Il Racconto, Lionello

di Lucio Sandon

Ercolano è una ridente cittadina che divide Portici da Torre del Greco. Chi per la prima volta la vede, uscendo dal casello autostradale, ne riceve spesso un’impressione negativa di trasandatezza, come di una casa poco elegante e molto disordinata.

Invece nei suoi meandri conserva dei tesori incredibili: nel sessantaquattro avanti Cristo, Ercolano stava a Pompei come Portofino sta a Milano. Tanto Pompei era grande, caotica e industriale, così Ercolano era piccola ed esclusiva. Era un porticciolo turistico pieno di ville di ricchi e potenti. Loro, i ricchi, avevano scelto il punto migliore del golfo: precisamente al centro della baia, sulle pendici di un monte scosceso ed ombroso di querce, lecci e pini, lontano dal caos di Pompei, Neapolis, e dal porto militare di Pozzuoli. I ricchi si credevano furbi e onnipotenti, ma non avevano fatto bene i conti solo con un piccolo particolare.

Una colata di quaranta metri di lapillo vulcanico e fango, ha conservato l’antica Herculaneum quasi integralmente: perfino i papiri conservati nella biblioteca della villa del suocero di Giulio Cesare sono ancora leggibili. Perlomeno quelli che si è riusciti a tirar fuori dalla biblioteca, dato che il buon Lucio Calpurnio Pisone, prevedendo le manie di grandezza di qualche potente che sarebbe venuto dopo di lui, si era costruito una casetta al mare che nessuno avrebbe mai potuto superare quanto a lusso sfrenato: era grande, circa un chilometro solo per la costruzione principale.

Altro che le ville vesuviane dei nobili del settecento!

Ora la maggior parte della villa dei Pisoni riposa sepolta nel tufo che ricopre la zona marittima della nuova Ercolano, fino ad arrivare verso nord quasi sotto le fondamenta della Reggia di Portici.

Carlo di Borbone, salito sul trono del Regno di Napoli nel 1735, nei primi anni del suo regno, visitando la villa che il duca d’Elboeuf si era fatta costruire sul porto del Granatello, rimase così incantato dalla bellezza del paesaggio e dalla mitezza del clima che decise di trasferirvisi, anche per controllare da vicino i movimenti dei suoi nobili sudditi massoni, e commissionò ad Antonio Canevari la costruzione di una reggia di caccia. Nello stesso anno re Carlo patrocinò la prima campagna regolare di scavi per portare alla luce i resti dell’antica città sepolta.

La rigogliosa selva digradante verso il mare, il panorama che spaziava su tutto il Golfo di Napoli con vista su Capri, Ischia e Procida, il prestigio della presenza della dimora reale, il fascino delle vestigia dell’antichità, fecero sì che l’intera corte napoletana e molti altri nobili decidessero di trasferirsi lungo il Miglio d’oro, l’odierno Corso Resìna, facendosi costruire ville e giardini rococò e neoclassici, da architetti del calibro di Luigi Vanvitelli (era figlio di un emigrante olandese che si vergognava del suo vero nome: Lodewijk van der Wittel), Ferdinando Fuga e Ferdinando Sanfelice.

Alla fine del secolo scorso, era proprio lungo questa strada che il vigile aveva la sua umile dimora, e fu proprio dal comando che partì la telefonata con la richiesta di aiuto.
«Dottore veterinario Gardenia?»

La bionda Alessandra, che aveva risposto alla chiamata telefonica con un ammaliante «Pronto?», con voce di velluto leggermente roca e con un accenno di erre francese, avrebbe potuto stendere solo con questo colpo un poliziotto in assetto antisommossa, ma nulla poteva nei confronti della centralinista dei vigili urbani.

«Doc, una chiamata, è per te »
Lo sfortunato titolare all’epoca della fondazione, aveva pensato di dare un nome di fantasia alla sua struttura, ed essendo stato molto divertito dal film di John Landis Animal House aveva pensato di chiamare la struttura Animal Garden, anche per la presenza di un bel giardino alle spalle dello studio. Dopo qualche anno, disperato, cambiò ragione sociale, mettendo in tabella il suo nome e cognome con risultati, se possibile, ancora più esilaranti.

«Qui è il comando dei vigili urbani, c’è bisogno di un suo intervento urgente a casa del nostro vicecomandante che si trova in estrema difficoltà, devo confermare il suo arrivo entro pochi minuti».

«Mi scusi, non potrebbe dirmi di cosa si tratta, darmi almeno un’indicazione?»

«Posso darle l’indirizzo: Corso Resina n. 527, Ercolano. Il comandante telefonava dall’abitazione di un vicino, sembrava molto agitato, non trovava il numero della clinica e ha chiesto espressamente di lei. Vuole conferma del suo arrivo immediato».

«Vabbè, veniamo subito».

Memore del piccolo incartamento in cui giacevano diverse multe per divieto di sosta, passaggio con semaforo rosso e altre sciocchezze, il dottor Gardenia pensò che un minimo di piaggeria poteva venir utile.

«Allora, chi si offre di andare? Nessuno? Vabbè allora vado io. Ma mi serve qualcuno che mi dia una mano. Marisa, cosa stai facendo? Niente? Allora andiamo, guida tu ma stai attenta».

«Sì lo so, vado piano perché l’assicurazione è scaduta da due settimane, ma quando hai intenzione di pagarla?»

Marisa guidava benissimo, lo scopo del suo capo era di sistemarsi sul divanetto anteriore del vecchio furgoncino azzurro (cui da poco era stato cambiato il vecchio logo con quello della testa di un bellissimo doberman), onde poter ammirare il profilo della bruna collega e contemporaneamente distrarla dalla tentazione di tirar fuori dalla borsetta il dannatissimo pacchetto bianco e oro delle MS.

«Che traffico… Ti dispiace se fumo?»

«Mi dispiace molto: chi fuma guida male, e poi la puzza di fumo mi dà fastidio!»

«La puzza di fumo? In questo furgone? Ahahaha»

Anche la sua risata era meravigliosa.

Intanto si era giunti in prossimità della meta: il numero 527 non si trovava (per forza, non esiste!), ma ecco laggiù una torma di persone che si agitavano e facevano segni con le mani per richiamare l’attenzione: il vicecomandante Verbali, una montagna d’uomo in maniche di camicia nonostante l’autunno inoltrato, la gentile consorte un po’ scarmigliata in vestaglia e pantofole, che si premeva uno strofinaccio insanguinato su di un polpaccio, due figlie adolescenti con la faccia annoiata e diverse altre persone tra vicini di casa, passanti ed anche una vettura dei vigili urbani con i lampeggianti in funzione.

Il valente ufficiale corse incontro alla vettura dei veterinari e cercando di entrare dal finestrino cominciò ad urlare: «Stavolta lo ammazzo, quel deficiente di mio cognato! Lui, e i suoi scherzi idioti!»
«Ma che succede, perché ci avete chiamati?»

«Venite, venite dentro a vedere voi stessi, potreste non crederci!»

Entrarono dunque, guardandosi in faccia e pensando che con il suo alito il comandante avrebbe potuto incenerire qualunque aggressore, scortati e preceduti dalla torma schiamazzante e si avvicinarono all’appartamento situato al piano terra di una villa antica trasformata in un condominio, un po’ trascurata, ma con un suo fascino demodé.

Marisa spingeva da dietro il suo titolare, il quale a sua volta rinculava leggermente seguendo il grosso vigile.

Il comandante teneva sotto braccio il dottor Gardenia stringendolo per farsi coraggio, lui che non aveva paura di affrontare disarmato l’equipaggio ubriaco e urlante di un peschereccio sul porto del paese.

Affacciatisi dalla portafinestra, e saliti i due gradini che portavano al giardino interno, videro finalmente la causa di tanto terrore: sul tavolo della cucina, peraltro in perfetto ordine, un felino maculato di circa due mesi spolpava con viva e vibrante soddisfazione un cosciotto di agnello, la coda ciondolante su una sedia rovesciata, mentre il bassotto di casa tremava rannicchiato sotto il lavello, con il muso grondante di sangue per un grosso e profondo graffio sul naso. I due veterinari si guardarono negli occhi (quelli di Marisa erano grigio chiaro e fecero distrarre il giovanotto), e telepaticamente mandarono a quel paese il vigile e tutto il corpo di polizia municipale.

«Comandante, ma è un cucciolo!»

«Un cucciolo un par di balle! Questa belva, improvvisamente ha aggredito mia moglie mentre scartava l’agnello che abbiamo comprato a Sant’Anastasia: prima ha cercato di salire lungo la sua gamba e poi con un altro balzo è saltato addosso anche a Wiper (il bassotto) che cercava di raggiungere la carne e gli ha portato via il naso…. Io ho provato a difendere mia moglie ed ecco qui!» (Braccio con quattro bei graffi paralleli.)

«Ma che caspita di belva è, certo non un gatto! È una tigre, una pantera, un giaguaro? Stavolta a quel deficiente di mio cognato gliela faccio pagare!»

Rivolgendosi poi alla moglie: «Ecco cosa vuol dire far del bene alla gente! Tuo fratello ci ha portato un leone! Quello fa servizio sui traghetti che vanno in Tunisia come ufficiale di macchina, è venuto qualche giorno fa con questa “cosa” dentro un portagatti… A me già sembrava un po’ strano. Dice: È un gatto del deserto, non preoccuparti, mangia solo croccantini, è tranquillo, me lo vengo a prendere quando finisco il turno d’imbarco tra due mesi! DOTTTO’O’O’! Quello sta qui da neanche una settimana, ed è lievitato come un babbà, altro che croccantini!»

«Comandante, le risolvo io il problema, me lo porto via, comunque… è un leopardo! A proposito, le spese chi le paga?»

Mentre Marisa abbracciava il cucciolo con una tenerezza che il suo capo aveva solo sognato, si conclusero rapidamente le trattative: il vigile avrebbe anticipato le prime spese, ed il cognato fedifrago avrebbe provveduto al saldo. La famiglia era salva, poteva rientrare in casa, solo la cena era saltata: il cucciolo non intendeva mollare il cosciotto ancorché ridotto al solo osso, pur essendosi raggomitolato con la pancia piena, tra le morbide braccia della sua bella dottoressa.

Medicato il terrorizzato bassottino, Il dottor Gardenia e Marisa riguadagnarono velocemente l’ambulatorio dopo essersi scambiati al posto di guida, ridacchiando di gusto al ricordo della famiglia terrorizzata dal piccolo leopardo.
I sogghigni continuarono e si aprirono in franche risate all’arrivo allo studio, dove Alessandra attendeva curiosa il ritorno dei colleghi per sapere cosa avesse richiesto un intervento così urgente: il cucciolo veniva abbracciato, sbaciucchiato e cullato al seno dalle due ragazze per l’invidia del titolare.

Si presentò presto però il problema della custodia dell’animale: lui non voleva portarlo a casa sua, memore del traumatico distacco dalla leonessa Dirty, ma gli faceva pena lasciare un cucciolo chiuso tutto solo in un box per chissà quanto tempo, così ci pensò Alessandra a risolvere il dilemma.
Lionello, questo il nome dato al felino, sarebbe passato a turno nelle abitazioni dei tre colleghi, così avrebbe avuto sempre compagnia e nessuno se ne sarebbe affezionato troppo profondamente e fu così che per qualche mese si videro nei giorni di festa, alcune coppie che passeggiavano tranquillamente per il centro, con un cucciolo di leopardo coccolato come un bambino.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

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