Il Risanamento che non risanò

di Michele Di Iorio

Napoli, città fondata dai greci, fu man mano ampliata scavando le grotte cimmerie delle Fontanelle e le altre del luogo, costruendo attorno all’agorà, l’odierna piazza San Gaetano. Il centro storico della città greca si estendeva tra le antiche mura di Caponapoli e via Costantinopoli, piazza Bellini e la zona di via dei Tribunali.

Una prima sistemazione urbanistica  fu fatta dagli antichi romani dal 290 a.C., con la città ordinata in tre decumani principali: via Tribunali, San Biagio dei Librai e Anticaglia o via San Giuseppe dei Rufi. Gli angioni sistemarono il porto, poi gli aragonesi abbellirono Napoli con palazzi e verde.

La città comprendeva  anche 760 fondaci, ovvero complessi di edifici che, sopraelevati, formarono vicoli stretti e malsani. Nati con funzione di centri commerciali e depositi di merci, in seguito all’incremento della popolazione vennero abitati dal basso ceto.

Il perimetro delle antiche mura greche nel corso dei secoli venne più volte rimaneggiato, mentre i palazzi nobiliari e le chiese occupavano fagocitavano man mano templi e monumenti greco-romani.

Nel 1464 le leggi edilizie del vicerè Pietro di Toledo comportarono l’espansione di palazzi nobiliare entr le antiche mura, pur rispettando il verde urbano.

A fine ‘700 il programma borbonico provvide ad abbattere porte e mura civiche ormai fatiscenti, favorendo  l’urbanizzazione verso campagne e paludi, visto il costante aumento degli abitanti: da 340mila nel 1737 si arrivò a 400mila nel 1790. Infatti la mappa del duca di Noja mostrava una città in continuo sviluppo edilizio ma in pieno rispetto del verde cittadino del centro.

Nel 1768 venne aperta via Foria e nel 1782 venne sistemata la zona in cui sorse la Villa Reale, e qualche anno dopo fu inaugurato il corso Amedeo a Capodimonte e quindi  corso Maria Teresa, odierno corso Vittorio Emanuele.

Il programma edilizio dei Borbone continuò incessantemente fino 1860 con  la sistemazione di strade preesistenti, bonifiche, rispettando monumenti, verde e perfino i fondaci, e nello stesso tempo abbellendo e dotando la città di servizi.

Il governo italiano nel 1885 approvò la Legge del Risanamento Edilizio di Napoli.

Il 15 giugno 1889 in piazza del Porto, odierna piazza Borsa,  si tenne la cerimonia della posa della prima pietra alla presenza del sindaco Nicola Amore, il cardinale Sanfelice, il re e la regina, autorità civili e militari e un foltissimo pubblico, come riportato dai giornalisti di Il Mattino e del Roma. Scopo del progetto era la ricostruzione di Napoli in modo da renderla più moderna e funzionale, senza quartieri degradati, bassi e grotte sudice focolai di epidemie, e costruire case per operai e piccoli impiegati a basso fitto

I lavori non tennero conto dell’identità della città e la snaturarono. In poco tempo furono sventrati vicoli e vie antiche: scomparvero 730 fondaci su 760, alcuni palazzi e perfino chiese. Sorse una commissione di autorità e di scrittori napoletani che intendevano tutelare almeno i monumenti.

Napoli perse molte delle sue caratteristiche: sparì piazza Francese coi suo banchi  di vendita del ferro, rame, ottone,  così il vico delle Cannucce con le arcate catalane, per non dimenticare via delle Gradelle di San Giuseppe, vicino Rua Catalana con i suoi venditori di lana, tappeti e ceste di vimini, sparì la cinquecentesca Chiesa di San Giuseppe, il fondaco dei Calderai, la fontanella di Mezzocannone e la via dei Mercanti del quartiere Porto e la via del Porto con i vicoli adiacenti, il chiostro di San Pietro ad Aram: serviva spazio per aprire il corso Umberto.

Inoltre fu ridotto quasi del tutto il fndaco di San Severino e distrutto il chiostro di Croce di Lucca: al suo posto sorse l’edificio che avrebbe ospitato il I Policlinico. Scomparve piazza della Sellaria con il suo antico mercato del Pendino e le sue botteghe. Fu distrutto il chiostro del Divino Amore per aprire via Grande Archivio. Ridotti anche i palazzi Sicola a Spaccanapoli e de Sangro di Casacalenda in piazza San Domenico Maggiore.

Venne costruito il nuovo acquedotto del Serino, che portò danni a scale e palazzi antichi: spesso crollarono facciate e balconi. Crollò il ponticello che dal palazzo portava a Cappella San Severo. Sparirono il porto del Mandracchio e il forte Vigliena, le cui pietre, insieme a quelle del forte del Granatello di Portici, vennero usate per creare la scogliera di Mergellina.

Sparì anche la famosa chiesa di Santa Maria a Piazza con il suo arco di laterizi e la torre campanaria di Forcella con interni bizantini.

Se lo scopo del Risanamento era quello di far abbassare il costo dei fitti delle case, fallì: quello degli appartamenti sul Rettifilo arrivò alle stelle e  divennero invece studi di notai, avvocati e ingegneri, mentre il popolo veniva praticamente relegato nei vicoli e vie del centro storico. Trovandosi di fronte ad una preoccupante emergenza abitativa, il governo fece sistemare piazza dell’Unità d’Italia, intitolata dal 1904 a Garibaldi dopo che vi venne sistemata la statua. Gli sfrattati più abbienti vennero instradati  verso le colline del Vomero, dove di conseguenza l’edilizia distrusse il verde. Fortunatamente si salvò il giardino di Villa Floridiana. Altra parte della popolazione migrò verso i quariteri periferici di San Giovanni a Teduccio e Barra.

Il degrado, però, era grande sia in città che in periferia: non era stato risolto il problema della spazzatura e specialmente del sistema fogniario,  perchè gli interventi – necessari per il forte incremento demografico – sostituirono le vasche assorbenti di pietra lavica del sistema borbonico che, sebbene ormai insufficiente, era eccellente.

Tirando le somme, il Risanamento non solo stravolse Napoli, ma risanò ben poco …

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