La recensione, Captain fantastic

di FRANCESCO “CICCIO” CAPOZZI

Nei boschi profondi della Stato di Washington, USA si aggira la famiglia di Ben: lì ci vive, lui coi sei suoi figli e figlie di età comprese tra diverse generazioni, come se il mondo cosiddetto civile non esistesse.

Autosufficiente, Ben trae sostentamento dall’ambiente; leggono, riflettono, discutono, si allenano. Ma la morte della madre li costringe a muoversi.

Nell’articolato e frastagliato panorama della cultura americana c’è una viva, benché carsica – nel senso di sotterranea che ogni tanto riappare… – e minoritaria componente utopico-libertaria, che oggi potrebbe rientrare in un’architettura di pensiero d’ispirazione ambientalista.

Basti pensare al filosofo ottocentesco Ralph Waldo Emerson e alle Comunità simil-socialistiche che fecero riferimento a lui. E di esse si parla anche in qualche romanzo di Nathaniel Hawthorne. Oppure al singolare e ribelle scrittore Henry David Thoreau, ispirato dal filosofo, ma di fatto autonomo.

Indubbiamente è un pensiero elitario, ma è una corrente ancor oggi viva. Il cinema americano da tempo affronta le tematiche dell’ecologia e del confronto ambientale, e non è una forzatura pensare che gli sceneggiatori di Hollywood lì abbiano trovato ispirazione e/o una continuità culturale e terreno fertile di indicazioni da utilizzare nel cinema.

In questa prospettiva viene da pensare al film Into the wild-Nelle terre selvagge (‘07) di Sean Penn, in cui l’afflato utopico-critico rispetto alla società postindustriale odierna, è simile a quello di Captain fantastic, anche se affrontato in chiave e con esiti diversi. Insomma: il film (USA, ‘16) non nasce all’improvviso, ma è all’interno di una ben identificata tradizione culturale e di pensiero. E ciò affermo non per sminuirne l’originalità: tutt’altro.

Il regista e sceneggiatore è Matt Ross: benché attivo nel cinema da tempo come attore “di seconda fila” ( cit. Valerio Caprara), non è mai stato baciato dal successo; e questo è il suo secondo film da regista.

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Ma cosa caratterizza il film? L’incrocio tra la vita vissuta realmente in quelle condizioni e la sua trasfigurazione poetica. Sia il regista che l’attore protagonista, lo “splendente” e bravissimo Viggo Mortensen, hanno avuto concrete esperienze di vita simil hippy, grazie a genitori molto particolari. E in effetti la descrizione del capofamiglia Ben è troppo accurata e realistica, a parte gli apporti dell’attore che lo interpreta, per non avere elementi di vita vissuta.

Solo una forte e complessa personalità poteva sostenere il peso di quelle scelte che coinvolgevano numerose esistenze. Egli lo fa con disinvoltura e fluidità comportamentale. Come se fosse la cosa più naturale del mondo vivere completamente isolati, lontani da tutto: non avvertiamo niente di posticcio in questa sicurezza comportamentale, che dà forza e senso di appartenenza a tutti i membri della famiglia.

E anche l’evidente consapevolezza culturale che li caratterizza, a parte le ragguardevoli qualità intellettive, non è intellettualistica: ma frutto di una visione organica e motivata delle strategie educative.

Ed è merito della esemplare compiutezza della bella sceneggiatura, l’aver tratteggiato questo insieme di situazioni così insolite in modi

cumulativi credibili e motivati. Tuttavia, il confronto/scontro con la civiltà è ineludibile. E Ben, nonostante tutte le velleità, comprende, da persona intelligente e in buona fede, l’impossibilità di assicurare un futuro ai membri della famiglia.

Il suo scontro con Jack, il suocero e nonno dei ragazzi, ha il senso di un dissidio con la realtà: il personaggio dell’anziano, interpretato dal veterano Frank Langella, è anch’esso piuttosto complesso, e non facilmente moralistico.

Il finale è stato attaccato: eppure, a mio avviso, ha una sua coerenza. Se pensiamo al film Mosquito coast (‘86) di Peter Weir, in cui c’era lo stesso una famigliola che il padre (Harrison Ford) voleva portare a tutti i costi  “fuori” della portata della società moderna corruttrice, nella natura incontaminata, ma che finisce col creare peggiori e più pericolosi disastri ambientali. Qui invece vediamo che il finale si apre alla speranza.

Ci può essere della follia autodistruttiva nell’ossessione contro il progresso: Peter Weir è australiano e meno corrivo alle finezze paraintellettuali, e ciò ci dice con icastica chiarezza. Mentre a Ben ciò che in definitiva importa è l’affetto tra loro; e si può restare critici anche frequentando le scuole.

C’è quel lungo silenzio a tavola proprio sul finale, in cui il padre guarda con occhi colmi di assoluta tenerezza i figli “finalmente” seduti ad una tavola e in un casa “normali”, mentre si apprestano ad andare a scuola, che dà filmicamente senso a tutto ciò che ora sta facendo.

Da notare la qualità della fotografia, il cui direttore è il francese Stéphane Fontaine. Nelle sequenze full wild ricorda il nostro Vittorio Storaro (“citato” direttamente con i colori di caccia dell’inizio da Apocalypse Now): la natura ha una sua personalità vivente che si nota, anche al buio, attraverso le numerose e cangianti sfumature cromatiche. Mentre il comparto “civile” della narrazione ha forme geometriche fin troppo accentuate e colori lisergici.

Anche i costumi del film sono particolarmente azzeccati: curati dalla “tarantiniana” Courtney Hoffman, accompagnano e conclamano, nella ricca e viscerale fantasiosità fuori dal tempo e dalle mode, l’essere diverso di ognuno dei membri della famiglia di Ben.

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