Il Sito Reale di Portici – Villa Mascabruno o Palazzo dell’Artiglieria

La Real Villa di Portici: non solo la Reggia, ma tanti altri gioielli come il Palazzo che fu del marchese Mascabruno

di Lucio Sandon

Il marchese Don Antonio Mascabruno acquistò nel 1692 dai padri francescani una proprietà che si spingeva fino al mare, per farne la sua la residenza di campagna.

Di forma quadrangolare, la villa era costituita essenzialmente da un cortile interno limitato dai corpi di fabbrica e circondato da un esteso bosco di lecci.

L’enorme costruzione attuale, che si stende a fianco della reggia con una facciata lunga oltre cento metri e con quattro ingressi, è opera dell’ingegner Tommaso Saluzzi, e fu costruita contemporaneamente al palazzo reale per ospitarvi le scuderie, dopo essere stata acquisita da re Carlo di Borbone per il suo grande progetto del Sito Reale.

All’epoca vi coabitavano più mille uomini e trecento cavalli, oltre a ospitare le carrozze usate dai Borbone per le celebrazioni, ora al museo di San Martino.

Durante l’esecuzione dei lavori per la trasformazione del palazzo fu proprio qui che venne scoperta una sontuosa villa romana: re Carlo ordinò di scavare un passaggio onde estrarre i reperti archeologici, fra cui un’aquila di marmo con incise le lettere Q.P.A. emblema attribuito al senatore romano Quinto Ponzio Aquila e poi adottato dal municipio di Portici. Essendo la famiglia dei Pontii di origine sannita, è probabile che tale luogo costituisse il confine di una delle tribù territoriali create da Servio Tullio: la Gioviana o Juvanum.

Nella mappa del 1750 di Giovanni Carafa duca di Noja, palazzo Mascabruno viene indicato come Cavallerizza, e nel 1775 venne dotato di uno spettacolare galoppatoio coperto: si tratta di un ampio edificio di circa seicento metri quadri ad angoli arrotondati e di altezza pari alla somma dei tre piani del palazzo limitrofo.

Nel galoppatoio, uno scalone in pietra lavica di superficie chiara ed estremamente pregiata, lo mette in comunicazione con il giardino: dall’importanza di questa struttura in piperno si suppone che non fosse una semplice scala di servizio ma piuttosto l’ingresso riservato al re, che vi accedeva direttamente passando dal grande bosco.

La capriata in legno che sostiene il tetto dell’edificio è del tipo usato dal Palladio per le ville Venete, e costituisce una grande opera d’ingegneria: osservandola attentamente si nota la sua forma di chiglia rovesciata, e si pensa perciò che sia stata realizzata dai maestri d’ascia marinari del luogo. Lasciato andare in rovina per decenni, il galoppatoio, più piccolo di quello del castello austriaco di Schonbrunn ma antecedente ad esso, è stato da poco finemente restaurato.

In questo luogo si allevava il Cavallo Napolitano, vanto dei Borbone e simbolo della reggia stessa. I primi greci che sbarcarono sulle coste campane furono talmente colpiti dai cavalli locali da chiamarli Ennosigaios, scuotitori di suolo. In seguito gli etruschi introdussero i loro equini, snelli ed eleganti, che si irrobustirono negli incroci con i cavalli locali. I romani infine li incrociarono con i resistentissimi cavalli berberi.

Il cavallo napolitano, poderoso e leggiadro cominciò allora a delinearsi, e la fama di questi animali, legata alla loro resistenza e fierezza fu tale che Annibale si fermò a Capua anche per procurarsi i migliori cavalli disponibili in Italia.

La selezione vera e propria del cavallo napolitano però è fatta risalire a Carlo I d’Angiò mentre il conte Pandone ne fece il soggetto principale degli splendidi affreschi del suo castello di Venafro, copiati in seguito dai Gonzaga di Mantova.

Nel 1532 Federico Grisone, aprì a Napoli la prima scuola di equitazione, proseguita dal suo allievo Giovanni Battista Pignatelli, il quale non risparmiava le lodi al cavallo napolitano: «Sono di buona taglia e di superba bellezza. Con la loro obbedienza incredibile seguono la musica, e si mettono quasi a danzare spontaneamente

Al piano terra del palazzo Mascabruno, ora utilizzato per le lezioni dagli studenti del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II, in origine si trovavano i magazzini della caserma, oltre ai laboratori di selleria, le prigioni, la sala scherma e i laboratori di sartoria e di calzature ad uso militare. Al piano ammezzato vi erano ambienti di supporto a quelli del pian terreno e gli alloggi dei sarti e dei calzolai. Al primo piano, gli uffici del reggimento, gli alloggi per gli ufficiali e le loro famiglie, oltre a quelli dell’aiutante maggiore, la cucina e la mensa. Al secondo piano, i dormitori per la truppa.

Dopo la conquista del regno da parte dei Savoia, l’edificio Mascabruno passò al Demanio che lo diede in affitto alla Società Tranviaria Belga per alloggiarvi i cavalli e le carrozze che facevano servizio tra Napoli, Portici e Torre del Greco, poi per molti anni venne usato dall’esercito italiano come deposito per la Direzione di Artiglieria dell’Esercito Italiano, con il nome di Caserma Blum, dando anche ospitalità a molte famiglie di militari in congedo, quindi dopo il terremoto dell’ottanta venne occupato per molti anni da famiglie di terremotati senza casa.

(La foto di copertina è tratta dal volume “Le ville settecentesche di Portici” di Giuseppe De Simone e AnnaPaola Amante, fig.85, pag.107; la planimetria del Palazzo pag. 108)

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio.

Notevole è il suo penultimo romanzo, “La Macchina Anatomica”, Graus Editore, un thriller ambientato a Portici, vincitore di “Viaggio Libero” 2019. Ha già pubblicato il romanzo “Il Trentottesimo Elefante”; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: “Animal Garden” e “Vesuvio Felix”, e una raccolta di racconti comici: “Il Libro del Bestiario veterinario”. Il racconto “Cuore di figlio”, tratto dal suo ultimo romanzo “Cuore di ragno”, ha ottenuto il riconoscimento della Giuria intitolato a “Marcello Ilardi” al Premio Nazionale di Narrativa Velletri Libris 2019. Il romanzo “Cuore di ragno” è risultato vincitore ex-aequo al Premio Nazionale Letterario Città di Grosseto Cuori sui generis” 2019.

Sempre nel 2019,  il racconto “Nome e Cognome: Ponzio Pilato” ha meritatola Segnalazione Speciale della Giuria  nella sezione Racconti storici al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno, mentre il racconto “Cuore di ragno” ha ricevuto la Menzione di Merito nella sezione Racconto breve al Premio Letterario Internazionale Voci – Città di Roma. Inoltre, il racconto “Interrogazione di Storia”  è risultato vincitore per la Sezione Narrativa/Autori al Premio Letizia Isaia 2109.

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