Il Racconto, Mattoni

di Giovanni Renella

Erano in tanti ad avvertire il peso di quei mattoni, anche se sopportavano quel fardello in silenzio, come se fosse venuta meno ogni forza residua per reagire e scrollarseli di dosso.

Nessuno era stato costretto a sostenere un carico del genere, ma erano stati persuasi della necessità di sistemarli  uno sopra all’altro.

Così collocati, avevano l’obiettivo di rendere chiaro che, da quel momento in avanti, nulla sarebbe stato più come prima.

Eppure in passato erano stati in tanti a spendersi per dare ben altre forme a quell’insieme di mattoni.

Con una lungimiranza degna di menti migliori e di un più raffinato pensiero, erano state progettate strade e ponti per mettere gli uomini in comunicazione fra di loro, favorire gli scambi economici e quelli culturali.

All’epoca era ancora opinione diffusa che il confronto fra le diverse etnie rappresentasse un momento di crescita per i popoli e che, attraverso i processi di contaminazione sociale, ognuno avrebbe trasmesso agli altri il meglio di sé.

Da subito il flusso in entrata era stato più consistente verso i paesi ricchi e nessuno aveva trovato nulla da ridire, forse perché serviva manodopera a basso costo.

Col passare del tempo, però, per quelle strade e quei ponti si erano avventurati anche tanti delinquenti che, mutuando le pratiche malavitose apprese dalle mafie, avevano esportato il peggio del proprio paese d’origine.

A quel punto, denotando una manifesta incapacità di separare il grano dal loglio, qualcuno si era messo a recuperare quei mattoni, pensando di farne un uso diverso.

Cogliendo l’attimo propizio per mettersi in mostra, era sbucato fuori dal nulla politico in cui era vissuto fino a poco tempo prima e, favorito dal far west della comunicazione imperante sui social, aveva conquistato il centro della ribalta mediatica.

Facendo la voce grossa, e usando toni cupi e parole minacciose, era riuscito a seminare la paura e a instillare l’odio: premesse indispensabili per poter posizionare al meglio la pietra d’angolo da cui sarebbe partita l’intera costruzione.

E così, mattone dopo mattone, aveva cominciato a edificare quei muri che avrebbero segnato i nuovi confini della stupidità umana e affermato il primato dell’intolleranza.

(Foto di copertina by Mitsch Lensin_Unsplash)

 

Nato a Napoli nel ‘63, agli inizi degli anni ’90 Giovanni Renella ha lavorato come giornalista per i servizi radiofonici esteri della RAI. Ha pubblicato una prima raccolta di short stories, intitolata  “Don Terzino e altri racconti” (Graus ed. 2017), con cui ha vinto il premio internazionale di letteratura “Enrico Bonino” (2017), ha ricevuto una menzione speciale al premio “Scriviamo insieme” (2017) ed è stato fra i finalisti del premio “Giovane Holden” (2017). Nel 2017 con il racconto “Bellezza d’antan” ha vinto il premio “A… Bi… Ci… Zeta” e nel 2018 è stato fra i finalisti della prima edizione del Premio Letterario Cavea con il racconto “Sovrapposizioni”. Altri suoi racconti sono stati inseriti nelle antologie “Sette son le note” (Alcheringa ed. 2018) e “Ti racconto una favola” (Kimerik ed. 2018).

 

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