Il Racconto, Molestie pericolose

di Giovanni Renella

Solo adesso, che le prime luci del sole rischiaravano la stanza, si rendeva conto che era tutto finito. Lei non c’era più.

Era morta.

Rientrato a casa, dopo una lunga giornata di lavoro, accaldato per l’insopportabile afa che avvolgeva la città in quel torrido inizio di agosto, aveva cercato un po’ di refrigerio sotto l’acqua della doccia.

Avvolto nell’accappatoio, ancora bagnato, si era steso sul divano e aveva acceso la televisione.

Soltanto allora si era accorto della sua presenza e ancora si domandava come avesse fatto ad entrare.

Comodamente adagiata accanto a lui lo osservava, languida, pregustando l’intimità che li avrebbe visti uniti di lì a poco.

Lui non voleva darle la soddisfazione di essere sorpreso della sua presenza e si comportava come se lei non ci fosse.

Sapeva bene, però, che non avrebbe atteso a lungo le sue avances.

Si alzò dal divano e andò in cucina a prepararsi uno spuntino da consumare sul divano guardando il suo programma preferito.

Lei aspettò, paziente, il suo ritorno e gli lasciò mangiare il pasto senza disturbarlo.

Poi si spostò per avvicinarsi, sensuale, al suo orecchio, ma lui l’allontanò, infastidito da quella promiscuità non richiesta.

Quando si alzò per andare in camera da letto, lei lo seguì, come un’amante respinta che non ha alcuna voglia di arrendersi di fronte ad un rifiuto.

Si adagiò sul cuscino accanto al suo e tornò alla carica.

Questa volta il rifiuto dell’uomo fu più drastico, quasi violento, ma ci voleva ben altro per farla desistere dal suo proposito.

Non voleva aspettare che si addormentasse per farlo suo: voleva che lui fosse ben cosciente mentre lo possedeva.

Il sangue sul muro, poco più in alto della spalliera del letto, rimandava il tragico epilogo del loro rapporto violento.

Esasperato dai suoi continui, insistenti, approcci, l’aveva colpita con tutte le sue forze.

Ora guardava l’arma del delitto ancora insanguinata e si domandava come avrebbe fatto a cancellare dalla sua pantofola il sangue che quella maledetta zanzara gli aveva succhiato, prima di essere spiaccicata sulla parete della stanza da letto.

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