La Recensione, Napoli velata

di Ciccio Capozzi

In una misteriosa Napoli dei nostri giorni Adriana, anatomopatologa forense, viene sopraffatta da immediata e ardente passione per uno sconosciuto che verrà trovato cadavere di lì a poco.

Preceduto da un buon lancio, Napoli velata, l’atteso ultimo film (ITA, ‘17) di Ferzan Ozpetek, è uscito nelle sale in una data “furba”, il 29 dicembre, a ridosso cioè ancora delle date natalizie, ma quando le uscite dei cinepanettoni, che avvengono in torno al 19, stanno già esaurendo la loro spinta, ammesso che ne abbiano ancora.

Ozpetek, regista nato a Istanbul, si è così naturalizzato italiano, che il suo recente film turco, interamente girato in Turchia, Rosso Istambul (‘17), non è stato così convincente. Mentre in quest’opera “napoletana” ha ritrovato una mano felice: Napoli velata è stato scritto anche da lui insieme ai ”soliti” GiannI Romoli e Valia Santella, napoletana, che, per riconoscimento del regista, ha dato maggiori contributi.

Da premettere che i giudizi su Napoli velata sono contrastanti: fondamentalmente lo si accusa di aver privilegiato compiaciutamente le “atmosfere narrative”, a discapito della narrazione stessa, la trama, che risulta particolarmente contorta, se non oscura o addirittura inesistente.

Orbene, posto che, come dice Umberto Eco, il testo, qualunque esso sia, appartiene al lettore, che ne fa l’uso (l’interpretazione), che gli più è con-sono, credo che le critiche negative sulla sedicente mancanza di plot si soffermino su un dato che invece è tra le qualità più riuscite del film. Chi è e che rappresenta Adriana? Una scienziata che, orfana, ha sempre avuto un rapporto freddo con la sfera dei sentimenti e dell’eros: come capiamo dai suoi dialoghi con la zia, ex attrice (Anna Bonaiuto) e con la sua amica del cuore (Luisa Ranieri).

La nostra Adriana si aggira per le vie della città a sua volta nascosta a sé stessa: avendo subito un grave trauma – come è detto proprio all’inizio in un raffinatissimo flashback – nella sua infanzia, ha bandito da sé ogni introspezione emotiva, per difendersi e sopravvivere. Lei vive con questa angoscia: la sua è stata una ferita non rimarginabile. Attorno ad Adriana gira, erede del lavoro della madre nel teatro, un ambiente ricco di sollecitazioni culturali legate ad una visione di Napoli che sale dal suo cuore antico e primitivo. Quasi nelle prime sequenze assistiamo allo spettacolo d’a Figliata, una specie di Natale blasfemo, che vede la rappresentazione di un parto solo fatto di femminelli, madre compresa.

Continua, in un altro momento del film, con la tombola scustumata, dove i numeri sono citati, da una drag queen (trans en travesti) con i loro molteplici significati, sia superstiziosi che lubrichi: anch’essa, come la precedente, una tradizione che affonda le sue origini addirittura in un passato arcaico.

Ma tutti i personaggi si rivelano ambigui: la stessa zia le narra di una passione avuta per il padre, le due amiche antiquarie e la sua collega, hanno più di un segreto da nascondere, legato, molto probabilmente in forma di complotto, alla brutale e feroce morte del suo compagno di una notte. Adriana stessa in un qualche modo strumentalizza il poliziotto teneramente, ma solidamente innamorato di lei, che però la richiama alla realtà affrontando quell’avatar fantasmatico del gemello inesistente del suo ragazzo ormai morto, quando a casa sua butta via, con sicurezza e semplicità, tutti i cibi da lei approntati per questa presenza int’a’capa soia, ma non consumati.

Una creazione nevrotica che poteva portarla alla distruzione. Lei si vive da velata, circondata da misteri, a volte lontanissimi a volte, invece, pericolosamente incombenti: come se questo passato, sia suo personale che di quanti le stanno intorno, non fosse mai trascorso e sepolto, ma tornasse a ricomporsi e vivere nel nostro presente.

Adriana è Napoli, la metafora vivente di una fisicità che è proprio in sé stessa oscura e sibillina: come forse ci dice l’ultima sequenza in sottofinale del film; arcaica e contemporanea, illusiva ma concreta. Ridevole, ma minacciosa.

Il regista Ferzan Ozpetek è rimasto del tutto sconcertato dalla complessità misteriosa di questa città, che si presenta ad ogni passo, si può dire. In tutte le sue commistioni: arte, eleganza, cultura somma insieme a ferocia inaudita, come avviene qui. Tutto è nello stesso tempo in grande a volte instabile equilibrio, per poi diventare “esagerato”: ma per poi retroflettersi di nuovo in una più profonda, straniante e stranita bellezza.

Non è, però, La Grande Bellezza del geniale Sorrentino (che è napoletano): quella della Roma da lui scoperta è sovraccarica di storia ed è in stretto parallelismo con quella dell’Italia. I suoi misteri raccontano di lotte segrete, ansie legate alla definizione di una spiritualità che solo in parte, e a volte faticosamente, corrisponde a quella della Chiesa. Oppure entrano nella riflessione e nella pratica nascosta nell’ombra, del potere, compreso quello comunicazionale-mediatico.

Napoli è invece sazia di storia, perché è come se fosse un infinito presente trasudante ipnosi e frastorno: città porosa, la definiva Walter Benjamin: sia per la sua struttura verticale, con una grande profondità di strati sotterranei di terra e di storia nascosti, sia metafora della capacità diabolica di assorbire, fare propri e trasformarli, popoli, persone, culture.

Altre città sono belle e ricche di fascino: lo stesso Ozpetek ha fatto scoprire agli italiani l’eleganza e la bellezza nobile di Lecce e del Salento. Ma il suo “misurarsi” con Napoli ha tutto un altro spessore di ricerca figurativa. Che non è solo, e nemmeno principalmente, averne fatto vedere dei numerosi impressionanti posti strani e belli: ma è di accompagnarli e farli entrare nei nostri occhi grazie alla “porosità” del cuore di Adriana che li vive, come da cieca – appaiono due volte  dei ciechi che si aggirano per gli spazi di Napoli – con tutta la difficoltà del suo rimanere sé stessa.

La loro visione, fin dall’inizio, come con la qualità ipnotica dell’uso visuale e metaforico dello scalone del Palazzo Mannajuolo, è sempre realizzata con un uso “pittorico” del montaggio (del giovane G. A. Moschetta), che ne scompone le valenze dinamiche e ce le ripropone in modo disarticolato, perché così lo spettatore può ricomporlo e riviverlo: è una modalità di lettura cinematografica, operata dal regista, molto sofisticata.

Ma ciò non sarebbe avvenuto se non ci fosse stato l’apporto fondamentale del Direttore della Fotografia che ha immesso i posti e le locazioni in una cornice fantastica, in cui ne ha scomposto i colori e ha creato delle onde cromatiche diversificate tali da interpretare con la luce e dare valenze diverse ai singoli posti: come ad esempio nella Cappella Sansevero. Lì con la statua bellissima ed elusiva del Cristo Velato, vero emblema di questo spazio fantasmatico, abbiamo come la visione di un elemento di modernità, addirittura della contemporaneità. Ed è un miracolo “reinterpretativo” degli oggetti, anche se legati al passato e ampiamente conosciuti, prodotto dall’ uso degli spazi e della luminosità.

Gian Filippo Corticelli, noto e apprezzato, è l’artista che ha collaborato così creativamente e validamente col regista. Che, si sa, “ama” i suoi attori: con lui danno veramente il meglio: come fa l’umbratile, ma funzionale Giovanna Mezzogiorno. Ma tutti, ma proprio tutti, sono ad altissimo livello: Peppe Barra, ricco di sfumature e di forza; Alessandro Borghi, che sa essere fremente, ma anche indifeso e sensibile; la sofferta Anna Bonaiuto, le pseudo amiche (Lina Sastri, e l’ancora più enigmatica Isabella Ferrari); Maria Luisa Santella, che esprime il bilico tra divinazione, ciarlataneria e capacità di leggere a fondo nei cuori; la tosta Maria Pia Calzone e tanti altri, per lo più espressione del pozzo senza fine del genio teatrale napoletano.

 

Ciccio Capozzi, già docente del Liceo Scientifico

porticese Filippo Silvestri, è attualmente

Direttore Artistico del Cineforum

dell’Associazione Città del Monte|FICC al

#Cinema #Teatro #Roma di Portici.

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