l’avesse mai fatto. Il cartello stava lì proprio per scongiurare un’evenienza di quel tipo:  un turbine soffiante e miagolante  di pelo, unghie e denti si avventò sul malcapitato, sbranandogli prima la mano e poi attaccandosi al volto riducendolo ad una maschera di sangue.

Il complice galante, mollò  la presa sulle ragazze e tentò  di aiutare l’amico tirando un calcio a Leopoldo, ottenendo solo di colpire il compare sul braccio che teneva la pistola facendola volare via, mentre il micio terribile, offeso dal tentativo di attacco rivolgeva le sue attenzioni verso il secondo manigoldo, soffiando e mugolando terrorizzato e spruzzandolo di urina e feci liquide.

Non tutti sanno che un gatto terrorizzato è molto più pericoloso di un gatto arrabbiato: Leopoldo era già imbestialito di per sé, ora era anche terrorizzato. I due mariuoli non ebbero altra scelta che quella di darsela a gambe lasciando sul campo grosse chiazze di sangue, la pistola, e quasi tutto il loro orgoglio. Lanciando bestemmie e minacce di sfracelli, misero in moto non senza difficoltà il vespino e si lanciarono nella notte a tutta manetta.

Evocata da una telefonata al 113 arrivò con calma una volante  senza luci né sirena, seguita dopo qualche minuto dall’auto del commissario della locale stazione di polizia, amico intimo del dottor Gardenia, che lo soprannominava Montalbano per la somiglianza che lui aveva con il personaggio di Camilleri.

«Allora vorresti farmi credere che hanno rubato solo qualche catenina d’oro alle ragazze e poi sono scappati lasciando la pistola, e che un gatto li ha messi in fuga?»

Leopoldo!

Nella concitazione della rapina si erano tutti dimenticati di Leopoldo, che fuori dalla gabbia e con le porte spalancate era fuggito chissà dove, svanito forse per sempre nella notte.

Una accurata ricerca con l’aiuto delle forze dell’ordine servì a certificare sia la scomparsa del felino a causa dell’avvenuto tentativo di rapina finito nel sangue, sia la provenienza dell’arma da  un negozio cinese di giocattoli.

Il  tentativo riconoscimento dei balordi venne affidato ad Alessandra  su espressa richiesta di Montalbano, che si appoggiava un po’ al veterinario per non svenire, ammaliato dal profumo della bionda  e dalle sue forme procaci.

Si trattava ora di calcolare il valore dei gioielli trafugati alle ragazze, che a giudicare dalle loro richieste di rimborso provenivano direttamente dal tesoro della corona d’Inghilterra, e poi c’era la scomparsa di Leopoldo.

Tali  incombenze erano  appannaggio del titolare, ma la seconda, quella gli faceva paura sul serio: se non avesse  trovato al più presto il micio violento,  avrebbe dovuto affrontare il suo isterico  padrone e questa sarebbe stata la sua fine!

Le battute di caccia si susseguirono  ininterrottamente, con apposizione nei punti strategici intorno allo studio di bocconcini appetitosi e alici crude di cui Leopoldo era ghiotto, e allarmando  tutte le gattare del circondario, con descrizione del fuggitivo e promessa di lauta ricompensa  a chi lo avesse riportato sano e salvo, ma nulla, dopo quarant’otto ore di ricerche affannose il malefico sembrava svanito nella pioggia, mentre  si avvicinava sempre più il momento della riconsegna al proprietario.

La terza mattina, dopo una notte di incubi  il veterinario era già in caccia e, mentre si ripassava il discorso di scuse da fare al corallaro, sbattè  la mano con un improvviso moto di stizza sull’apparecchio radiografico. Nel silenzio del mattino, gli  rispose un brontolio ed una soffiata ben noti.

Ripeté  il gesto, e si ripeté anche la protesta.

Leopoldo, da bravo gatto casalingo, non era fuggito,  si era nascosto lì dentro!

Gli apparecchi radiografici di vecchia generazione hanno un piede che contiene i vari circuiti, incardinato al piano di appoggio tramite una serie di perni:  in quel meccanismo  c’era uno spazio di sei o sette centimetri tra le due strutture, dove nessuno  aveva  mai pensato di guardare,  in quanto era assolutamente impensabile che un animale riuscisse ad infilarvicisi.

Venne chiamato rapidamente il genio tuttofare Gigino, che staccata la corrente, smontò il tavolo e portò alla luce un groviglio di fili elettrici e relè, all’interno dei quali si intravedevano due braci gialle e un ammasso di pelo rossiccio e soffiante.

A questo punto l’unica cosa da fare era arruolare anche il pescatore Franchino, con il suo cuoppo: un  robusto retino da pesca con cui acchiappare il gattaccio dopo aver afferrato e capovolto con l’ausilio di quattro persone, la base dell’apparecchio  smontato.

Catturata la belva, fu a quel punto facile scodellarla nella gabbia di contenimento, sedarla, controllare lo stato di salute (ottimo nonostante fosse rimasto immobile senza mangiare né bere, né espletare apparentemente altre funzioni fisiologiche per tre giorni), pulire le orecchie,  spazzolarla e rimetterla nel suo bel box, mentre Gigino rimontava l’apparecchio radiografico e Franco ritornava alla sua paranza.

Dopo poche ore il proprietario di Leopoldo ritirò soddisfatto il suo amato micio, perfettamente guarito ed in forma, pagò una salata parcella (non sufficiente comunque  a coprire il danno dei gioielli della corona).

«Caro dottore, lei è un mago: per la prima volta in vita mia vedo questo mio gatto docile e sereno. Ecco, questo regalo è per la sua signora.»

Un piccolo felino stilizzato in corallo, con il corpo arcuato e pronto ad aggredire.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge, produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

 

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