La Recensione, Gatta cenerentola

di Francesco “Ciccio” Capozzi

Napoli, giorni nostri, in una nave alla fonda vive la piccola Cenerentola, dopo che Vittorio Basile, l’industriale visionario, ucciso in circostanze misteriose, l’ha lasciata orfana, nelle mani della bellissima e ambigua matrigna e della sua violenta figliolanza. La nave, Megaride, fa parte di un grande piano d’investimenti e di riscatto culturale di Napoli, andato in frantumi per la sua morte.

Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Rak sono i registi e sceneggiatori di questo splendido film d’animazione (ITA, ‘17), interamente made in Naples, presso gli Studi della Mad Entertainment. Colui che ha coordinato il tutto è il vulcanico imprenditore e gestore cinematografico napoletano Luciano Stella: la sua è una figura di producer creativo, colto e amante del cinema, che ha dato impulso a questo e altri film della Mad, trovando un percorso originale e innovativo all’interno della creatività e cultura partenopea, di cui è parte.

Con quest’opera Luciano Stella e i suoi autori sono definitivamente usciti da quell’aura di aristocratica intellettualità che ha caratterizzato la produzione precedente, pur valida e interessante, della Company. O, per meglio dire, hanno saputo collegare gli alti livelli di cultura, non solo cinematografici, presenti e orgogliosamente definenti la loro identità, in contesti narrativi di presa emotiva, con personaggi e situazioni dotate di autentica forza, sia umana che narrativa e tematica.

Voglio dire: nella struttura narrativa del film, i suoi rimandi vengono da lontano. Ad esempio, c’è molto cinema noir, sia USA che francese, nel personaggio della Matrigna e nel suo ambiguo e distruttivo rapporto c’o Rre, molto ben sostenuto dalla voce forte, vissuta e sensuale di Maria Pia Calzone. Però è anche figlio della Sceneggiata, di quei personaggi femminili immortalati nei film con Mario Merola e altri. Inoltre affiorano anche elementi diegetici ancora più remoti: penso alla Fedra, più che di Euripide, di Racine, col suo carico di complessità e mancate certezze (più che vere incertezze) psicologiche. Però l’insieme è calato in un gioco narrativo libero e inarrestabile: non diventano diaframmi intellettualistici.

Così anche il cattivo, interpretato dalla voce di Massimiliano Gallo, attore di grande duttilità, è reso con folle e contemporaneamente fragile protervia: ma anche questa complessità è inglobata nel generale.

Assai potenti e originali sono l‘uso e la raffigurazione della Nave. Qualche critico ha parlato di rimandi a BladeRunner: a me invece ha fatto pensare alla profondità, oscura, stratificata, densa di oggetti e minacciosa della Nostromo, la nave di Alien. Comunque è da mettere nella dovuta positiva evidenza la valenza di “personaggio”, non mero e passivo contenitore della fabula, della nave.

In queste coordinate si sviluppa la crescita della ragazzina protagonista: c’è la complessità del suo personaggio di adolescente in cerca di una sua via. Essa si manifesta tra i rimandi alla personalità amata dello scomparso padre, pur tuttavia presente nelle forme monaciellesche (quindi di rimando alla cultura popolare) di entità benefica, e la sua ricerca di affetto, perfino da parte della Matrigna.

Inappuntabili il montaggio e la direzione della fotografia.

Vorrei concludere facendo mie le parole sul personaggio di Vittorio Basile (che mette insieme e rimanda a Vittorio De Sica e Giambattista Basile, l’autore secentesco della novella, il visionario padre di Cenerentola, dette nel film da Primo Gemito: «Se non fosse per quelli che ne fanno una questione personale, questo mondo sarebbe abbandonato a sé stesso». Roberto Saviano ha giustamente letto in queste una nota non moralistica di speranza e di riscatto collettivo per la nostra città, che viene dalla fantasia che diventa imprenditoria e immaginario sociale.

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