La grande Tina Pica

di Michele Di Iorio

Concetta Annunziata Pica detta Tina, nacque a Napoli il  31 marzo 1884, dagli attori Giuseppe e Clementina Cozzolino nella zona tra il borgo Sant’Antonio Abate e via Foria, nel fabbricato dove c’era il teatro San Ferdinando. Il padre era un attore comico: i suo cavallo di battaglie era il personaggio di don Anselmo Tatrtaglia, maschera del teatro napoletano, e lavorò con Antonio Petito, al secolo Giuseppe De Martino, del suo allievo Salvatore De Muto.

Gracile e simpaticissima, nel 1895 l’impresario Stella chiamò la piccola Tina nella Compagnia Città di Napoli per interpretare una parte nel dramma di Eduardo Minichini Il cerinaio della ferrovia. Le capitò anche di sostituire padre Giuseppe quando era malato, nei panni maschili di don Anselmo Tartaglia, ma anche una nell’Amleto di Shakespeare in versione vernacolo: era talmente brava che nessuno si accorse che fosse donna.

Contrariamente a tanti che la credevano zitella, sposò nel 1918 l’orefice Luigi Di Maio, che morì dopo pochi mesi. In seguto si risposò nel 1925 con Vincenzo Scarano appuntato di Pubblica Sicurezza.

Nel 1931, dopo la parte nella rivista Una notte al Gatto nero, Tina Pica fu chiamata dai fratelli De Filippo al teatro Kursaal di Napoli, odierno teatro Filangieri, dove ricosse un gran successo. Sempre con loro fece tappa negli altri teatri napoletani, facendo qualche incursione nel cinema muto partenopeo, sempre con parti di caratterista.

Nel 1938 era nella compagnia teatrale di Vincenzo Scarpetta. Pochi sanno che aveva la capacità di imitare le voci maschili, come quelle di Federico Stella, di Raffaele Viviani e di Gennaro Pasquariello, ma anche femminili, come Elvira Donnarumma. Tina Pica era la quintessenza della comicità, e trovò molto spazio tra ruoli di caratterista, senza mai cadere nella “macchietta”. Il suo modo di parlare, i suoi intercalari, il suo talento naturale la resero cara a tutti: era una guitta di “razza”, incarnava la saggezza popolare, era insostituibile anche se non ebbe mai ruoli di protagonista assoluta

Lavorò con i grandi attori del teatro e della cinematografia di quegli anni, soprattutto con Totò, del quale era grande amica.

Tina aveva un caratterino particolare che le dava la capacità di dare sempre risposte pronte: non si faceva mai sopraffare. Infatti, seppur apprezzata sia da Eduardo  che da Luigi Pirandello, non subì mai le continue interruzioni nè i suggerimenti: arrivò persino a scontrarsi con loro. Pirandello smise di interromperla, Eduardo no. Peppino, invece, da uomo mite cercava di smorzare i toni.

Ad un certo punto si allontanò dalla Compagnia, proprio per affermare la sua autonomia, ma dopo un anno Eduardo andò a “riprendersela” in macchina – come lei aveva predetto – pregandola di tornare. Piccolina, non certo bella né interessata ad essere notata per il suo aspetto, Tina Pica era una donna indipendente che, forte della sua grande bravura, aveva il potere di creare dipendenza anche nei grandi intellettuali.

Nel 1953 si fece conoscere al grande pubblico con il ruolo di Caramella in Pane, amore e fantasia con Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida, la prima della serie di tre  commedie cinematografiche.

L’indimenticabile Tina Pica era molto cattolica: andava in chiesa ogni mattina e pregava più volte al giorno. Con i proventi dei suoi film,Tina, che non ebbe figli, faceva elemosine quotidianamente,  si prendeva cura degli orfani, delle ragazze madri, dei poveri e delle famiglie dei carcerati. Inoltre amava moltissimo i cani: li sfamava e li faceva curare se malati.

Nel 1960,  si ritirò dalle scene, pur conservando l’amicizia con i personaggi del mondo del teatro e del cinema, soprattutto con i De Filippo e Totò.

Rimasta vedova per la seconda volta, si trasferì al Vomero dal nipote Peppino. Prima di lasciare la sua casa si assicurò che in quella del nipote vi fosse spazio per allestire una cappellina. Infatti, una volta trasferita ogni mattina un sacerdote veniva a celebrare messa e a comunicarla. Devotissima a Gesù e alla Vergine Maria e a Santa Rita, tutte le sere recitava il rosario, con grande fede ma a modo suo, tra italiano, napoletano e latino maccheronico.

Fu sempre assistita amorevolmentee filiale dal nipote fino alla sua morte, il 15 agosto del 1968.

Le esequie furono modeste, così come lei lo era stata in vita. Fu comunque accompagnata nell’ultimo viaggio dai parenti, amici, registi. Colleghi e da una folla di persone: non solo ammiratori, ma le tante, tante persone che aveva beneficiato nella sua lunga vita.

 

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