La comunità ebraica di Napoli

di Michele Di Iorio

Delle 21  presenti in Italia, la comunità ebraica di Napoli è tra le più antiche, nonché l’unica ancora esistente a sud  di Roma, seppur oggi con pochi membri.

La comunità israelitica partenopea è un esempio di tenacia, spiritualità e partecipazione in ogni tempo alla grande dignità di tutto il popolo italiano.

I rapporti tra la Repubblica di Roma e il Regno di Giudea risalgono alla prima ambasceria ebrea a Roma nell’anno 161 a.C. L’arrivo degli ebrei in Italia e in Campania risale al 63 a.C.: prigionieri dei romani di Pompeo, che ebbero libero permesso di vivere e commerciare a Pompei, Pozzuoli, Salerno e Napoli. Nella nostra Città fondarono la prima comunità in via Giudecca Vecchia a Forcella e la loro prima sinagoga.

A Napoli oltre Forcella in via Giudecca Vecchia anche un’altra colonia ebrea si insediò nel vicolo ebraico, l’odierno Limoncello. In città sorsero due sinagoghe.

Ancor prima, pare che esistesse la  «…Giudecca di San Marcellino occupava pochi spazi, tra l’attuale via dei Tintori, dove gli ebrei stessi erano soliti lavorare i tessuti, e la rampa di San Marcellino, proprio su quelle scalinate che oggi portano a Corso Umberto, arteria della moderna città, e che esistevano già nello stesso luogo all’epoca, identiche, solo un po’ più strette, di cui restano chiare tracce nel sottosuolo. È in questa zona che ancora le cronache cinquecentesche attestano la presenza di una sinagoga, la cui esatta ubicazione è tuttora incerta».

Gli israeliti erano perfettamente integrati nel tessuto sociale di Napoli, tanto che nel 536 parteciparono militarmente alla difesa della città insieme ai Goti nell’assedio del bizantino Belisario.

Anche nel ducato di Benevento gli ebrei erano tenuti in grande considerazione, mentre a Capua sin dal 71 d.C. fiorì una comunita ebraica di letterati, che fondarono nel 1161 la famosa scuola rabbinica. che annoverò studiosi insigni, tra cui Abulafia.

Nel 1172 Napoli contava tre comunità e due sinagoghe, per un totale di 500 famiglie ebraiche. Quando i monaci domenicani iniziarono a perseguitarli in tutta italia, obbligandoli a porre contrassegni  sui loro vestiti. Molti si rifugiarono in Campania, ma, nonostante pagassero regolarmente le tasse ai dominatori e svolgessero fiorenti attività commerciali e culturali, come la grande stamperia ebraica di Napoli, nel 1541 vennero comunque espulsi. Al posto di una delle sinagoghe nel XVII secolo venne eretta la chiesa di Santa Caterina della Spina Corona.

Con editto reale del 13 febbraio 1740 Carlo di Borbone, su suggerimento del primo ministro Tannucci, gli ebrei  poterono rientrare liberamente a Napoli con libertà di culto, residenza e commercio, e  fondarono un ghetto al Borgo di Sant’Antonio Abate. I domenicani e gesuiti ottenero di nuovo il decreto d’espulsione a fine del 1746, nonstante i Borbone fosse stata abolita la Santa Inquisizione in tutto il territorio del Regno.

Sarà poi il banchiere ebreo Carlo Rothschild di Parigi, invitato a Napoli da Gioacchino Murat, a favorire l’insediamento di una comunità israelita in città. Rimasto a Napoli anche dopo la restaurazione sul trono dei Borbone,  nel 1816 venne nominato barone da Ferdinando I delle Due Sicilie. Il piccolo gruppo di tecnici ebrei collaborava con lui nella filiale della sua banca, che aveva sede nell’albergo Croce di Malta.

In seguito Rothschild comprò Villa Acton, l’odierna Villa Pignatelli alla Riviera di Chiaia, e in una delle sale della splendida dimora aprì una sinagoga. Nel 1864 la fanmiglia di banchieri prese in affitto un locale in via Cappella Vecchia dove sorse un luogo di culto più grande, dal momento che la comunità ebraica napoletana si era accresciuta.  Nel 1920 arrivò infatti a contare ben 1000 membri,  che convivevano  pacificamente con la popolazione napoletana.

Nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali, anche a Napoli fu vietato ai bambini ebrei di frequentare le scuole e i beni delle famiglie sequestrati. 5 professori universitari israeliti  vennero congedati e 36 giovani della comunità furono confinati a Tora e Piccilli nel casertano. Molti di quelli che rimasero a Napoli vennero deportati dai tedeschi dopo l’8 settembre: in città dopo la fine del conflitto erano rimasti poco più che 500 ebrei. Molti di loro presero parte alle 4 Giornate di Napoli, e fecero parte della brigata ebraica dell’esercito americano.

I superstiti festeggiarono nel ‘43 e ‘44 la festivività  di Hannukkah a nella sinagoga fondata nel 1910 da Dario Ascarelli, perchè quella di via Cappella vecchia era stata danneggiata dai bombardamenti e spogliata dai saccheggi germanici.

Nel 1992 la Sinagoga di via Cappella venne restaurata e riaperta per i 300 ebrei residenti. Oggi a Napoli la comunità ebraica conta circa 200 membri, ultimo baluardo di persone che che hanno sempre dato lustro alla Cultura, alla Finanza e alla Giusrisprudenza.

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