La Recensione, Loro.1

di Ciccio Capozzi

Loro.  Un “facilitatore” rampante tra imbrogli e finanza vuole uscire dalla sua città, Taranto, per “svoltare”: ovvero collegarsi a “Lui”, il Cav, e al suo potere… Ecco il tanto atteso film (ITA-FRA, ‘18) di Paolo Sorrentino. Diciamolo subito: non è piaciuto. I pubblici sono rimasti disorientati dal tipo di approccio offerto. Che sembra rapsodico al modo di Young Pope (‘16), serie tv che invece ha avuto un notevole successo. Eppure, a mio avviso, è un film di spessore culturale, oltre che bello e conturbante. Innanzitutto: perché il titolo è Loro, e non lui, ad esempio? Tenendo conto che è su Berlsk, redivivo, immarcescibile e immortale, come ci dicono le vicissitudini post voto del 4 marzo scorso. La risposta, credo io, è proprio nel taglio che il regista e sceneggiatore del film, insieme al sodale e bravissimo Umberto Contarello. Il film inizia con la pecorella che, capitata per caso nella villa sarda da Mille e una notte di Brlsk, vi muore assiderata. Ma ben presto al centro dell’azione c’è Riccardo Scamarcio nei panni di un riconoscibile Giampi Tarantini, il faccendiere che smaniava per entrare nelle grazie di Lui, interpretato da Toni Servillo, per “sistemare” svariati e non limpidi affarucci suoi: il provincialotto, ben consigliato da Kira, un altro personaggio misterioso, in cui è riconoscibile l’Ape Regina della Corte dell’oggi ex Cav . organizza uno spettacolino perpetuo di bonazze e stelline in mostra, nella villa confinante, pronte a “darsi” al Capo. Cioè: dopo un approccio “materico” e in “assenza” del soggetto totemico, noi abbiamo una periferia che assedia il potere: che brama di accostarvisi; di entrarci. E non sulla base di una qualche sia pur pallido discorso politico: no; ma di di puro meretricio organizzato. E “il potere”, quello che i “giornaloni” (Marco Travaglio) chiamano i poteri forti, è un’entità impersonale e collettiva: appunto “loro”. Alla cui sommità c’è un tizio, sconosciuto e misterioso, che chiamano “dio”: impenetrabile e inaccessibile; il cui volto rimane sempre coperto: lo smascheramento è a rischio della vita. Chi è? Boh, non si sa. E non è nemmeno Berlsk.: anzi, come vediamo, il Silvio ama mostrarsi.

È forse quel fantomatico “Grande Vecchio” di cui si favoleggiava ai tempi di Craxi? A cui facevano capo, come in un ineludibile crocevia , tutti i poteri della società e dello stato, palesi e occulti. Chi era? Il banchiere, schivo ma influentissimo, non più tra noi, Enrico Cuccia? Il nume tutelare di tutti gli incroci capitalistici familiar-finanziari dei famigerati “patti di sindacato”? Per cui si controllavano importanti Spa solo possedendo pacchetti minoritari delle azioni: un’anomalia tipicamente italiana, un éscamotage a limite dell’imbroglio per favorire le “vecchie” famiglie del capitalismo italiano. O una specie di cupola informale tra massoneria deviata, capitalismo, finanze, e mafie?  In realtà lo stesso ex Cav, pur nel suo manifestarsi garrulo e appariscente, accetta di buon grado una sorta di sottomissione a “dio”.

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Lo stile di Sorrentino è da incubo cromatico, in questo aiutato dallo splendido direttore della fotografia Luca Bigazzi, che escludendo il primo film, ha sempre creativamente  collaborato col regista. Qualcosa di ritmicamente tribale, ipnotico, melassosso, che ci prende e ci tiene, mentre entra in scena B. con la sua semplicità, quale vorrebbe apparire, ma in realtà complessa. Non è un pamphlet sull’ex Presidente. È una “onesta” ricerca, e piena di curiosità, su questo personaggio, che è di un’intelligenza che rasenta la genialità. In questo la prova di Toni Servillo, nel darci le numerosissime sfumature di un’anima complicata, è geniale: la sua è una concreazione, insieme al regista, del personaggio. Ma è un “eroe” italiano che ha sempre e solo pensato, in ogni e qualunque battito del suo inesauribile fare, agli interessi e ai tornaconti delle sue aziende, delle sue società e della robba sua. Il regista è francamente incuriosito dal suo fare: il suo essere così sinceramente falso. Come diceva Indro Montanelli: «… è un bugiardo sincero che inganna sé stesso, perché poi arriva a credere alle sue bugie»; oppure: che «mente come respira». Ma che vuole piacere a tutti: e si dispiace (un poco: poi gli passa…) che non lo facciano. E non come Rutelli o Ualter Veltroni, che trasudano buonismo e piatte melensaggini simil-cultarilizzanti: no. Fa leva sui sensi più gretti e volgarotti dell’italiano medio, che conosce bene, perché la sua intelligenza e formazione partecipano della loro pochezza. La conosce, la riconosce. L’esalta, la usa cinicamente, la modella e l’amplifica nelle sue tv, che sono il Minculpop della formazione dei suoi votanti. Per quanto ora di meno. È figura estremamente articolata.

Non è come l’Andreotti di Il Divo, in cui è celebrato il “mistero” quasi sacrale del potere, proprio in quanto tale che non ha bisogno di ostentazioni, tenuto nascosto e gelosamente silente nella sua persona: perfino circondato da un’esistenza per nulla appariscente, per non dire mediocre. Avviluppato nella sua formidabile memoria. Impersonato, direi “celebrato” nella sua pochezza esteriore, sotteso dalla muta pervicacia di essere fedele solo a sé stesso.

Invece, tutt’al contrario, l’ex Cav ama ostentare con cafonal effervescenza  la sua ricchezza e il suo potere, cui non intende riconoscere limiti. Lui può tutto. E del resto, che senso e che sfizio ci sarebbe nell’avere il potere e non poterlo usare come più gli aggrada? Non c’è morale o magistratura che tenga: come si vede nel rapporto con Noemi Letizia e suo padre, che addirittura la esorta a incontrare il Presidente. Ma egli stesso ne è anche ironico cantore: che si serve del povero Apicella (un bravissimo Giovanni Esposito) come di un suo Yorick canterino personale: non ama stare da solo. Anzi ne ha una vera e propria (nevrotica?) fobia, come quella che si sa che nutre per ogni possibile sentore corporeo in chi gli sta vicino. Mentre la moglie Veronica, metaforicamente chiusa nella gabbia, legge libri impegnati e vorrebbe (siamo nel 2006 col Governo Prodi), approfittando della pausa dal potere, recuperare il rapporto, lui si pone sul quasi beffardo, non privo di autosfottò, come quando si veste da odalisca: ma lui non si dà limiti di sorta.

Intorno a lui una fauna di mediocri. Che conosce, regola e strumentalizza con sopraffina psicologia e infallibile istinto; nonché implacabile e vendicativa crudeltà: soprattutto quando credono di essere furbi e scafati, e di batterlo sul suo stesso terreno. Come vorrebbe fare il Recchioni -forse Sandro Bondi?-, interpretato con tormentata ma ipocrita umanità da Fabrizio Bentivoglio, con cui è feroce e spietato. Come storicamente tentarono di fare la Volpe del Salento, l’ormai politicamente defunto D’Alema, Veltroni e altri ancora.

Il Cav è ferocemente vorace. In questa chiave il paragone che fa Valerio Caprara con François  Rabelais, lo scrittore francese del ‘500, e la smodata enormità di Pantagruel, il protagonista di Gargantua e Pantagruel, il suo romanzo più importante, è calzante. Berlsk ha in sé la incontenibile esagerazione: è famelico di vita, di ricchezze, di potere, di umanità che lo lodi e lo “capisca” e lo “apprezzi”. Non ha freni: ha l’intelligenza per amministrare tutto ciò che promana dalla sua persona: balle e bugie di stato comprese (come quella clamorosa sulla “nipotina” di Mubarak, votata, senza la minima incertezza, da Deputati e Senatori). Il film ci rende questo clima personale, senza moralismo: ma solo presentandoci l’agghiacciante sequenza dei fatti e delle persone che gli fanno da cornice.

Ciccio Capozzi, già docente del Liceo Scientifico

porticese Filippo Silvestri, è attualmente

Direttore Artistico del Cineforum

dell’Associazione Città del Monte|FICC al

#Cinema #Teatro #Roma di Portici.

 

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