La recensione, Elle

di Francesco “Ciccio” Capozzi

Parigi, giorni nostri: Michèle, una donna matura e indipendente, viene violentata nel suo appartamento. Per quanto shockata, non denuncia alla polizia l’accaduto; cerca di scoprire chi sia il violentatore, ma non per vendicarsene …

Paul Verhoeven, il 77enne (cu bbona salute!…) autore di questo film (FRAN-GERM, ‘16), è un regista che lascia interdetti, essendo molto difficile da inserire in una qualche categoria delineata. Generalmente non è considerato un autore di quelli intellettualmente “pesantoni”: non ha mai disdegnato film commerciali, anzi, molti dei suoi titoli hanno conseguito successo internazionale, da lui fortemente perseguito.

Ma … è propriamente in questi che si nasconde l’inghippo, la segreta vocazione a fare film originali. Prendiamo due suoi titoli molto emblematici: Basic Instinct (‘92) e Starship trooper (‘97).

Il primo era un buon noir reso torrido dalla ostentata bellezza provocatoria di Sharon Stone, la cui pervicace sfida alla società e ai suoi poteri metteva in crisi e annichiliva il povero Michael Douglas e tutti i benpensanti.

Il secondo era una coloratissima sarabanda spaziale, in cui l’apparente rispetto delle forme d’azione – molto pop – del testo di partenza, un classico romanzo di Robert Heinlein molto in linea con gli standard hollywoodiani, viene travisato da una corrente continua e sotterranea di riferimenti alle ossessioni sessuali, all’omosessualità, alla critica delle autorità e alla messa in evidenza di aspetti grotteschi inerenti alle retoriche militari presenti e future. Alcuni considerano il film del ‘97 un capolavoro.

Su queste coordinate tematiche è da inquadrare, anche se con estrema difficoltà, la pregnanza del film del 2016. Elle, resentato a Cannes, suscitò soprattutto perplessità: anche se l’interpretazione di Isabelle Huppert fu da subito considerata di altissimo livello. E difatti il film non solo gira, ma si regge totalmente sulla sua personalità.

Ma Elle è un bel film? Sì. A mio avviso è un film notevole, d’autore. Ma è di una bellezza misteriosa, che si sviluppa su una narrazione apparentemente sconnessa, che parte e si radica nella complessa e combattuta personalità della protagonista, dei suoi traumi passati, del suo presente, delle sue relazioni. Lei è figlia di un serial killer: premuroso genitore in famiglia, quanto crudele con le vittime.

Da bambina, avendo saputo dell’arresto e della vera identità del padre, ha dato fuoco alla casa: la sua foto, di una bambina decenne, spiritata e sconvolta, mentre la casa è in cenere, ricorda quella famosissima della bambina afghana che scappa dalla guerra.

È chiaro che i traumi subiti l’hanno segnata. Ma lei ci convive con apparente noncuranza: separata, ha un figlio adulto, che lei di fatto mantiene e che sembra tanto ingenuo da rasentare la dabbenaggine. È proprietaria di una game house specializzata in giochi ad alta densità erotica, che lei guida con pugno di ferro: ex scrittrice, ha trovato in questo lavoro sicurezza e appagamento creativo. Ha un rapporto molto profondo, peraltro con forti tinte saffiche, con la sua socia e migliore amica ma di cui “si tiene” il marito, anche se solo come trombamico. L’amica però, avendolo saputo, la perdona. Ha una particolare anche se controllata attrazione – ricambiata – col suo vicino dalla moglie iperbigotta.

Le ricerche dello stupratore fatte da Michèle la portano ad un incontro: lo rivede e non si sa se prevale il masochismo e l’attrazione per il perverso, o la “semplice” curiosità esistenziale, come di un’entomologa, che vuole collezionare esperienze ed emozioni diverse, tutte all’insegna del disinteresse e dell’anaffettività. Ma questa pare mitigata dal rapporto coll’ex marito e col figlio, che appaiono forti.

Insomma, Elle è davvero un pozzo senza fondo, a più strati e vie d’uscita. Ma, allora, che tipo di donna è? Premesso che è tratta da un romanzo (Oh di Philippe Dijan) quindi l’articolazione delle contraddizioni ha il tempo di espandersi nei modi più raffinati e preclari. La compressione nell’immagine narrante/narrata può svilupparsi solo grazie a due elementi: la precisione della sceneggiatura e la prestazione della protagonista. La grande Isabelle Huppert “sopporta” tutti questi elementi, come se fossero sempre compresenti e tutti insieme operanti nel suo porsi di fronte alla vita.

La loro carica sarebbe dirompente: ma lei invece vive con successo un’esistenza banalmente conformistica, con le relazioni a livello di riuscita sociale; ed è da tutti accettata e ben considerata. Noi sentiamo Michèle spesso ironica: innanzitutto su sé stessa, ma anche nei confronti degli altri e delle avversità. Fortemente concentrata su di sé osserva con quella costante curiosità di bambina “interrotta” (segnata dal trauma paterno), lo svolgersi del mondo, cui lei partecipa con distacco e una punta di crudeltà ma con la lucida consapevolezza di poterlo, se non dominare, almeno confrontarsi positivamente, senza dover (più) soccombere.

Michèle è una calamita che attrae le nevrosi e patologie altrui, di cui peraltro è in grado di cogliere con lucidità e chiarezza le dinamiche. Che poi riesce a utilizzare come momenti di crescita: così ha “dovuto” fare, del resto, se voleva sopravvivere alla distruzione portata dal padre. E questa è un leit motiv che è continuamente presente al suo essere, senza mai (ribadisco: mai) diventare moralistico o mélò. C’è un’energica dimensione di freddezza e di controllo, ma insieme ad altre componenti.

L’apporto al personaggio della Huppert è fondamentale: non è solo “brava”, ma concreativamente ispirata. Ha una potenza e un fascino magnetici: a dispetto della sua minuta corporatura, invade continuamente e completamente lo schermo e la nostra fantasia. Per questa performance ha collezionato premi a iosa; è stata candidata agli Oscar ‘17.

Lo sceneggiatore David Birke è americano, e si è sempre posto di fronte a personalità non lineari nei suoi lavori. Qui è bravo nel rendere evidenti i passaggi e le motivazioni della protagonista, pur nella loro apparente contraddittorietà: soprattutto ha permesso ai dialoghi della Huppert di far uscire in chiave ironica i numerosi aspetti della sua personalità. Ma, ed è stata la cosa più difficile, senza farli diventare conflittuali. Assorbendoli nell’unicum coerente e armonico, nonostante tutto, di una personalità atipica e geniale.

Le atmosfere grafico-visuali (la fotografia e l’art direction) sono in grado di darci uno spaccato sociale dell’alta borghesia, ma “fermato” in una sostanziale impotenza ad affrontare, sotto un velo di conformistica ipocrisia, nevrosi diffuse, profonde, quanto negate. Il regista lo dice senza scandalizzarsi ma con appropriata chiarezza, il che rende addirittura la personalità della protagonista perfino accettabile.

La sequenza finale, ambientata in un cimitero, nel suo apparente “happy end”, è tutto, fuorché, almeno rispetto alla morale corrente, rassicurante.

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