La Biblioteca del complesso monumentale di San Domenico Maggiore

di Michele Di Iorio

La Biblioteca del convento di San Domenico Maggiore è una delle più importanti e antiche di  Napoli. Il complesso monumentale sorge in una piazza ricca di ruderi romani racchiusa da nobili palazzi nobiliari, immersa in  tenebrose leggende…

San Domenico Maggiore fu sede universitaria per un secolo. All’interno del complesso al primo piano si trova una grande sala, accanto a quella che fu la cella di San Tommaso d’Aquino, che giunse a Napoli negli ultimi anni della sua vita nel 1269, proveniente dall’Università di Parigi, dove teorizzò le cinque vie per dimostrare l’esistenza di Dio.

Passando sotto l’ingresso barocco con in alto il busto marmoreo del santo aquinate, opera  di Matteo Bottiglieri, si entra nelle due celle, in cui si trovano un altarino e il campanello che suonava quando cominciava le lezioni. Sul semplice altare si trova una rarissima tavola pittorica campana del 1200: rappresenta la crocifissione  con tratti bizantini. In questa piccola cella nel 1273  il santo iniziò la stesura della terza parte del Summa Theologiae, completata dopo la sua morte da Fra Reginaldo da Piperno.

La libraria domenicana di Napoli, fu arricchita via via da lasciti di frati e di lettori, come la prestigiosa donazione degli scritti di Giovanni Pontano da parte dalla figlia Eugenia: 49 volumi, di cui 34 in pergamena e 15 cartacei.

La costituzione della biblioteca domenicana di Napoli risale 1233. Il Capitolo Generale redatto a Parigi vietava la vendita dei preziosi libri miniati. Solo nel 1340 potettero essere venduti quelli dei confratelli defunti e le opere possedute in doppia copia, così da poter finanziare l’acquisto di altre, secondo l’approvazione domenicana di Bologna.

La Libraria di San Domenico Maggiore conserva tra gli altri  i manoscritti originali di San Tommaso d’Aquino sulla ricerca sulla Pietra Filosofale Meraviglia divina, la trascrizione delle lectio tenute dal grande filosofo e alchimista Alberto Magno, il De Caelesti hierarchia dello pseudo Dionigi, ma anche manoscritti dell’Eneide, dell’Odissea, delle opere storiche e filosofiche di Senofonte e di Aristotele, le commedie plautine, il de Arte di Ovidio, testi di Cicerone, epistole di Seneca, il de Trinate e le Homiliae di Sant’Agostino, opere a stampa della metafisica di Aristotele, preziosi testi alchemici e medici di Raimondo Lullo.

Il Complesso Monumentale di san Domenico Maggiore ebbe confermato il titolo di Università di Napoli nel 1551, e tale rimase fino al 1615. La libraria da quel momento acquistò la funzione di biblioteca per i frati maestri e gli allievi dello Studio Pubblico.

Il grande filosofo domenicano Giordano Bruno restò undici anni san Domenico Maggiore e studiando le opere di Raimondo Lullo e di Erasmo di Rotterdam. primo ispiratore delle sue teorie poi considerate eretiche che lo portarono al rogo nel 1600.

Vi risiedette anche Tommaso Campanella, che dopo aver letto i libri piu arcani della Biblioteca, nel 1591 pubblicò le sue tesi aristoteliche che gli valsero l’attenzione dell’Inquisizione: in carcere scrisse il suo capolavoro La città del Sole, una visione utopistica di  Napoli.

La biblioteca intanto diveniva sempre più ricca. Papa Pio VI nel 1571 fece apporre nella sala un targa marmorea dove si vietava qualsiasi transazione legale e non dei tomi.  Il priore del tempo, Domenico Viato, s’incaricò di fare un primo inventario del patrimonio librario che terminò nel 1603, oggi introvabile: la Libraria constava di 7500 volumi, di cui 2000 manoscritti rarissimi.

Nel 1685 il consiglio conventuale fece restaurare la biblioteca dall’architetto Francesco Antonio Picchiatti.

Fruitore discontinuo della Biblioteca fu anche Raimondo de Sangro, che consultava gli antichi testi di filosofia di astrologia, e di alchimia, prima di leggere quelli nell’archivio segreto pontificio.

Il consuntivo dell’inventario del 1770 riferisce di 40mila volumi, tomi, incunabili e manoscritti posseduti dalla Biblioteca.

Nel 1806 la  Libraria di San Domenico Maggiore corse un reale pericolo con il decreto di Giuseppe Bonaparte che sopprimeva le corporazioni religiose e conventuali e con quello murattiano del 1809, che dislocò molti dei volumi in altre sedi. Solo con il ritorno dei Borbone a Napoli nel 1815 le opere ripresero la loco collocazione originaria. Nel frattempo, però, erano scomparse molte delle opere.

Nel 1969 si ricostituì in parte la ricchezza della Biblioteca con i libri provenienti dal Santuario di Madonna dell’Arco e dal convento della Sanità di Barra.

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