Il vino, ricchezza dell’area vesuviana

I vini del Vesuvio hanno origini antiche: pare che i Greci impiantassero alle falde del vulcano il vitigno Aminea gemella Linore, origine delle odierne viti. Secondo lo storico Columella, l’Aminea gemella è il vitigno da cui si produce il vino Greco del Vesuvio. In un affresco pompeiano del I secolo a. C. riporta una raffigurazione proprio di questa uva, il che ne confermerebbe la millenaria origine.

Il sole, il fertilissimo terreno vulcanico ricco di zolfo, il clima hanno sempre favorito questa coltivazione, che ebbe grande impulso in epoca romana, prima dell’eruzione vesuviana del 79 d. C.

Nel secolo successivo, vi fu un rifiorire della viticoltura: non si puntò più sulla quantità di prodotto, ma venne operata una selezione qualitativa. Le esportazioni ripresero.

Per saperne di più Lo Speakers Corner ha incontrato l’archeologo Girolamo Ferdinando De Simone docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli e responsabile dell’Apolline Project che riguarda lo scavo di siti in area vesuviana.

Professor De Simone, cos’è esattamente l’Apolline Project?

Girolamo Ferdinando De Simone
Girolamo Ferdinando De Simone

È un progetto di ricerca multidisciplinare che vede coinvolti le Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e il Dipartimento di Scienze della Terra della Federico II. Stiamo indagando in particolare il versante settentrionale del Vesuvio, che è stato meno studiato degli altri siti archeologici. Partendo da Pollena Trocchia, dove è stata riportata alla luce una villa di epoca romana, la ricerca si è estesa ad altri comuni, fino al nolano e all’eclano.

Che tipo di vino si produceva nell’area vesuviana?

I nomi li conosciamo, ma è difficile trovare un legame tra quella che era l’uva antica e quella moderna. Bisognerebbe fare l’analisi dei residui di mosto che fermentava nei doli rinvenuti e ricercare corrispondenze con i vitigni odierni. Le ipotesi sono molte, ma personalmente ritengo che ad esempio la catalanesca sia stata sì valorizzata dagli aragonesi, ma comunque era una varietà di vite locale. Anche comparando le raffigurazioni pittoriche di uva, è difficile stabilirne l’origine di provenienza. Bisognerebbe un attimo approfondire la questione.

La produzione di vino che peso aveva nell’economia della zona?

Il dato interessante dal punto di vista economico è che il vino era il prodotto principale di Pompei e di buona parte delle città vesuviane già prima dell’eruzione del 79 a.C. Anche in fase tardo-antica la produzione vinicola fu un fattore importante: anche se più limitata era di eccellenza rispetto alla precedente. Con l’eruzione si venne a rompere un sistema economico che però venne ripreso quando si tornò alla normalità,anche se non riuscì ad arrivare allo stesso livello organizzativo. Abbiamo notizie del vino vesuviano esportato in Egitto, e nella fase precedente persino in India.

Comunque, quando si parla di vino vesuviano si accenna solo a quello dell’antica Pompei: è un errore, perché era un fattore importante anche per gli altri centri.

Oltre a Pompei, dove si coltivava la vite nel vesuviano?

Un po’ in tutta la fascia vulcanica. Ad esempio il sito archeologico di Somma Vesuviana è molto interessante: era un importante centro di produzione vinicola

Negli anni ’30 a Somma venne riscoperta un Villa imperiale costruita nella metà del II secolo d. C.. A quei tempi si pensò fosse appartenuta ad Ottaviano Augusto, ma è chiaramente posteriore. Alla luce è stata riportata solo una parte dell’enorme complesso residenziale, che certamente apparteneva ad un dignitario di altissimo rango. Qualcuno ha ipotizzato che potrebbe essere un ampliamento di una preesistente struttura, ma al momento non abbiamo alcun dato che confermi il legame con Augusto.

Nella fase tardo-antica gli ampi ambienti originariamente di rappresentanza vennero riconvertiti e adibiti alla produzione del vino. Abbiamo riportato alla luce circa un quarto della cella vinaria: è certamente la più grande rinvenuta in Italia. Anche nell’area pompeiana non ce ne sono di queste dimensioni.

La cosa più interessante del sito è che ha una grande fase decorativa legata a Dioniso e alla vite.

Di Dioniso, o Bacco, o Ebone, come veniva appellato nei luoghi vesuviani, parliamo sempre in senso edonistico: quando ci riferisce alla Villa dei Misteri si dice di Dioniso, ma mai del sesso e del vino.

C’è invece un aspetto culturale profondo: il Vesuvio stesso si credeva che fosse abitato da Dioniso. Il culto che noi conosciamo era molto particolare. Dobbiamo però uscire dall’idea di un dio che simboleggiava la bella vita, e cercare di capire da un lato la pervasività di questo culto nella vita quotidiana locale e dall’altro la peculiarità che lo rendeva diverso da quello praticato altrove, pur trattandosi della stessa divinità. Anche la Madonna ha tanti appellativi: pur restando la stessa ha riti e storie particolari. E così anche per la mitologia, Quello che sappiamo del Dioniso vesuviano è poco ma è molto interessante e tipico: Ebone, cioè giovanotto, e questa accezione non esiste altrove nel mondo antico.

A Napoli sono state trovate iscrizioni tardo-antiche che testimoniano che il suo culto era ancora presente, soprattutto nelle campagne. Era sicuramente un culto misterico, con vari gradi di conoscenza e quindi di iniziazione che portavano alla rivelazione finale: c’è vita dopo la morte. Dioniso-Ebone nelle sue accezioni misteriche è quindi dio della rinascita, della ricchezza e della prosperità. Il suo culto era molto radicato nel vesuviano tanto da sopravvivervi e ancora nel V secolo d.C., quando il Cristianesimo era religione di stato e san Paolino stava fondando i centri di Cimitile.

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