La Recensione, A casa tutti bene

di Ciccio Capozzi

A casa tutti bene. Nella villa di Ischia, si festeggiano le Nozze d’Oro di due anziani e benestanti ristoratori. Sono invitati tutti: figli con mogli nuove e precedenti, nipoti con nuove compagne, amiche d’infanzia. Ma un fortunale li costringe a prolungare la permanenza e a convivere in spazi ristretti: ciò li porta a confronti tra tutti loro, tenuti sopiti o nascosti, incalzanti e ineludibili. Dopo la parentesi americana, il regista Gabriele Muccino, con questo film (ITA, ‘18), sembra che sia definitivamente tornato da noi.

È un’opera molto corale con tanti attori, una ventina, e tante storie, e molto difficile da gestire. Innanzitutto in sede di sceneggiatura: perché si tratta di dare spazio a motivazioni e comportamenti di molti personaggi, ognuno con una sua definizione di personalità, che deve essere chiara in pochi tocchi caratterizzanti. E, soprattutto, non solo che non scavalchi e annulli gli altri, ma che possibilmente, nel senso della fluidità del racconto, sia in grado di sostenersi l’uno con l’altro. In questo, Muccino, anche sceneggiatore di A casa tutti bene insieme a Paolo Costella, ha fatto un lavoro egregio. Da notare che Costella ha lavorato alla splendida sceneggiatura di Perfetti sconosciuti (‘16), opera anch’essa molto corale e basata su premesse narrative e ambientative (un’unica location), molto difficili, poi brillantemente risolte.

La forza del film A casa tutti bene di Muccino è che il punto di vista unificante dell’autore riesce ad emergere con chiarezza: egli è profondamente pessimista sulla capacità della famiglia tradizionale di assorbire le trasformazioni che avvengono negli individui che la compongono. Il nomadismo sentimentale – come è stato intelligentemente definito – dei maturi post-quarantenni che ora popolano questo scenario para-autobiografico, è lontano dall’arrembante attacco alla vita che caratterizzava la quasi biologica e feroce spinta vitale dei trentenni di L’ultimo bacio (2000) e di Ricordati di me (‘03), che si camuffava per i freschi quarantenni di Baciami ancora (‘09), in un atteggiamento un po’ sull’autoillusorio. Ora si frantuma definitivamente come fanno le onde inclementi del mare di Ischia, dove è ambientato il film.

Però, attenzione: il pessimismo è sorretto da una lucidità intellettuale e da una sorta di equilibrio personale che non lo fa andare nel moralismo o nel bieco fatalismo. Nel suo osservare entomologicamente i personaggi, con rigore e spietatezza, non perde mai il senso della loro umanità e complessità: in definitiva della loro fragilità cui egli è vicino ed osserva con comprensione. Riesce ad essere sempre “aperto” nell’aggregare più elementi diversificanti la loro personalità che non risultano mai univoci. Faccio l’esempio di Riccardo, molto ben reso da Gian Marco Tognazzi, che fa pure il pagliaccione per ingraziarsi i suoi parenti.  Noi vediamo il suo contrapporsi alla famiglia da cui ha avuto benefici, e da cui è stato, di fatto, allontanato, perdurando ad avere problemi economici. E benché ora gli sia negato dalla famiglia l’aiuto, perché inaffidabile, come personaggio ma soprattutto come persona, ha un suo guizzo di identità e di dignità. E ciò grazie al rapporto con la moglie Luana, incinta, più giovane ma più lucida e distaccata. L’attrice Giulia Michelini ne dà una prova di convincente, energica e vibrata sincerità.

La complessità di questo approccio è tale che Muccino-Costella ci presentano i materiali che riguardano i due: ma non trae alcuna conclusione. Lascia “che essi vivano” nel nostro immaginario, così come sono. È evidente che qui l’amore ha una sua forza non basata sulla momentanea attrattiva: il rapporto appare più profondo, e la nascita del figlio appare come un segno di scelta più forte.

A me, comunque, Gian Marco ha ricordato il padre, Ugo, in un ruolo di guitto di varietà, di angosciante e pur grottesca drammaticità, che piativa un aiuto, una quasi elemosina, in una festa con dei produttori, con modalità analoghe, in Io la conoscevo bene (‘65) del troppo prematuramente scomparso Antonio Pietrangeli: la cui protagonista era proprio una giovanissima Stefania Sandrelli, qui in un importante ruolo comprimario. E la stessa Sandrelli, che in A casa tutti bene è la nonna, mostra come il suo rapporto sia stato cosparso di lagrime e tradimenti che lei ha sopportato in nome dell’unità della famiglia. Ma che oggi è un feticcio improponibile. E del resto i due coniugi si ritrovano soli, nella più totale indifferenza e vacuità, come su una scena da teatro, in mezzo ai veli sbatacchianti al vento del giardino sul mare, mentre tutti vanno via.

Come pure é di grande forza la personalità narrativa dei due, Massimo Ghini e Claudia Gerini, alle prese con l’Alzheimer di lui: anche qui prevale una considerazione drammatica che vede nell’amore, sia pur in condizioni di grande difficoltà e sofferenza, il suo manifestarsi come aiuto reciproco. E anche questa storia appare in parziale conflitto con la visione più pessimistica sull’ineluttabilità delle crisi sentimentali e/o coniugali: ma è proprio questa la complessità e non univocità che è proposta dal regista.

La vicenda più emblematica è quella di Pier Francesco Favino e della sua nuova moglie, Carolina Crescentini che non riesce ad essere distaccata dalla precedente, Valeria Solarino, verso cui prova un rancore sordo e immaturo: sostanzialmente traccia della sua sostanziale fragilità di persona. Ex moglie invitata dalla madre di lui per un malinteso, sordo e bigotto senso di continuità familiare.

Stefano Accorsi è l’intellettuale Peter Pan che ritorna: lo stesso Muccino? Forse trova in una sua fiamma dell’adolescenza una fotografia che è in movimento e si adegua al suo vissuto. Personaggio assai simpatico è quello di Sabrina Impacciatore (che ha collaborato alla sceneggiatura) nel suo rapporto con la famiglia di provenienza: è lei il Lare che protegge la continuità col passato; anche se il marito, il simpatico e cialtronesco Gian Paolo Morelli, sembra sull’orlo della crisi. Ma sono gli adolescenti la speranza dell’amore, che il regista ritrae, benché con disincanto, anche contemporaneamente, con delicata partecipazione, freschezza e generosità. Il regista notoriamente predilige i piano sequenza: ovvero quelle inquadrature, anche in movimento, che non spezzano il dire degli attori.

Però il montaggio di Claudio Di Mauro, che ha già lavorato con il regista, riesce ad accompagnare questo tipo di narrazione, dando ritmi svelti e serrati ai dialoghi. La fotografia in stile hollywoodiano-italiano, come l’ha definita lo stesso Muccino, è del bravo operatore americano Shane Hurlbut, conosciuto e apprezzato sul set di Padri e figlie.

 

Ciccio Capozzi, già docente del Liceo Scientifico

porticese Filippo Silvestri, è attualmente

Direttore Artistico del Cineforum

dell’Associazione Città del Monte|FICC al

#Cinema #Teatro #Roma di Portici.

 

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