Il Racconto, Villa Del Bue

di Lucio Sandon

Dal dizionario delle invenzioni, origini e scoperte, relative ad arti e scienze di François Joseph M. Noel, P. Figlio – 1850:

Portici. Antica città d’Italia, nella Campania, sulla costa del mare, dirimpetto il Vesuvio, fondata sessanta anni avanti la Guerra di Troja, e mille tre cento quarantadue avanti Gesú Cristo. L’abitarono gli Oschi, indi i Cumei, i Tirreni ed i Sanniti a vicenda l’occuparono.

I Romani ne fecero la conquista durante la guerra degli alleati ed il Vesuvio la subissò nel primo anno dell’impero di Tito, sessantesimonono dell’era Cristiana.

La descrizione di questo avvenimento fu data da Plinio il giovane testimone oculare.

Circa al 1720, il principe d’Elboeuf Emanuele di Lorena desiderando adornare di marmi una casa fattasi costruire a Portici in riva al mare, ne compró di bellissimi da un contadino del luogo, che gli aveva trovati scavando un pozzo. E compró ancho il terreno del villico, e  vi fe lavorare. Gli scavi fatti da lui non sortirono infruttosi: ei rinvenne non solo una quantità di marmi preziosi, ma varie statue di scultura greca e colonne di alabastro fiorito. Queste ricchezze richiamarono l’attenzione del governo, che fece cessare le escavazioni. Era ancora colpita l’immaginazione dalla scoperta ch’esse aveano procurato quando ecco don Carlos re di Napoli scegliere nel 1730 l’amena situazione di Portici per fissarvi una diliziosa dimora. Allora questo sovrano pensó a tirare innanzi con  ogni impegno gli scavamenti cominciati dal principe d’Elbeuf, ed il successo oltrepassó di gran lunga la sua aspettazione. Essendo stato per suo comando esplorata la terra sino a quaranta braccia di profondità si scoprì iI suolo di una città sussidiata sotto Portici o Retina, villaggi distanti sei miglia da Napoli, e di là si trassero tante antichità d’ogni sorta che nello spazio di sei o sette anni fornirono al re delle Due Sicilie un tal museo da non potersene tampoco nel corso di piú secoli procacciare uno eguale da qualunque potentissimo monarca. In questo modo si rese, per cosi dire, alla luce una intera città piena di abbellimenti, teatri, templi, pitture o statue, marmi e bronzi, nascosti nel seno della terra da oltre a mille sei cento anni.

Tutto incominciò quando Napoli, essendo caduto dopo due secoli il vicereame spagnolo, era passata sotto il dominio austriaco. La storia della villa risale al 1709, quando il Principe Emanuele Maurizio di Lorena, Duca d’Elboeuf, Barone di Routot e di Quatremarre, Generale della Cavalleria Austriaca, nonché nipote dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo VI, venne mandato dallo zio imperatore a controllare l’andamento delle proprietà nel regno di Napoli. Durante una breve vacanza dai gravosi compiti istituzionali, si recò con alcuni amici a Portici per ammirarne i luoghi, e rimase letteralmente incantato dal paesaggio dell’area del Granatello.

Il Duca Principe decise su due piedi di farvi costruire una regale dimora, affidandone il progetto all’architetto Ferdinando Sanfelice,  che aveva appena terminato il duomo di Amalfi.

La villa sorse immersa nella vegetazione che allora fioriva rigogliosa in quel luogo, «tra il rosso splendente del magma del Vesuvio e l’azzurro rasserenante del cielo e del mare del più bel golfo del mondo», mentre i giardini erano alimentati da un complesso acquedotto, che attingeva deviandolo, direttamente dal fiume Clanio, il quale fino a quel momento scorreva placido a nord di Napoli ed ora è sparito, forse per la vergogna.

Alla lettura con un occhio poco attento, sembrerebbe che il simpatico principe abbia scoperto il sito di Ercolano, liberandolo dalla colata di tufo che lo ricopriva, ma non andò proprio così: a lui semplicemente servivano materiali da costruzione a buon mercato e aveva capito che bastava scavare un poco sul posto per trovare pavimenti e mosaici bell’e fatti, colonne e marmi da macinare onde farne stucco, e così da bravo padre di famiglia pensò di risparmiare un po’ di spiccioli.

E giustamente, dato che per tirare su quattromila metri di casa al mare, le spese non erano indifferenti.

A noi, d’Elboeuf già comincia a stare meno simpatico.

Quando poi terminò la costruzione della modesta dimora, il buon principe cominciò ad annoiarsi leggermente di tutte quelle feste, tra la veranda a mare, i saloni, le belle donne e il giardino. E così, bighellonando un po’ nei dintorni, come quei vecchietti che si fermano a controllare gli scavi per strada, seppe un bel giorno che un cafone proprio lì vicino aveva trovato alcuni reperti antichi: il furbacchione comprò subito tutte le statue, il silenzio del contadino, e anche il suo podere.

Intere collezioni di statue romaniche e innumerevoli opere d’arte antiche, presero così a centinaia la via della Francia e dell’Austria, finché re Carlo venne a saperlo e bloccò il tombarolo.

Essendo Carlo III un uomo tendenzialmente mite, gli comprò la villa per quattro soldi, ma giusto per non impiccarlo e litigare con suo cugine l’imperatore d’Austria, e della enorme dimora fece la sua base per controllare la costruzione della nuova reggia che avrebbe dovuto sorgere nei paraggi, con l’idea di destinare la casa di d’Elboeuf a dependance per gli ospiti.

Quando si rese conto della quantità di materiale ricavato dagli scavi del principe di Lorena, Carlo rimase sconvolto al pensiero che erano solo quelli che il principesco ladro non era riuscito a trafugare all’estero.

Se d’Elboeuf stava sulle scatole a Carlo III, figuriamoci a noi. Possiamo capirlo.

Dopo oltre due secoli di splendore, la prima e la più sfarzosa delle Ville Vesuviane è  ora andata in rovina: è normale. I Savoia, montanari, amavano i castelli di montagna come quello di Fenestrelle. A loro le case sul mare non interessavano.

Dopo essere stata divisa in diecine di appartamenti, villa d’Elboeuf subì in sequenza, l’abbandono, vandalismi, le ristrutturazioni folli, i terremoti, le occupazioni proletarie, l’impianto di un ristorante abusivo con il nome del nobile francese, i crolli e le apparizioni di fantasmi.

Tutte insieme, tali circostanze ne decretarono il rovinoso declino.

A contribuire allo sfascio generale della villa, collaborò anche la signora Titina, una delle peggiori clienti del dottor Gardenia.

La cosiddetta controra, soleggiato meriggio di fine estate. Drindrin drindrin drindrin

«Pronto? … No, dòttore nònce.»

«Filofteia, sono Alessandra, l’aiutante del dottore, me lo potresti chiamare… C’è un’emergenza».

«Ciao signorina, dòttore dorme, aspetta che vado a vedere se lui sveglia.»

Un click nel ricevitore.

«Pronto, ma insomma!»

«Sono Alessandra, scusa se ti ho svegliato.»

«Yohoum … Non dormivo, sono sveglio».

«Vabbuò... Senti, un caso urgente: una pazza che sta dando in escandescenze. Vuole un cane che dice di aver portato a toelettare, ma nessuno la conosce, nessuno l’ha mai vista. Vieni e cerca di far presto, qui non so come va a finire… È molto agitata!»

Il giovane veterinario si liberò in fretta dalle sue meditazioni con una spruzzata d’acqua fredda sul viso, poi si fiondò con tutta la velocità possibile sviluppata dal suo vecchio ciclomotore verso lo studio, che raggiunse in pochi minuti evitando il traffico del primo pomeriggio.

La porta esterna era spalancata e acute strida si sentivano già dalla strada, dove si era radunato un capannello di curiosi e sfaccendati che allungavano il collo per riuscire a captare qualcosa.

«Se stanno accirenno llà dinto…» (Si stanno scannando lì dentro.)

Sgomitando con decisione, il dottor Gardenia riuscì a farsi largo ed entrare nella sua struttura.

«Giuvinò, stateve accuorto

La prima persona che gli venne incontro, fu la signora Titina, ma non la riconobbe, tanto era cambiata. La signora Titina era una persona brutta fuori e brutta dentro: alta e sgraziata, era ingrassata enormemente dall’ultima volta che l’aveva vista, diversi anni prima. Grosse borse nere ornavano gli occhi strabuzzati, il naso adunco era adesso bitorzoluto e spostato tutto da un lato,  e la bocca si muoveva solo per metà, bloccata da una paresi: tutto il viso sembrava una casa crollata per il terremoto. La chioma ribelle sembrava fosse stata dipinta da Tiziano dopo che aveva bevuto un fiasco di  prosecco dei colli Asolani, mentre il suo vestito ricordava la tunica di Guglielmo da Baskerville.

L’unica cosa immutata nella signora Titina era l’antipatia, che la donna comunicava con la sua voce rauca e altisonante, le occhiate fulminanti, i movimenti sgraziati e infine con tutto il suo essere. Come un turbine, l’infuriata matrona stava lasciando la clinica, e spalancò la porta a vetri con forza, incurante del fatto che il dottor Gardenia fosse visibile dall’altro lato, sbattendogli la pesante vetrata in faccia e facendolo quasi rotolare sul marciapiede.

«Ah, lei è qui, finalmente si è degnato di venire! Stavo giusto andando a chiamare la Polizia!»

Il traumatizzato veterinario stava tentando di riprendere l’equilibrio quando venne raggiunto dall’alito pestilenziale della signora Titina la quale, non contenta di sfondargli i timpani stava tentando anche di dargli fuoco con la sua perfida folata da dragonessa.

Facendo qualche passo indietro per tenersi fuori portata, il dottor Gardenia salutò con il dovuto rispetto l’esacerbato donnone, che lo guatava con occhi rabbiosi, e sul punto di aggredirlo.

Affacciatesi alla porta della sala visite, dove si erano barricate, Alessandra spalleggiata da Marisa, tentavano di attirare l’attenzione del loro principale con ampi gesti delle mani, toccandosi più volte con l’indice la tempia e muovendo la mano rigida dal basso verso l’alto, come ad invitarlo ad allontanarsi al più presto.

Il giovane però, sempre più sbalordito non capiva, capì invece immediatamente la signora Titina, che notando gli occhi sbarrati del dottor Gardenia, si girò di scatto, sorprendendo le due ragazze in posa eloquente, e con un urlo belluino le costrinse a battere in ritirata, sbattendo la porta e dando una mandata di chiave.

«Ma insomma, posso sapere cosa succede?», riuscì a balbettare il costernato veterinario.

«Mi deve dire lei cosa si combina qui dentro!» Urlò la megera di rimando «Voglio sapere dov’è la mia piccola Camilla!»

Un tremolante lumicino cominciò a balenare nella memoria del dottor Gardenia: la piccola Camilla era uno splendido esemplare di yorkshire terrier nano, con un pedigree così imponente che ci si sarebbe potuto incartare tutto il cagnolino, se si fosse riusciti a tenerlo fermo per un secondo. La piccola Camilla infatti era un batuffolo di pelo dorato, dotato di moto perpetuo, che il veterinario ricordava molto bene per averla tenuta in cura fin da cucciola e poi per il fatto di averla avuta ospite in clinica per diversi mesi… Anni prima.

Preso il coraggio a quattro mani, Marisa e Alessandra avevano riaperto la porta e si erano avvicinate al loro titolare per cercare di capirci qualcosa e tentare di dargli manforte contro quella che con ogni evidenza era una folle e violenta esaltata.

«La signora qui, è entrata dicendo che doveva ritirare il suo cane che aveva portato a lavare, e noi le abbiamo risposto di accomodarsi dall’altro lato, al reparto toelettatura…»

«La mia piccola Camilla è sparita, voglio il mio cane.» Si lamentò ad alta voce la signora Titina.

«Ma le ragazze della toelettatura non hanno mai visto la signora qui presente e non sanno nemmeno chi sia questa Piccola Camilla!»

«Vi denuncio tutti, ridatemi il mio cane!»

«Un momento solo, mi sto ricordando qualcosa…»

«Camilla, Camillaaa, dove sei?»

«Mi scusi signora, ma lei per caso ha presente quando ha lasciato Camilla per il bagno?»

«Certo che mi ricordo, non sono mica scema: era precisamente il dodici ottobre del 1987!»

Alessandra impallidì visibilmente, e Marisa si mise la mano sinistra alla fronte sbarrando gli occhi. Erano le tre e mezzo di pomeriggio del trenta agosto 1992. Nell’ottantasette nessuna di loro lavorava lì.

La signora Titina, al ricordo di quel giorno, prese a parlare con voce più bassa e quasi trasognata, evidentemente aveva rivissuto molte volte la scena nella sua mente. «Ho lasciato la piccola Camilla per il bagno prima di mezzogiorno come facevo quasi ogni settimana, perché da me non si faceva lavare: mi saltava fuori dal lavandino, correva bagnata per tutta la casa, si scrollava, non voleva il phon, insomma un disastro. Qui invece stava tranquilla, perché c’era quella ragazza così brava, ora non c’è più, come si chiamava, non mi ricordo… Oddio, un sacco di cose non me le ricordo più da quel giorno, mi ricordo solo che dovevo aspettare più di un’ora, allora sono andata a casa. Abitavo a Portici giù al Granatello, quella villa sul mare… come si chiama, Villa del Bue…Volevo vedermi la puntata di biutifull e così ho pensato di farmi un bel caffè, allora ho messo la macchinetta sulla cucina, ho acceso il fornello ed è scoppiata la casa! … Una fuga di gas!»

«Mi dispiace moltissimo, ho letto la notizia e ho sentito dal telegiornale che c’era stato un crollo a villa d’Elboeuf, ma non immaginavo che lei fosse coinvolta.»

«Dottò, non stavo coinvolta! Noi stavamo abbusivi, sfollati per il terremoto dell’ottanta, quella bella casa mia a San Giovanni era crollata, così siamo scappati in quella villa così grande tutta abbandonata, e la buonanima di mio marito Giggino (si fece rapidamente il segno della croce) ha fatto un tramezzo e la porta, e ha fatto tutti gli impianti.»

Sorvolando sulla capacità della buonanima in fatto di impianti, il dottor Gardenia interruppe la logorrea della signora Titina: «Abbiate pazienza signora, ma tutto questo cosa centra con Camilla?»

«È saltata per aria tutta la casa, il solaio è crollato e io sono rimasta sotto, sono stata in coma per due anni, mi sono svegliata perché mi hanno fatto ascoltare la voce della piccola Camilla…»

Una lacrima rigò il doppio strato di fondotinta, subito asciugata rabbiosamente con il dorso della mano.

«Dunque siamo arrivati alla fine dell’ottanove… E gli altri tre anni?»

«Dottò! Mi sono svegliata, ma non mi ricordavo niente, non mi potevo nemmeno muovere, però chiamavo sempre Camilla, i dottori credevano che chiamassi mia figlia, ma il povero Giggino non era bbuono, non abbiamo avuto figli, però mio cognato ha detto che lui aveva capito tutto, ha detto che è venuto qui e ha detto che Camilla lui non l’ha mai vista.»

«Mi scusi signora, ma chi è suo cognato, io non lo conosco… Qui non è mai venuto nessuno a chiedere del suo cane!»

Alessandra, che fino a quel momento aveva assistito in silenzio alla conversazione con aria sempre più basita, ebbe come una rivelazione e spalancando gli occhi, si alzò sulla punta dei piedi, ed esclamò: «Tonino, Tonino o ‘mbriacone

La signora Titina ebbe un sussulto, come se fosse stata morsa da una vipera, e proprio come quel simpatico rettile si girò di scatto e si rivolse ad Alessandra: «Mio cognato Antonio non beve più, da diversi anni!»

«Ebbene signora mia, credo che durante la sua malattia si sia consolato a dovere: Tonino è venuto qui all’inizio di quest’anno, farfugliando cose incomprensibili, con una bottiglia di birra in mano. Nessuno ha capito cosa voleva e lo abbiamo cacciato via!»

Le gote della megera, già arrossate per la stizza, presero un bel colore paonazzo, mentre i suoi occhi minacciavano di scoppiarle dalle orbite, e stava per slanciarsi contro la bionda professionista, senza rendersi conto che l’altra la sovrastava di un palmo, oltre ad avere trent’anni in meno ed un fisico da atleta, quando il dottor Gardenia, la fermò, prendendola per un braccio.

«Non mi tocchi, lei, ladro di cani!»                                                                                                                                  «Guardi signora, che Camilla nessuno l’ha rubata! Mentre parlavamo, ho ricordato tutta la storia: cinque anni fa, quando ho visto che nessuno veniva a ritirare la sua cagnetta non mi sono preoccupato, ho pensato a qualche contrattempo…»

«’A faccia d’ò contrattempo, se n’è caduto ‘o palazzo!»

Con uno sguardo eloquente, il titolare continuò il discorso interrotto dalla signora Titina:

«Pensai ad un ritardo, e ricoverai la piccola per la notte, mettendo nella gabbietta una copertina e una ciotola di croccantini…»

«I biscottini non se li mangia la mia piccola, mangia solo roba buona, e solo se la imbocco io! Dite la verità mi avete fatto morire Camilla… arghhhh….»

L’anziana scoppiò in un pianto dirotto e irrefrenabile, e dovette essere sorretta dalle due giovani assistenti: il dottor Gardenia la avrebbe lasciata cadere al suolo tanto  la donna gli ripugnava.

«Non l’ho  affatto lasciata morire, anzi: dato che nessuno veniva a prenderla, e nessuno aveva il suo nome o numero di telefono, visto che Camilla non mangiava e deperiva l’abbiamo dovuta reidratare con delle flebo e nutrire artificialmente per diversi giorni, finché ha ripreso a mangiare da sola.»

Seguì tutta la descrizione dei tentativi di rintracciare i legittimi proprietari di Camilla, che ormai si era adattata a vivere da reclusa senza più strillare e protestare, ma intristiva sempre di più, però a quell’epoca non esisteva il microchip né il tatuaggio, ma solo la medaglietta rilasciata dai comuni, però la signora Titina si era ben guardata dal registrare il proprio cucciolo all’Ufficio Veterinario comunale.

«Essì, così mi mettevano pure la tassa sul cane… già non possiamo campare così, e poi non potevo andare al comune, perché stavamo abbusivi e terremotati.»

«E comunque Camilla è rimasta con noi per sei mesi, finché in primavera è capitato il problema del cane delle sorelle Materassi.»

Le sorelle Materassi erano quattro anziane signorine che vivevano in simbiosi tra loro e con un bracco italiano, in proporzione il più vecchio della famiglia, avendo raggiunto secondo i ricordi condivisi, la veneranda età di venticinque anni.

Le anziane zitelle si chiamavano Quagliarulo, un cognome comune nella provincia di Napoli, ma venivano da tutti soprannominate “le sorelle Materassi.”

Il dottor Gardenia invece, nella sua mente le aveva qualificate come “le Dalton” perché gli ricordavano i quattro fratelli protagonisti di un esilarante fumetto belga ambientato nel West, nel quale i Dalton, proprio come le Materassi erano sempre disposti in fila dal più alto, babbeo completo, al più basso, nervoso e cattivissimo, e parlavano completando le frasi l’uno dell’altro, mentre il bracco Ratanplan “il cane più stupido del mondo”, era la fotocopia di Jeordie, il bracco da salotto delle zitellone.

La primavera si era presentata caldissima e il povero Jeordie, che già aveva da qualche anno difficoltà a muoversi, si era completamente paralizzato e pur continuando ad alimentarsi, era stato infestato dalle larve di mosche che avevano colonizzato le sue molte piaghe da decubito, per cui le sorelle, parlando in coro e piangendo allo stesso modo, avevano deciso di abbreviarne le sofferenze.

Fu Marisa ad intuire il risvolto positivo nella vicenda e spiegò ai colleghi il suo piano.

Si presentarono a casa delle quattro sorelle portando con sé il materiale per l’eutanasia ed un piccolo contenitore con dentro Camilla, e quando una delle sorelle chiese spiegazioni circa quel cagnolino, tirarono fuori una complicata quanto improbabile storia di abbandono, malattie e miseria, per cui il piccolo yorkshire avrebbe dovuto subire la stessa sorte del vecchio Jeordie. Sopraffatte dal dolore per la perdita dell’amico che teneva loro compagnia da un quarto di secolo, le Materassi dapprima rifiutarono decisamente l’idea di un sostituto di Jeordie, poi però quando Marisa subdolamente mise in braccio alla più anziana delle quattro quel turbine di affetto e scodinzolii con un mozzicone di coda, dopo un coro di no, non è possibile, ma povera bestia deve morire, non è giusto, vabbè ma è così piccola, non darà fastidio, mangia poco, non sporca come Jordie, si potrebbe, facciamo una prova. Le mani adunche delle vegliarde accarezzavano con dolcezza l’esserino che sembrava essere stato caricato con una molla, tanta l’energia che scaturiva da quella pallina di pelo mentre veniva consegnata dall’una all’altra, nella speranza che una di loro prendesse la decisione, poi la più bassa delle quattro, quella che passava per la meno dolce sbottò:

«Non possiamo lasciare morire così una povera bestia, Jeordie ci guarda da lassù e ci perdonerà!»

La piccola Camilla aveva trovato una nuova famiglia.

«Rivoglio la mia piccola Camilla.»

Il mantra della signora Titina cominciava a diventare monotono, il dottor Gardenia le fece cenno di accomodarsi nello studio, si sedette, prese carta e penna e guardò negli occhi la donna, che sedeva rigida e impettiva, stringendo al petto una grossa borsa nera, che tormentava con le mani dalle unghie spezzate e rosicchiate.

«Allora, questa sera stessa andrò a prendere la piccola Camilla dalle Dalt… dalle sorelle Quagliarulo. Ci sarebbe ora da calcolare le spese da noi sostenute per il ricovero del cane: sono diecimilalire al giorno per sei mesi… Fanno unmilioneotto, poi le cure quando stava male, i medicinali, poi ecco… il bagno. Hum, fanno giusto duemilioni di lire: paga subito? Ah, dimenticavo, le signorine hanno anagrafato regolarmente Camilla a nome della più giovane di loro. Non credo che la simpatica Annarella avrà difficoltà ad effettuare il passaggio del cane a suo nome, signora Titina, ma probabilmente le chiederanno di rifondere le spese per il sostentamento, le vaccinazioni annuali e tutto il resto per gli ultimi quattro anni e mezzo…»

Il colorito della signora Titina passò dal paonazzo al rossiccio, poi al terreo, fino al bianco smorto: l’esborso di denaro era l’attività che più la disgustava in questa vita terrena.

Dopo qualche secondo di borbottii soffocati e sguardi corrucciati, la donna si alzò improvvisamente in piedi spingendo via la sedia dietro di sé.

«Allora se è così, vado in banca a prendere i soldi… Ci vediamo domani mattina!»

La signora Titina sparì per sempre dalla vita del dottor Gardenia e da quella della piccola Camilla, che visse molti anni ancora felice, contenta e soddisfatta…

E lontana da Villa del Bue.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge, produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

 

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