Il Sito Reale di Portici: Villa d”Elbeouf

Di luogo in luogo, ogni domenica il nostro autore ci accompagna a visitare le delizie borboniche: oggi è la volta della sontuosa e sfortunata Villa d’Elbeouf di Portici

di Lucio Sandon

Da una guida turistica del ‘700:

Granatello: ameno casale dipendente dal borgo di Portici, in riva al mare, poco più di tre miglia a scirocco da Napoli. Quivi stanno deliziosi casini di campagna, tra i quali uno fattovi edificare dal principe di Lorena, Emanuele d’Elbeuf, che in tale occasione scoprì la sepolta città d’Ercolana. Passeggiata incantevole, la quale può farsi in meno di due ore in vettura da Napoli: vi è un luogo amenissimo, quasi lingua di molo, ove si può passeggiare, o far colazione sul mare. Pochi passi discosto vi è un luogo detto le Mortelle, ove esiste un piccolo tratto di parterra naturale, nel quale uno può sdrajarsi a piacere, o farvi una ricreazione qualora si amino tali campestri delizie.

 C’est au prince D’Elbeuf qu’on doit les premières fouilles qui conduisirent à la découverte d’Herculanum. Ce prince faisait bâtir une maison de plaisance sur le bord de la mer, à Portici. Instruit que des habitans de Resine, en voulant creuser un puits leurs frais, avaient trouvé quelques fragmens de beaux marbres; le prince, qui en cherchait pour faire faire du stuc, ordonna qu’on creusât ce même puits jusqu’à fleur d’eau. A peine avait on fouillé le terrain latéralement, qu’on trouva quelques belles statues, et plus loin un grand nombre de colonnes, quelques unes d’albâtre fleuri, mais la plupart de jaune antique, appartenant à un temple. Naples était alors sous la domination autrichienne; le viceroi forma des prétentions sur les statues; elles furent envoyées à Vienne, et données au prince Eugène de Savoie.

Al principe D’Elbeuf dobbiamo i primi scavi che hanno portato alla scoperta di Ercolano. Questo principe stava costruendo una casa per suo piacere sul bordo del mare, a Portici.

Avendo saputo che alcuni abitanti di Resina, volendo scavare un pozzo per i propri interessi, avevano trovato alcuni frammenti di bei marmi, il principe, che stava cercandone per fare lo stucco, ordinò di scavare fino a fior d’acqua. Dove il campo era stato scavato lateralmente vennero trovate delle belle statue, e inoltre un gran numero di colonne, alcune di alabastro fiorito, ma la maggior parte di color giallo antico, appartenente a un tempio. Napoli era all’epoca sotto il dominio austriaco. Il viceré D’Elboeuf fece delle pretese sulle statue, che furono mandate a Vienna e date al principe Eugenio di Savoia.

Emmanuel Maurice duca d’Elbeouf, Barone di Routot e di Quatremarre e principe di Lorena, vantava come progenitore addirittura l’imperatore Carlo V. Nel 1706 al servizio dell’imperatore d’Austria Giuseppe I,   venne nominato luogotenente generale della cavalleria tedesca e inviato a Napoli come vicerè, ma questa condotta contrariò molto Luigi XIV, il quale lo fece processare per diserzione in contumacia, e condannare all’impiccagione in effigie.

Per nulla impressionato, nel 1711 il principe commissionò all’architetto Ferdinando Sanfelice che aveva appena terminato il duomo di Amalfi, la costruzione di una residenza privata sul bordo del mare di Portici: fu la prima e sicuramente la più sfarzosa delle centoventuno ville vesuviane del Miglio d’Oro.

La villa sorse immersa nella vegetazione che allora fioriva rigogliosa in quel luogo, “Tra il rosso splendente del magma del Vesuvio e l’azzurro rasserenante del cielo e del mare del più bel golfo del mondo“, mentre i giardini erano alimentati da un complesso acquedotto che attingeva le acque dai primi contrafforti degli Appennini.

Questo acquedotto, detto Reale, passava a monte di San Giorgio a Cremano ed è indicato in una incisione del 1793 del geografo ufficiale del regno, il veneto Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. Per costruire il palazzo di oltre quattromila metri quadri coperti fu necessario livellare il piano scosceso formato dalle lave delle eruzioni vesuviane del 1631 e 1633. Scavando fossati e accumulando scorie e terreno, si formò una grande piattaforma ove sorsero l’edificio e un esteso bosco, piantumato di specie rare, provenienti anche da paesi lontani.

 

Lo storico dell’epoca Diego Rapolla così descrive la villa:

Le stanze erano alte e sfogate, i loggiati stupendamente magnifici, i vani amplissimi e le porte simili a quelli dei castelli. Le suppellettili erano fastosissime e la copia dei marmi, dei bronzi e delle armature era così profusa che non esiste in tutto il contorno in sulla spiaggia un palazzo principesco (e ve n’erano parecchi) che con esso potesse in ricchezza e in delizia e lusso rivaleggiare. La villa mostra due simmetrici portali in marmo e piperno ai quali si accede da una trionfale scalea a doppia rampa, collegata ad una terrazza panoramica sul golfo di Napoli e le isole.

I frati Alcantariti del vicino convento di san Pasquale, avevano ordinato di ricavare un pozzo per l’acqua nel proprio giardino, e durante i lavori di scavo era stato trovato un edificio di marmo. Di questo ritrovamento venne a conoscenza il duca d’Elboeuf, il quale acquistò il pozzo con il terreno, e per circa nove mesi intraprese una personale campagna di scavo attraverso cunicoli, asportando statue, marmi di rivestimento, colonne, iscrizioni e bronzi.

Quanto siano stati dannosi questi scavi e quale depauperamento abbiano arrecato al patrimonio archeologico, ognuno può ben immaginare. Il principe aveva individuato in questo luogo, per lui di conquista, il punto di ingresso a una miniera dalla quale poter estrarre la preziosa merce. Molte delle opere d’arte sottratte da Ercolano presero la strada di Vienna, direttamente a casa del cugino carnale di D’Elboeuf, Eugenio di Savoia.

Le prime a partire furono tre statue in marmo, la Grande Ercolanese e le due Piccole Ercolanesi. Morto Eugenio di Savoia, le tre statue vennero trasportate presso la corte di Augusto III di Sassonia, re di Polonia e padre di Maria Amalia, la consorte di Carlo di Borbone, e ora sono custodite nell’Albertinum Museum di Dresda.

Ma fu questo come un barlume del giorno che cominciò a spuntare il 1711, quando il Principe d’Elbeuf saputo che nello scavarsi un pozzo sopra Ercolano si erano rinvenuti alcuni frammenti di marmo, ordinò che si continuasse quello scavo sotto la direzione dell’architetto Giuseppe Stendardo, il quale discoprì un tempio rotondo periptero sostenuto esternamente da 24 colonne di alabastro fiorito, e nell’interno della cella da altrettante colonne dello stesso marmo tutto ornato di statue, fra le quali una di Ercole, e l’altra creduta di Cleopatra, le quali statue furono dal Principe d’Elbeuf mandate in Vienna a presentarne il Principe Eugenio di Savoia. E questi scavi con tanta felicità cominciati, furono interrotti, nè prima ripresi del 12 novembre 1738, per ordine del re Carlo III, che dallo stesso punto partiti da dove sotto il Principe d’Elbeuf eransi cominciati incontraronsi nel teatro d’Ercolano, nel foro ed in tanti altri pubblici e privati edifizii. E dobbiamo al grande animo di quel Monarca, tanto alle belle arti magnifico, l’aver aperto sì luminosa strada ai suoi Augusti Successori onde mostrare al mondo in queste città dissotterrate il più bello copioso e rilevante spettacolo che vantar possa l’Archeologia.

                                                                                                 (Da Real Museo Borbonico – Antonio Niccolini – 1831)

Nel 1713, il principe si innamorò di Marie Therese Stramboni figlia unica di Jean Vincent Stramboni, e la sposò senza chiedere il permesso al suo re. Di questo il sovrano fu molto irritato tanto che l’imperatore richiamò immediatamente a Vienna l’incauto principe, mentre la sposa venne spedita in convento.

Il 9 luglio 1716 la villa venne ceduta da D’Elboeuf per 11.000 ducati a Don Giacinto Falletti Arcadi, marchese di Bossia e duca di Cannalonga. Nel 1742 gli eredi del Falletti vendettero la villa a re Carlo di Borbone, unitamente a 177 busti di marmo e un gran numero di colonne, statue e marmi antichi provenienti dagli scavi di Ercolano.

La residenza doveva servire come dipendenza marittima del vicino Palazzo Reale: in sostanza era la capanna sulla spiaggia della villa al mare. I Borbone arricchirono il palazzo con lussuose sale da pranzo, alcove, e vari saloni per le feste e i banchetti.

Il giardino venne riunito con il bosco delle Delizie, la grande riserva di caccia del Palazzo Reale di Portici: per accedere direttamente a Villa d’Elboeuf, venne costruito un viale, che dalla reggia attraversava tutto il parco.

Il re aveva acquistato la villa sia per stupire illustri ospiti con le sue meraviglie, che per potersi divertire nella pesca, e infatti ancora fino a pochi anni fa, si potevano ancora vedere sulla spiaggia dei canali che convogliavano le acque marine per alimentare piccole peschiere scavate nella lava vesuviana: le Regie Peschiere del Granatello

«Quivi rinchiusi, i pesci d’ogni forma e colore, tutti vaghi e sorprendenti, molto più squisiti in questo mare di Portici nel quale alimentansi pesci di così delicato sapore da esser detti per antonomasia “pesci del Granatello”.» Nel 1744 venne realizzato anche il porto del Granatello.

Al lato opposto delle peschiere resistono alle ingiurie del tempo e degli uomini, i resti dei cosiddetti Bagni della Regina, unico esemplare di architettura balneare stile impero, eredità del Decennio francese: una costruzione a due piani a forma di ferro di cavallo che accoglie un porticciolo. Venne fatta aggiungere alla villa nel 1813 per volontà di Carolina Bonaparte, moglie di Gioacchino Murat, durante il periodo della sua reggenza, e consiste in una serie di cabine disposte radialmente, affacciate su una balconata e contornate da un alto muro. Qui le donne della corte potevano prendere i bagni di mare al riparo di sguardi indiscreti.

Dopo oltre due secoli di splendore, la prima e la più sfarzosa delle ville vesuviane è andata in rovina: ai Savoia le case sul mare non interessavano.

La villa venne messa all’asta e acquistata dalla famiglia Bruno. Poi, dopo essere stata divisa in diecine di appartamenti, subì in breve sequenza, diversi vandalismi, ristrutturazioni folli, terremoti, occupazioni abusive, l’impianto di un ristorante anch’esso abusivo ma con il nome del nobile francese, crolli e apparizioni di fantasmi, che ne decretarono il rovinoso declino e l’abbandono.

La realizzazione della prima linea ferroviaria italiana sul retro del palazzo nel 1839, ha probabilmente la responsabilità dell’inizio del declino, culminato con il crollo nel 2014 di una parte dell’edificio sui binari, dove attualmente viaggiano moltissimi convogli ogni giorno.

Qualche tempo dopo, la villa è stata acquistata da una cordata di imprenditori privati. I nuovi proprietari dovranno garantire un restauro totale dello stabile, in coordinamento coi tecnici della Soprintendenza.

 Al Genio del Luogo ed alle Ninfe abitatrici dell’amena spiaggia!

Per poter ritirarsi e vivere giorni lieti e tranquilli ed a prender vero diletto sia dagli onesti riposi sia dagli studi in compagnia degli amici, Emmanuele Maurizio di Lorena Duca di Elboeuf, fatto spianare il suolo e piantarvi alberi e condurvi acque potabili, questo quieto recesso si preparò.

Lungi ne ite, o cure moleste della rumorosa città.

(Epigrafe murata all’inizio del 1700 sulla facciata del palazzo D’Elboeuf, ora scomparsa)

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Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio.

Notevole è il suo penultimo romanzo, “La Macchina Anatomica”, Graus Editore, un thriller ambientato a Portici, vincitore di “Viaggio Libero” 2019. Ha già pubblicato il romanzo “Il Trentottesimo Elefante”; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: “Animal Garden” e “Vesuvio Felix”, e una raccolta di racconti comici: “Il Libro del Bestiario veterinario”. Il racconto “Cuore di figlio”, tratto dal suo ultimo romanzo “Cuore di ragno”, ha ottenuto il riconoscimento della Giuria intitolato a “Marcello Ilardi” al Premio Nazionale di Narrativa Velletri Libris 2019. Il romanzo “Cuore di ragno” è risultato vincitore ex-aequo al Premio Nazionale Letterario Città di Grosseto Cuori sui generis” 2019.

Sempre nel 2019,  il racconto “Nome e Cognome: Ponzio Pilato” ha meritatola Segnalazione Speciale della Giuria  nella sezione Racconti storici al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno, mentre il racconto “Cuore di ragno” ha ricevuto la Menzione di Merito nella sezione Racconto breve al Premio Letterario Internazionale Voci – Città di Roma. Inoltre, il racconto “Interrogazione di Storia”  è risultato vincitore per la Sezione Narrativa/Autori al Premio Letizia Isaia 2109.

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