Il Racconto, Respingimenti

di Giovanni Renella

L’ambiente era angusto.

Il regolamento stabiliva che poteva ospitare  fino ad un limite massimo di persone e bisognava fare attenzione a non oltrepassare la soglia fissata.

Spesso, in determinati frangenti, si rischiava di sforare il numero consentito, con il rischio di uno stop improvviso della struttura.

Il più delle volte si formava una lunga fila eterogenea, che si accalcava e spingeva per poter entrare; ma un sofisticato sistema di allarme faceva scattare un segnale acustico stridente, ogni qualvolta qualcuno cercava di essere ammesso in soprannumero.

Inesorabile scattava quel cicalino fastidioso e interveniva la vigilanza a far rispettare le regole.

In un simile contesto non c’era tempo per protestare o accampare scuse: bisognava rassegnarsi all’esclusione.

Quelli che restavano all’interno, solidali fra di loro e tacitamente concordi sull’espulsione degli intrusi, al massimo commentavano, a mezza bocca, l’accaduto.

Il più delle volte preferivano tacere, sperando in una veloce partenza e in una altrettanto rapida conclusione del viaggio.

Difficilmente in quel lasso di tempo, nel chiuso di quello spazio angusto, si riusciva a scambiare qualche parola o almeno a guardarsi negli occhi.

Lo sguardo era tenuto basso e correva a dettagli di nessuna importanza.

Lì, in quello spazio limitato, pigiati l’uno contro l’altro, in una mescolanza di sessi, età, colore della pelle, credo religioso o attività lavorativa svolta, si aspettava solo che l’ascensore del palazzo di giustizia arrivasse al piano prenotato, per poter uscire fuori.

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