La recensione: Man in the dark

di FRANCESCO “CICCIO” CAPOZZI

Sprofondo urbano impoverito di Detroit: tre giovani balordi tentano il colpaccio ai danni di un anziano veterano solitario e cieco nell’unica casa abitata. Potrebbe essere in possesso di un vecchio risarcimento milionario in contanti. Ma il tizio e la sua casa riservano molte sorprese…

Dopo un esordio boom a sorpresa al botteghino USA, è planato da noi questo brividoso horror metropolitano. Sam Raimi, il fantasioso e geniale regista di La Casa e i suoi sequel, nonché della prima trilogia di Spider Man, insieme a Mark Roper, che l’ha spesso accompagnato in queste scorribande artistico-manageriali, ha creato una sua casa di produzione: la Ghost House. Che si è specializzata in produzioni, per lo più horror&similari: ma tutte rigorosamente a basso budget: non più di 10 mln di dollari. Un’inezia per gli standards di Hollywood.

Come l’altro enfant prodige del cinema di genere ma non solo Jason Blum (con la sua BlumHouse), che però raramente supera i 5 mln di dollari, Raimi punta su registi e storie visionarie, originali e/o di qualità che facciano presa sui pubblici paganti.

L’esiguità – non relativamente alle produzioni europee – dei budget permettono un controllo molto maggiore sulle macchine produttive in ogni loro fase: delle rifiniture in sede di qualità altrimenti impensabili e impossibili. Dei veri e propri prodotti di alta qualità artigianale. Che comunque hanno molto di frequente ritorni economici altissimi: spesso moltiplicatori di diverse volte i soldi spesi.

È il caso di  Man in the dark (USA,’16). Costato sotto i 10 mln di dollari, ne ha già raggranellati più di 70, e continua il suo corso nelle sale. Si presenta come un’ennesima variazione della casa maledetta, nella sua sottospecie di “casa trappola”: dove al posto dei fantasmi c’è l’evidente malevolenza del tipo che vi abita.

C’è anche il rovesciamento dei ruoli: dove i “cattivi”, pur se non tutti tali e/o completamente persi, alla fine incontrano un tipaccio che è mooolto peggio di loro, come in Tarantino… Però, a differenza di Quentin, non c’è il tono farsesco/citazionistico.

L’azione e la vicenda sono, invece, tremendamente reali e minacciose. Anzi, in sede di scrittura, a riguardo, vi sono delle finezze: quello dei tre che sembrava il più tosto, cattivaccio e macho, Money – l’attore Daniel Zovatto – è quello che poi, alla resa dei conti, si dimostra indeciso e querulo come un bambino non cresciuto e impaurito: ciò che in effetti era, a dispetto delle sue mosse di omm’e conseguenza.

La sceneggiatura è del regista e produttore del film, il trentottenne uruguaiano Fede Alvarez e di Rodo Sayagues: insieme hanno già lavorato con Raimi nel remake di La Casa (‘13). E possiamo dire che tutte le dramatis personae, compreso il veterano trappolatore, hanno una loro specifica psicologica individuale.

La ragazza – l’attrice Jane Levy, che ha già lavorato con l’ensemble degli autori – ha alle spalle una famiglia disfunzionale; del resto non mancano note di speranza, come indica il rapporto con la sorellina. E ce n’è anche una in forma di delicata metafora: quella della coccinella.

Così il terzo ragazzo non è privo di moralità. Mentre il vecchio ha una storia di lutto filiale mai risolta: che diventa ossessione e follia. L’attore è il “veterano” del cinema hollywoodiano Stephen Lang: ha svolto raramente ruoli da protagonista. La sua presenza scenica è ben caratterizzata e concentrata: è stato il “cattivo” di Avatar ed inoltre ha fatto molto teatro.

Tutto gira dentro questa casa la cui ubicazione è in Ungheria, mentre tutti gli altri esterni sono made in Detroit.

La tenuta narrativa è forte e compatta: senza sbavature o tregue, si susseguono i vari scontri col “portiere di notte” nelle “spire” della casa, che si avvolge su di sé, dando l’impressione di diventare sempre più incontrollabile, come uno spaventoso incubo. E tutto si situa come su un unico livello: quello di “sotto”, gli “Inferi”.

La sua struttura è labirintica. Al suo interno la regia vi ha ritmato in particolare almeno due sequenze memorabili. La prima è quella della penetrazione iniziale nella parte “di sopra”: che è presentata in un unico, fluido, elegantissimo ed efficace piano-sequenza che si articola sugli spostamenti dei tre e il loro dialogare cogli ambienti: ci dà il senso di un qualcosa di molto articolato. In cui i movimenti degli attori e il loro confarsi alla casa, dà l’idea di una perfetta coreografia ininterrotta.

Si vede chiaramente un gioco di lettura-scansione ambientale che rende la traccia narrativa ben incisa nella nostra attenzione: è una specie di “presentazione” di una struttura che poi “si trasformerà”.

È un lavoro con al centro la professionalità e l’immaginazione elevata del regista, ma anche il talento del Direttore della Fotografia Pedro Luque, uruguaiano e di fiducia del regista.

Anche a quest’ultimo si deve l’altra sequenza memorabile: essa è un inseguimento al buio totale che avvantaggia il veterano e mette nel terrore i nostri. Noi ne abbiamo la visione filmica agli infrarossi, mentre per gli attori è nella totale oscurità: il senso di panico e di disorientamento è totale e abissale.

Un altro aspetto, magari marginale, ma significativo, è che gli ambienti sociali presi in considerazione di questo, come di altri recenti new horror movies, si stanno sempre di più marginalizzando. Ovvero: se vogliamo trovare rappresentazioni abbastanza reali e fedeli di ambienti “proletari” e delle nuove povertà, dobbiamo guardare a questi film di genere. A mio avviso è un dato anche sociologicamente interessante.

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