La Real Fabbrica di coralli di Torre del Greco

Coralli, la lavorazione dell’oro rosso: il nostro autore questa domenica si sofferma su questa eccellenza del nostro territorio

di Lucio Sandon

Lo scenario che diede avvio all’attività della lavorazione del corallo in diversi centri marittimi italiani fu la migrazione dei maestri corallari di fede ebraica dalla Sicilia, dopo l’editto spagnolo del 1492 che sanciva l’espulsione delle comunità giudee da tutti i territori della corona d’Aragona.

A Genova giunsero maestranze siciliane che intrapresero la lavorazione di paternostri e più tardi di rosari i cui grani avevano semplice forma di grani arrotondati.

Alla volta di Livorno giunsero esuli ebrei sefarditi espulsi dalla penisola iberica, i quali, dalla fine del 1500 grazie alla Costituzione Livornina, videro garantite loro libertà di commercio e intermediazione. Più tardi, serbando memoria dell’intraprendenza commerciale e finanziaria della comunità ebraica di Livorno, re Carlo di Borbone richiamò i profughi ebrei nel Regno delle Due Sicilie con un editto datato 1740.

Ebrei trapanesi approdarono così a Napoli stabilendo propri fondaci, altri si stabilirono a San Giorgio a Cremano e a Torre del Greco, in osservanza dei regi decreti che stabilivano la residenza giudaica in ghetti propri o in luoghi fuori dalle mura cittadine.

Sui proscritti giunti nel Regno di Napoli si hanno prime testimonianze già nel 1477 riferite all’ebreo Hisach, che esportava corallo da Trapani. Nel 1504 ad Amalfi, Sebastiano Giuliano si associò con l’ebreo trapanese Marco Giovanni Zeza, sempre per la produzione di «pater nostri deli gruossi et piczoli

A partire dalla seconda metà del XVI secolo, a Napoli fiorì la mania di collezionare oggetti in corallo, rintracciabile in numerosi lasciti testamentari e documenti contrattuali di famiglie aristocratiche e negli archivi dei più importanti ordini religiosi.

In alcuni inventari appartenenti ad ordini ecclesiastici si evince che nei tesori ecclesiali erano conservati diversi manufatti in corallo: dai semplici paternostri e corone donate ai santi protettori, alle composizioni più complesse.

In altri registri della casa d’Aragona stilati nel 1554 dopo la morte di donna Mencia de Mendoza, seconda moglie di Ferdinando d’Aragona, compaiono alcuni pendenti in corallo montati in oro, a fianco di un cammeo con la «testa di Julio Cesare in un tondo di oro filigranato con sua maglietta de oro» e un ciondolo raffigurante «San Michele con lo diavolo ali piedi con sua targa e lanza»

Nell’ambito territoriale partenopeo è doveroso fare distinzione tra la lavorazione del corallo e l’attività della sua pesca. Per quanto riguarda la raccolta del corallo una serie rilevante di documenti d’archivio dimostrano il progressivo sviluppo dell’attività di pesca a partire dalla metà del XV secolo.

Le coralline di Torre del Greco gareggiarono con quelle siciliane, liguri, provenzali e catalane per la supremazia della pesca nel Mediterraneo, inizialmente lungo le coste dell’isola di Capri, della Corsica, della Sardegna e della penisola sorrentina, e successivamente nei fondali dell’Africa settentrionale.

Nel XV secolo la flotta di coralline torresi contava già numerose imbarcazioni, e i feudatari locali tentarono di imporre dazi sulla pesca, sicuri di ottenere lucrose entrate. Antonio Carafa nel 1500 cercò di imporre una gabella sul corallo in arrivo al porto di Torre del Greco, ma la ribellione dei pescatori, che si appellarono al Tribunale vide esito positivo solo dopo 25 anni, e tuttavia il provvedimento dissuase altri tentativi da parte dei baroni di porre dazi sul corallo pescato.

Agli inizi del seicento le maestranze coinvolte nella pesca del corallo e l’entità del pescato avevano raggiunto dimensioni ragguardevoli, tanto che i marinai torresi decisero di associarsi in una congregazione che trovò la sua prima sede nella chiesa di Santa Croce.

All’associazione, che può essere ritenuta la prima cassa di mutuo soccorso per i marinai, venne affidata la ventesima parte del guadagno di ogni barca, garantendo così alle famiglie dei confratelli un sostegno economico in caso di calamità e malattie, assumendosi i costi delle esequie e delle doti delle figlie dei confratelli più indigenti.

Nel 1669 la confraternita devozionale, che aveva raggiunto una solidità economica, prese l’appellativo di “Monte Pio dei Marinai e Pescatori”, con rinnovate finalità di reciproca assistenza e mutuo soccorso tra i soci, istituzione che manterrà la sua finalità assistenziale fino al secondo dopoguerra.

Fino a tutto il XVIII secolo il corallo grezzo pescato dai torresi veniva inviato in prevalenza a Livorno da dove, lavorato, era inoltrato verso i mercati occidentali ed orientali. Nel ‘700 Livorno grazie ai mercanti ebrei divenne il maggior centro di raccolta e di scambio, oltre che di lavorazione del corallo.

Per contrastare il monopolio commerciale di Livorno e Genova si fece strada nei torresi l’idea di intraprendere una lavorazione sistematica del corallo grezzo proprio a Torre del Greco. L’esigenza, già avvertita nella seconda metà del Settecento, si inserì nell’ambito di quel vasto programma dei Borbone orientato allo sviluppo dell’artigianato locale. Inizialmente tale esigenza si espresse in una disposizione del 1787 che ridusse drasticamente l’imposta sul corallo grezzo, e due anni dopo si giunse alla redazione del “Codice Corallino e dello Statuto della Compagnia”, nel quale si sosteneva la necessità di non vendere più il greggio a Livorno, dove «quei negozianti ebrei si arricchiscono alle spalle dei pescatori torresi», come scriveva il giurista Michele De Iorio, autore con altri del Codice e dello Statuto, proponendo di istituire una fiera nel Regno e di avviare fabbriche per la lavorazione «di una si ricca produzione del mare».

La Compagnia del Corallo entrò in vigore nel 1790 dopo la promulgazione del Codice, con l’intento di avviare una fabbrica a Torre del Greco, richiamando da ogni dove «quelle persone più proprie al lavoro di una mercanzia così preziosa».

Fu il marsigliese Paul Barthèlemy Martin, direttore della Reale Compagnia d’Africa, a saper cogliere le condizioni favorevoli di quelle circostanze: il decadimento delle manifatture a Marsiglia e Genova, il grande potenziale di pesca dei torresi, la volontà borbonica di agevolare l’impresa nel settore corallino e il progressivo diffondersi della moda del corallo in Europa.

L’8 aprile 1805 il Martin ottenne da Ferdinando IV una privativa decennale per avviare la prima fabbrica di lavorazione del corallo a Torre del Greco, esente da ogni dazio doganale. Nel contempo si vietava a chiunque di contraffare la produzione della Real Fabbrica di Coralli della Torre del Greco, come fu nominata la fabbrica del Martin.

L’esercizio di questa manifattura, operante fino al 1807 con un centinaio di lavoranti solo a Torre del Greco e più tardi anche nell’opificio al Real Albergo dei Poveri di Napoli, ebbe il merito di formare artisti che ebbero un ruolo significativo per il prosieguo dell’oreficeria napoletana in corallo nel corso del XIX secolo.

La Real fabbrica aveva la sua bandiera: sopra uno scudo azzurro c’era una torre tra due rami di corallo, sormontati da tre gigli borbonici d’oro

Le creazioni del Martin non si limitarono alla lavorazione di granuli, olivette o sfere, ma si estesero all’incisione di sculturine e soprattutto cammei, destinati prevalentemente a gioielli in linea con la moda dell’Impero, abilmente intagliati nel gusto neoclassico da maestri incisori. Ben presto alcuni di loro appellandosi alle normative sulle arti liberali si staccarono dall’impresa del Martin, per iniziare una propria attività.

Nei primi decenni del secolo, l’attività della Real Fabbrica attirò l’attenzione di gioiellieri di altri stati europei quali il Claire, gioielliere di casa Savoia, che cercò invano di convincere il sovrano ad avviare una manifattura simile nell’isola di Sardegna, assai pescosa di corallo.

L’attività del Martin nel napoletano trovò collaborazione in Filippo Rega, il direttore dell’Opificio delle Pietre Dure, che tra il 1809 e il 1811 fece eseguire un guéridon oggi conservato al Musée National du Château de Fontainebleau, con il piano a scacchiera in commesso di pietre dure e legno pietrificato.

Carolina Murat indossa una parure di coralli e perle proveniente dalla Real Fabbrica de’ Coralli di Torre del Greco, (Museo Carnevalet)

L’entusiastica ammirazione di Carolina Bonaparte Murat, Regina di Napoli e delle due Sicilie, per le manifatture in corallo napoletane, contagiò la corte napoleonica francese che, dall’inizio dell’Ottocento influenzò altresì la moda del gioiello “da giorno” dei ceti emergenti in tutta Europa. Il corallo divenne di gran moda in forma di cammeo o perla ad ornare parure, diademi e pettini, liscio e sfaccettato in lunghe collane e pendenti orecchini, perfetti per i nuovi canoni della moda “stile Impero”, che trovava ispirazione nei modelli della classicità. Tra questi, un pettine e un diadema in argento dorato e corallo, appartenuti a Letizia Murat, secondogenita di Carolina, oggi conservati al Museo Napoleonico di Roma.

Presso lo Chateaux de Malmaison et Bois Préau a Rueil Malmaison è conservata una parure appartenuta alla Regina Ortensia, composta da un bracciale realizzato in oro, articolato in sette segmenti, quattro dei quali costituiti da cammei circolari in corallo mediterraneo contornati da un giro di piccole perle.

Monili in corallo mediterraneo, l’unico ad essere lavorato in quegli anni, compaiono sovente anche nelle celebri riviste di moda a corredo di mise sofisticate o popolari. Il corallo si presentava liscio e sfaccettato in vezzi giro collo, in sautoir avvolti in più giri, in lunghi orecchini pendenti o in preziosi diademi e pettini a completamento delle acconciature che volevano la nuca scoperta.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio.

Notevole è il suo penultimo romanzo, “La Macchina Anatomica”, Graus Editore, un thriller ambientato a Portici, vincitore di “Viaggio Libero” 2019. Ha già pubblicato il romanzo “Il Trentottesimo Elefante”; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: “Animal Garden” e “Vesuvio Felix”, e una raccolta di racconti comici: “Il Libro del Bestiario veterinario”. Il racconto “Cuore di figlio”, tratto dal suo ultimo romanzo “Cuore di ragno”, ha ottenuto il riconoscimento della Giuria intitolato a “Marcello Ilardi” al Premio Nazionale di Narrativa Velletri Libris 2019. Il romanzo “Cuore di ragno” è risultato vincitore ex-aequo al Premio Nazionale Letterario Città di Grosseto Cuori sui generis” 2019.

Sempre nel 2019,  il racconto “Nome e Cognome: Ponzio Pilato” ha meritatola Segnalazione Speciale della Giuria  nella sezione Racconti storici al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno, mentre il racconto “Cuore di ragno” ha ricevuto la Menzione di Merito nella sezione Racconto breve al Premio Letterario Internazionale Voci – Città di Roma. Inoltre, il racconto “Interrogazione di Storia”  è risultato vincitore per la Sezione Narrativa/Autori al Premio Letizia Isaia 2109. Nel 2020 il libro “Cuore di Ragno” è stato premiato come Miglior romanzo storico al prestigioso XI Concorso Letterario Grottammare

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