La Recensione, Il premio

di Ciccio Capozzi

Il premio: Lo scrittore Giovanni Passamonte, deve andare a ritirare il Premio Nobel di cui è stato insignito. Per una serie di contingenze saranno i figli, avuti da due madri diverse, ad accompagnarlo in auto in un lungo e movimentato viaggio, insieme al suo segretario tuttofare. È proprio difficile sopravvivere a genitori così ingombranti, come è detto nel film (ITA-DANIM, ‘17), da Alessandro Gassman, suo regista, sceneggiatore – insieme a Valter Lupo e Massimiliano Bruno – e protagonista: perché è chiaro che lo scrittore è la controfigura di Vittorio, il grande attore suo padre.

A me il giovane Gassman è perfino più simpatico dell’altro. Senza pipparsi chissà che, sta affrontando il suo percorso esistenziale e professionale con semplicità ed umiltà. Attore provvisto di personalità e di talento, Alessandro è stato talmente oppresso fin dalla sua infanzia, che la stessa sua esistenza di autore di cinema è un miracolo. Il padre lo rimproverava continuamente, con «parole che non capivo», come lui stesso ha dichiarato, per la sua ignoranza e i continui insuccessi scolastici: «incapace come una capra».

Ma è grazie a questa resistenza passiva che Alessandro Gassman è potuto sopravvivere. Mentre Vittorio eccelleva in tutto, scuola e sport compresi, lui si è sempre “astenuto”, come il famoso personaggio melvilliano dello scrivano Bartleby. C’è una vera e propria epica della resilienza, in questo suo modo di opporsi in silenzio e con continuità, all’invadenza assoluta e invincibile della personalità paterna. E che probabilmente l’ha salvato dalle nevrosi. Quello spirito di negatività cui era associato, con continuità e severità, e secondo me con una certa qual dose di noncurante cattiveria da parte del padre, gli ha fatto creare un guscio protettivo permettendogli di ritagliarsi una sua personalità, un suo spazio lontano dalle interferenze paterne.

Alessandro era tacciato di mediocrità, dal genitore totem inarrivabile e intangibile, che però appariva solitario e lontano nella sua aura di vate. E grazie a questa mediocrità apparente, Alessandro rivela intelligenza e personalità, nel modo di porsi rispetto al Maestro. Si è difeso.

Nel film Il premio c’è tutto questo. Però c’è anche il suo superamento. Arrivato all’età piena dei 52 anni, lo è anche alla necessità interiore di realizzare un bilancio più articolato: più profondo e in grado di individuare con una grana più ricca e sottile la figura del genitore interiore, quello della memoria di Vittorio che abita dentro di lui.

E questo è il fascino, direi profondo e segreto, di Il premio: la sua sincerità e delicatezza.

Per farci capire queste dialettiche, nel film, il figlio si dimostra ancora più ignorante di quello che forse era: ferrato solo in sport e calcio, era di un’ingenuità e di una disistima verso sé stesso al limite del masochismo e dell’insipienza, nei rapporti con la moglie.

Il padre è interpretato da Gigi Proietti, che è stato amico di Vittorio. Fondamentalmente è egoista e narcisista e molto solo: a dispetto delle numerosissime donne da lui amate e dalla numerosa famiglia che, in un qualche modo, gira attorno a lui. Avverte che il successo è una droga che genera grave e severa dipendenza: però dall’esperienza di questo viaggio ha tratto la tardiva ma giusta morale che la sua stessa figura, di grande intellettuale, che sembra di un saggio che deve per forza essere individualista e attento solo a guardarsi con snobistica alterigia l’ombelico, che non ha alcun senso se non è disposta a rendersi partecipe della normalità, dell’insieme dei suoi simili, della mediocrità collettiva di cui è parte, appena smette di pontificare e di scrivere, magari, in forme leggermente diverse, sempre lo stesso libro. Questo credo che sia il senso del discorso di ringraziamento quando riceve il premio.

Il fatto che Alessandro attribuisca al padre Vittorio una consapevolezza così acuta ha a che fare col tipo di memoria che ha ricostruito dentro di sé su quella figura, del tipo di bilancio che lui, figlio, ha tentato di fare con la presenza del padre, morto nel 2000 a 78 anni. E che ora egli si è sentito in grado, finalmente, di affrontare. C’è molta delicatezza, ma anche molta profondità in questo approccio.

Aproccio che a noi viene reso con la leggerezza della commedia: attraverso la ri-traduzione di un road movie , che è di per sé un omaggio al padre, ha attraversato e ricostruito, come nella metafora di una specie di pellegrinaggio, molti aspetti di diversi momenti del vivere stesso proprio di Vittorio. Soprattutto i suoi incontri con alcune delle donne più importanti della sua vita: una delle quali riserva ancora una sorpresa…

Alessandro si è costruito un ruolo molto complesso: di eguale articolazione la figura della sorella blogger e ”manipolatrice” (così la chiama il padre) e fallita scrittrice, interpretata da Anna Foglietta. Tutti e due orfani di un padre ancor vivo ma che, se pur da lontano, è in grado di cogliere i passaggi essenziali del loro crescere. In questa famiglia irrompono anche il nipote e la sua fidanzata, una Matilda De Angelis fresca e provocante: con lei il film non sembra dar eccessivo peso agli slittamenti momentanei dell’eros. Ciò che conta è la volontà di costruire con sincerità e onestà le relazioni.

Aiuta molto lo scorrimento narrativo l’efficacia del montaggio, della brava, molto affidabile e sperimentata Consuelo Catucci (suoi sono stati Perfetti sconosciuti, The Place, 7 minuti, ecc) che isola i momenti chiave in una strutturazione veloce e ben sottolineata nei suoi passaggi, però senza mai farci scordare che la dimensione di raccordo è tutta sul viaggiare, cioè sulla dinamicità e sul repentino cambio di panorami. In tal senso, molto bella è la serie, assai importante per il precipitare di diverse situazioni, di sequenze che si muovono attorno alla spa in montagna. Ricorda un analogo passaggio del film di Carlo Verdone, Al lupo al lupo (’92), molto intenso e poetico, pure basato sul rincorrere ed evocare un padre misteriosamente lontano e inafferrabile ma sempre incombente.

 

Ciccio Capozzi, già docente del Liceo Scientifico

porticese Filippo Silvestri, è attualmente

Direttore Artistico del Cineforum

dell’Associazione Città del Monte|FICC al

Cinema Teatro Roma di Portici.

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