La recensione, Maradonapoli

di Francesco “Ciccio” Capozzi

30 giugno 1984: un brivido improvviso percorre tutta la città di Napoli. Tra l’incredulità generale, il Presidente Ferlaino, con una spericolata operazione finanziaria, quasi fuori del tempo massimo e sul filo della truffa alla Federazione – depositando, si dice corrompendo un portiere degli uffici della FGCI, una scheda di tesseramento e iscrizione al Campionato venturo priva di nome, perché il contratto non era ancora definito… –  riesce a portare a Napoli il più grande giocatore di tutti i tempi: l’argentino Diego Armando Maradona.

L’entusiasmo è incontenibile. Si fanno caroselli di auto e assembramenti spontanei per festeggiare: quasi avessimo già vinto… Poi allo Stadio San Paolo nel pomeriggio la presentazione ufficiale: el pibe de oro fa due palleggi e getta il pallone in tribuna davanti a un numero sterminato di spettatori: chi dice 60mila, chi 90mila … Ma tutti venuti solo per vederlo.

Fu un’operazione di forte comunicazione d’immagine, intelligentemente voluta dal Presidente, per tacitare ogni dubbio sull’effettiva venuta del giocatore e per immettere da subito Maradona nel circuito affettivo della particolare tifoseria della squadra, così intensa e numerosa. Diego – o Diez , dal fatto che Maradona “è” e resterà per sempre il “numero 10”per antonomasia nella nostra squadra – è immediatamente impressionato da questa corrente d’amore che il pubblico gli tributa. Anzi, se ne sente profondamente coinvolto, cosa che va ben oltre il riconoscimento del talento indubitabile.

Qui resterà fino al marzo ‘91: lasciando alla città due Scudetti (il primo festeggiato il 10 maggio 87: quindi siamo al trentennale), una Coppa Uefa, una Coppa Italia e una Supercoppa.

Chiariamo fin dall’inizio che non è un film “su” Maradona: tipo il bel Documentario/Film di realtà di Emir Kusturica (‘08), o il film di fiction di Marco Risi Maradona. La mano de Dios (‘07). Bensì dell’amore che ha suscitato nel popolo di questa città: molto, ma molto al di là di quello già tifoso.

Embé: che vi devo dire? C’ero anch’io a festeggiare in mezzo alla strada. Pur non essendo uno sportivo ma da sempre un tifoso del Napoli, anche se intiepidito, mi lasciai contagiare dal vento di questo entusiasmo e ripresi a tifare con forza. Diego non era solo il calciatore che, da solo, faceva la differenza: ma aveva un’autonomia intellettuale e personale che rendeva sincera la sua dichiarazione d’amore per la città. Il popolo. anzi: tutti i segmenti sociali della città, non solo i tradizionali settori poco affluenti, avvertivano profondamente ciò, e creavano un circuito di energia positiva, attorno alle miracolose, incredibili prestazioni sportive, che le trasformava in epica presente collettiva.

Affermo ciò senza esagerazione o enfasi di sorta.  Il regista di questo film (ITA, ‘17) è Alessio Maria Federici, 41enne, che fino ad ora aveva diretto commedie di media qualità, come il non infame Lezioni di cioccolato 2 (‘11). Non è uno sportivo: ma, come lui stesso ha affermato, è un accanito tifoso romanista. Ed è proprio questa particolare sensibilità, che l’ha spinto a fare il film, trovando peraltro la chiave giusta.

Maradonapoli è nato attorno al piano di un libro di Antonio Di Bonito, Cecilia Gragnani, Jvan Sica, Roberto Volpe: questi l’hanno proposto a Luigi e Olimpia Musini, produttori, che hanno coinvolto il regista. I quattro scrittori l’hanno sceneggiato. I suoi protagonisti, come ha precisato il regista, sono appartenenti al “pubblico pagante” del tifo allo stadio: quelli che lo seguono con passione vera, non i “commentatori” da tavolino con la spocchia o i sociologi.

Sono una cinquantina di interviste, molto ben montate da Christian Lombardi, che mettono in luce, come in una narrazione fluida e continua i fatti storici. Gli autori si rifanno ai fatti allineandoli, ma sostanzialmente confermandoli, che li hanno visti protagonisti di quella che già allora, fu vissuta come una epopea. L’interazione, perché di questo si tratta – non di una generica ammirazione “tifosarda” – tra Maradona e il popolo di Napoli fu sincera, continua e reciproca. Perfino l’episodio per cui fu lo stesso Diego a togliere da mezzo un ufficio di merchandising della sua immagine, viene letto in questa chiave.

Maradona sapeva che la sua effigie era dappertutto: ma a guadagnarne non era una qualche multinazionale, ma la miriade di spicciafacenno che si attrezzavano per poterci campare: e lui ne era perfettamente consapevole, e non ha mai nemmeno tentato di bloccarla.

La qualità del film è che collettivamente è messo in luce ‘nu cunto, come un grande parabola condivisa: la narrazione che vede il popolo di Napoli protagonista insieme a Diego. E a padre Pasquale Incoronato, parroco ad Ercolano, intervistato tra gli altri, oltre a questa riflessione, si deve anche l’altra sul Sangue di San Gennaro e sul rapporto del Santo protettore di Napoli con Maradona, che divenne senz’altro il “secondo protettore” della città. E il legame stretto, profondo e indissolubile tra la Città e la persona è per l’appunto il sangue: del resto anche San Gennaro non è nato a Napoli. Fu una scelta quella di restarvi e di esserne investito per la vita.

Ma il film Maradonapoli mette in luce anche la complessità del suo rapporto con il calciatore. Quando nel 91 se ne andò – o meglio: fu costretto ad andarsene – di notte, come un malfattore braccato, il popolo di Napoli non lo condannò. Certo non esaltò o giustificò questa sua deriva autodistruttiva personale: ne ebbe un profondo dispiacere e un’immensa delusione. Ma non ha mai cessato di volergli bene: come una madre che assiste impotente, attonita e addolorata alla rovina del figlio.

Quello che è certo non si aggiunse al coro, che sparava su di lui, condannandolo con un moralismo becero, insopportabile e spietato; specie da parte della stampa del nord che vedeva finalmente nella polvere colui che aveva osato sfidare, rifiutandole, le “grandi” squadre del nord Italia.

Maradonapoli coglie con concisa efficacia di scrittura questa finezza collettiva di sentimento, senza magniloquenza o stucchevole meridionalismo recriminatorio di ritorno. Come anche il film parla del tifo, in Italia ‘90, non per la nazionale italiana ma per l’Argentina, nella partita che fu giocata a Napoli, da parte del “suo” popolo: sinceramente anch’io lo condivisi…

Maradonapoli non dura molto – 75 minuti – ma è denso e molto articolato, non solo nelle riflessioni che offre e nella diversificazione dei personaggi intervistati, ma anche nella capacità di farsi “leggere” dal punto di vista del linguaggio adottato.

Già ho accennato alla originalità di visione e complessità della sceneggiatura e alla buona qualità e all’importanza del montaggio. Voglio ora mettere in luce anche quelle della direzione della fotografia, curata da Roberto Pellion di Persano, che proviene dallo sperimentalismo sia documentario che d’arte. È riuscito a cogliere, attraverso l’illuminazione di ogni singolo intervistato nel suo ambiente naturale, sia esso d’interni che en plein air, il suo “destino” narrativo: a caratterizzarlo come personaggio singolo, non solamente una variabile statistica “parlante”.

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