La Febbre del Nilo contagia il Po

di Carlo Alfaro

La West Nile Disease, o Febbre del Nilo occidentale, è attualmente alla ribalta della cronaca italiana per l’epidemia che sta interessando le Regioni del Nord. La malattia è causata da un Arbovirus della famiglia Flaviviridae, genere Flavivirus. Di questo genere di RNA virus fanno parte anche gli agenti eziologici della Febbre gialla e di alcune encefaliti (Saint-Louis, Murray Valley, Encefalite giapponese).

Il nome della malattia viene dal distretto di West Nile in Uganda, dove il virus è stato isolato per la prima volta nel 1937. Inizialmente era concentrata soprattutto in Africa (specie in Egitto), Medio Oriente, India, mentre oggi è distribuita in tutto il mondo in maniera endemica con riaccensioni epidemiche. Nel 1994 scoppiò un focolaio epidemico in Algeria e nel 1996 in Romania; nel 1999 si è registrata la prima epidemia nello Stato di New York. Nel 2012 una violenta epidemia negli USA ha causato 286 morti.

In Italia la malattia è stata dichiarata endemica dal 2008 dopo un’epidemia nelle zone della Pianura Padana (Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia), in aree in prossimità del fiume Po e del suo delta, e con una ordinanza del Ministero della Salute è stato impostato da allora un Piano di Sorveglianza Straordinaria del virus. Il Ministero ha emanato quest’anno una circolare a inizio agosto per richiamare l’applicazione di tutte le misure di prevenzione, sorveglianza e controllo dell’infezione previste dal Piano, alla luce della particolare diffusione del virus questa estate, caratterizzata da un inizio precoce della circolazione virale, con il primo pool di zanzare Culex risultato positivo per virus West Nile il 7 giugno e il primo caso umano 9 giorni dopo.

Rispetto agli anni precedenti, il numero di casi sinora notificato risulta quest’anno aumentato: ai primi di luglio, i casi di infezione da virus West Nile erano già più numerosi di quelli segnalati in tutto l’anno scorso. Al 23 agosto sono stati diagnosticati 103 casi di malattia neuro-invasiva, tre volte il numero medio di casi osservato negli ultimi cinque anni. Secondo i dati rilevati dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), l’Italia è al primo posto tra i Paesi della UE per numero di casi, anche se per fortuna non per numero di decessi.

L’ultimo bollettino dell’Istituto Superiore della Sanità aggiornato al al 22 agosto 2018, registra da giugno ad oggi in Italia 255 casi umani confermati di infezione da West Nile Virus, di cui 103 nella forma neuro-invasiva, con 10 decessi. Quaranta i casi identificati dai controlli sui donatori di sangue. Emilia Romagna e Veneto sono le Regioni più colpite. La provincia con più casi è Padova, seguita da Rovigo, Verona, Venezia, Treviso e Vicenza.

Il virus colpisce, oltre che gli esseri umani, gli animali, in particolare i cavalli, ma anche cani, gatti, conigli e altri. La trasmssione avviene attraverso le zanzare di genere Culex, che fungono da vettore. La più frequentemente in causa è la comune zanzara Culex pipiens. Le Culex vivono sia in ambiente rurale che urbano, hanno abitudini spiccatamente crepuscolari e possono trasmettere il virus alle uova e quindi alla futura progenie. Serbatoio naturale del virus sono gli uccelli di oltre 70 specie, soprattutto passeriformi e corvidi, dove il virus può persistere da alcuni giorni a qualche mese. Gli uccelli migratori portano il virus dall’Africa, prima zona endemica, verso altre zone temperate.

Gli ibridi delle zanzare Culex, che pungono indifferentemente l’uomo e gli animali, parassitando gli uccelli migratori si infettano e veicolano il virus negli animali o esseri umani che successivamente pungono. L’uomo non funge da serbatoio perché non viene raggiunta la viremia sufficiente da consentire alla zanzara di assumere pungendolo una quantità di virus utile a ritrasmettere l’infezione. Le zone a rischio di infezioni sono quelle che favoriscono la proliferazione di zanzare come quelle adiacenti a fiumi, acquitrini, canalizzazioni a cielo aperto, bacini lacustri perenni e per l’approvvigionamento idrico degli orti urbani, risaie, cisterne, depuratori, vasche e fontane ornamentali soprattutto laddove le acque sono ferme e contengono detriti vegetali (che forniscono nutrimento e riparo alle forme larvali), tombini e pozzetti stradali che raccolgono le acque di superficie, grondaie con pendenze non corrette, cantine allagate, anche piccole raccolte di acqua temporanee, come ad esempio barattoli vuoti, sottovasi e contenitori senza coperchio.

Nelle zone temperate i casi si verificano generalmente nelle epoche di moltiplicazione delle zanzare, tra inizio estate e inizio autunno (giugno-ottobre). Il picco dei casi in Italia si registra in agosto, con un importante numero di segnalazioni anche in settembre. Nelle regioni più calde invece il virus può trasmettersi per tutto l’anno.

Altre possibili cause di trasmissione (molto rare) possono essere: puntura da sangue infetto, trasfusione di sangue proveniente da donatori infetti, trapianto di organi da donatori infetti, gravidanza e allattamento. Non è mai possibile la trasmissione diretta da persona a persona. Il periodo di incubazione tra la puntura e lo sviluppo dei sintomi è 2-15 giorni, ma può arrivare a 21 giorni nei soggetti con deficit immunitari. Circa l’80% delle infezioni da West Nile nell’uomo decorrono in modo asintomatico o subclinico. Nei casi sintomatici, si registrano manifestazioni di tipo simil-influenzale: febbre moderata che in genere perdura da tre a sei giorni, malessere generalizzato, anoressia, nausea, cefalea.

Possono associarsi arrossamento e dolore oculare, mal di schiena, dolori articolari e muscolari diffusi, tosse e dispnea, eruzioni cutanee, linfadenopatia, sintomi gastrointestinali (vomito e diarrea). I sintomi durano pochi giorni, in rari casi qualche settimana. La più comune complicazione oculare è una corioretinite multifocale. In meno dell’1% dei casi possono verificarsi gravi complicazioni neurologiche quali meningite asettica, encefalite, meningoencefalite, denunciate dalla comparsa di febbre elevata continua, marcata cefalea, estrema debolezza, paralisi flaccida (poliomielite West Nile), rigidità, modificazione dello stato di coscienza, confusione, disorientamento, tremori, convulsioni, atassia, disturbi di tipo extrapiramidale, neurite ottica, poliradiculite, stupore e coma.

La malattia neuro-invasiva si sviluppa più comunemente in soggetti anziani e immunodepressi. Possono residuare a lungo termine (anche a distanza di più di un anno) disturbi come tremore e disfunzioni nelle abilità motorie ed esecutive. Secondo alcuni studi le forme neuro-invasive sono associate ad aumento di rischio per una successiva insufficienza renale cronica. L’accertamento diagnostico si basa sul riscontro nel siero di anticorpi virus-specifici (tramite test Elisa o immunofluorescenza) e nella dimostrazione della presenza di materiale genetico del virus (con Pcr o coltura virale) nel sangue o nel liquor cefalorachidiano. La terapia è unicamente sintomatica e di supporto.

In mancanza di un vaccino per l’uomo (disponibile solo per i cavalli) le raccomandazioni dell’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control)  per il controllo della malattia sono:

  • attuazione di disinfestazioni straordinarie per l’abbattimento della densità di vettori, particolare attenzione in fase di diagnosi per gli operatori sanitari a considerare in modo tempestivo la possibilità di infezione da West Nile;
  • diffusione della raccomandazione a tutta la popolazione di proteggersi dalle zanzare, soprattutto negli anziani e nelle persone immunodepresse, a maggior rischio di sviluppare forme neuro-invasive;
  • sensibilizzare la popolazione affinché si adoperi a non lasciare in nessun caso zone umide stagnanti o raccolte d’acqua. Dunque, la prevenzione si fonda sostanzialmente sulla lotta alle punture di zanzara. A livello individuale, si raccomanda: all’aperto, dal crepuscolo in poi, di indossare indumenti di colore chiaro che coprano la maggior parte possibile del corpo, (pantaloni lunghi, abiti a manica lunga);
  • alloggiare in ambienti climatizzati o comunque dotati di zanzariere alle finestre; utilizzare spray a base di piretro o altri insetticidi per uso domestico, oppure diffusori di insetticida elettrici, aerando bene i locali prima di soggiornarvi;
  • usare repellenti cutanei per uso topico, da non utilizzare su mucose o regioni con lesioni.

Torna in mente la battuta del grande Enzo Costa, lo scrittore satirico scomparso nel 2014: «Non perdonerò mai a Noè di avere imbarcato anche una coppia di zanzare!»

 

Il dottor Carlo Alfaro, sorrentino, 54 anni, è un medico pediatra Dirigente Medico di I livello presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi della ASL NA3Sud, Responsabile del Settore Medicina e Chirurgia dell’Associazione Scientifica SLAM Corsi e Formazione, e Consigliere Nazionale della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA). 

Inoltre è giornalista pubblicista, organizzatore e presentatore di numerosi eventi culturali, attore di teatro e cinema, poeta pubblicato in antologie, autore di testi, animatore culturale di diverse associazioni sul territorio, direttore artistico di manifestazioni culturali.

 

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